Ora l’Onu accusa Israele pure di “sterminio” (ancora niente sui massacri africani)

Nel nuovo rapporto dell’Onu, Hamas non viene mai nominata. Contro lo stato ebraico un terzo delle risoluzioni di condanna del Consiglio dei diritti umani e un apparato permanente che non trova equivalenti davanti ai massacri in Sudan, Congo e Tigray  

28 OTT 26
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(Foto Getty)

La cosiddetta “commissione indipendente”, creata e a lungo presieduta dal nuovo premio Nobel per la Pace, la giudice sudafricana Navi Pillay, è tornata ad accusare Israele non solo di “genocidio”, ora anche di “sterminio”. Vernichtung. La commissione è presieduta dal giurista indiano Srinivasan Muralidhar, affiancato da Florence Mumba dello Zambia e Chris Sidoti, australiano e antisraeliano, riconfermato per garantire la continuità della linea Pillay. Tre profili scelti non per competenza, ma per fedeltà ideologica. Israele continua dunque a commettere sterminio e genocidio a Gaza e in Cisgiordania. Il commissario Sidoti ha chiesto che Israele venga “demilitarizzato” e ha negato che sia una “democrazia”. Sidoti ha anche detto che gli ebrei “lanciano accuse di antisemitismo come riso a un matrimonio”. 
Nel nuovo rapporto dell’Onu, Hamas non viene mai nominata. In compenso, il rapporto cita due presunti casi di violenza sessuale contro i partecipanti della Global Sumud Flotilla: “In un episodio, una vittima è stata costretta a spogliarsi nell’infermeria della struttura di detenzione, dove i suoi genitali sono stati ispezionati con un metal detector”.
Secondo un nuovo database compilato da UN Watch, dalla sua istituzione nel 2006 il Consiglio dei diritti umani, a cui fanno capo queste commissioni, ha adottato 346 risoluzioni di condanna nei confronti di un paese. Israele è oggetto di 116 (il 34 per cento) di tali risoluzioni. E lo stato ebraico è l’unico che mette sempre d’accordo tutti, democrazie e dittature. Israele è l’unico paese al mondo a essere soggetto a un punto specifico dedicato ai diritti umani: il punto sette dell’ordine del giorno, intitolato “Situazione dei diritti umani in Palestina e negli altri territori arabi occupati”. Tutti gli altri paesi vengono esaminati nell’ambito del punto quattro dell’ordine del giorno, intitolato “Situazioni relative ai diritti umani che richiedono l’attenzione del Consiglio”.
Inoltre, il Consiglio dispone di dodici “mandati per paese”, incentrati sulla situazione dei diritti umani in singoli stati, come la Corea del nord e il Congo. Tali mandati sono tutti soggetti a rinnovo periodico, fatta eccezione per il “Relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967”, che rimane in vigore “fino alla fine dell’occupazione israeliana”. In Sudan la guerra tra le Forze armate e le Rapid Support Forces, iniziata nell’aprile 2023, ha prodotto 150 mila morti, tredici milioni di sfollati e carestie orrende. In Darfur, massacri etnici contro gruppi non arabi (Masalit, Fur, Zaghawa), esecuzioni sommarie, assedi che hanno ridotto intere città alla fame e una campagna di violenza sessuale su scala industriale: stupri di gruppo, schiavitù sessuale, rapimenti di donne e bambine, con l’esplicita intenzione di “far nascere figli arabi”.
Il Consiglio dei diritti umani ha adottato blande risoluzioni sul Sudan, misure sporadiche, prive di ordine del giorno e di relatore speciale a tempo indeterminato. In Congo, milizie e gruppi armati usano lo stupro di massa come arma di guerra su scala sistematica. In Tigray, massacri, carestie indotte e violenza sessuale di massa. Questi fatti producono appelli e occasionalmente mandati limitati all’Onu, ma non un apparato permanente di condanna automatica né una “commissione indipendente” composta da profili selezionati per garantire continuità accusatoria, né un flusso annuale di risoluzioni che metta d’accordo democrazie e dittature.
Intanto, Teheran ringrazia: attualmente nel braccio della morte della Repubblica islamica ci sono tredici donne, colpevoli di aver manifestato contro il regime a gennaio.