Le sigle e l’azzurro dell’Election day, il giorno della sintesi. In viaggio da Tel Aviv a Gerusalemme

Il colore che domina tutto è l’azzurro, ogni partito ha scelto la sua sfumatura, se lo sono strattonato, il colore della bandiera. È l’unico elemento in comune, per il resto il mondo politico israeliano è fatto di fratture, interruzioni, diversità. Si sta insieme per governare con difficoltà
27 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 19:50
Immagine di Le sigle e l’azzurro dell’Election day, il giorno della sintesi. In viaggio da Tel Aviv a Gerusalemme

(Foto Getty)

Gerusalemme, dalla nostra inviata. È un giorno normale, come quando si vota in Israele, dove durante le elezioni vengono indette ventiquattro ore di vacanza in tutto il paese. Appena messa la scheda nell’urna si va al mare, al bar, al ristorante, al parco, fuoriporta. Si è fatto il proprio dovere e tutto va avanti, anche il paese. Il silenzio elettorale non esiste e i telefoni squillano perché la campagna elettorale si fa anche per telefono, continuamente, nervosamente, con un’insistenza che in un giorno di festa è più molesta del solito. Eppure, non è vano lo sforzo dell’ultimo secondo, perché c’è ancora gente da convincere e soprattutto c’è più gente che ha scelto di andare a votare comunque, anche se ancora non sa per chi: l’affluenza è altissima dall’inizio della giornata fino alla fine.
A Tel Aviv sembra tutto più chiaro, c’è il sole, c’è la spiaggia, su cui tutti si riversano a parlare del voto, ad attendere che il giorno passi. Ci sono i bar pieni, in cui la gente fa le ultime chiacchiere politiche. A un tavolino di expat tornati per votare da Boston, San Francisco e Londra, si parla del voto necessario per vivere un giorno di nuovo in Israele. Un’esagerazione che forse avrebbe fatto infuriare i pionieri, i loro nonni e bisnonni. Israele è una scelta, non si abbandona. Al tavolo qualcuno ha votato i Democratici di Yair Golan, qualcuno Yashar di Gadi Eisenkot.
Il colore che domina tutto è l’azzurro, ogni partito ha scelto la sua sfumatura, se lo sono strattonato, stiracchiato il colore della bandiera. Tutti sono azzurri, Yashar, i Democratici, il Likud, che da queste parti si vede poco, anche i partiti dell’estrema destra lo sono, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Tutti vogliono rimandare al colore del paese, dove anche le urne sono azzurre. Le sfumature di azzurro sono l’unico elemento in comune, per il resto il mondo politico israeliano è fatto di fratture, interruzioni, diversità. Si sta insieme per governare con difficoltà e l’unica cosa su cui non occorre litigare è il colore. Tel Aviv l’azzurro ce l’ha in tutto e su tutto. Tel Aviv respira democratico, pensa democratico, sembra irreversibile, immutabile. I cartelli dei partiti di governo fanno una brutta fine, sono buttati per terra, ridotti a carta straccia. Nelle file per arrivare ai seggi si espone l’intenzione di voto con cappelli, adesivi, magliette, e sembra sempre che la città ignori il resto del paese: Tel Aviv, la città stato, la città paradiso.
Chi non osa dichiarare per chi ha votato ammette soltanto di aver scelto “il cambiamento”. Le schede sono trentasei, gli elettori le trovano direttamente dentro al seggio, ne scelgono una e la infilano nella busta, azzurra anche quella, ovviamente. Ogni scheda è un piccolo rettangolo di carta, sopra è stampata una sigla che non corrisponde al nome del partito, retaggio complicato di un paese che non sa essere semplice e non vuole esserlo. 
La sigla del partito del Likud di Benjamin Netanyahu è composta da tre lettere, m-kh-l, mekhal, non è a Tel Aviv che va a ruba, per trovare i fedeli del premier bisogna allontanarsi dal centro. La stazione Hagana, prima di prendere il treno per Gerusalemme, è un posto di mezzo, è Tel Aviv, ma ospita lo struscio di chi è diretto altrove: il giorno del voto i mezzi non si pagano, c’è chi prende il treno per fare un giro. Gli israeliani dicono con schiettezza per chi votano, “Bennett, per la sicurezza”. “Bennett, perché io sono di destra”. “Non ho mai votato, ma oggi lo farò, per Ben-Gvir”.
Bennett è l’ex premier, sulla sua scheda elettorale ha scelto di mettere un avverbio: rak, vuol dire “soltanto”. Per tutta la campagna elettorale ha ripetuto: “Rak Bennett”, soltanto Bennett. Ha in dote qualcosa che Gadi Eisenkot non ha: l’esperienza politica. A bordo del treno per Gerusalemme una signora arrivata dai Paesi Bassi dice di averlo votato perché gli ricorda “una persona di cui mi fido, un mio parente che ormai non fa più parte della corsa elettorale, ma lui ha anche un nome più forte”. Il parente in questione è Benny Gantz, l’ex generale che si è ritirato dalle elezioni pochi giorni fa, è stato l’uomo promettente dell’opposizione e poi è stato risucchiato da Netanyahu. E’ stato uno dei pochi oppositori che hanno accettato di sedersi con il premier, di dividerci un governo e di farlo non tanto perché elettoralmente avrebbe pagato, ma perché era la cosa giusta da fare: un governo di unità. Gli israeliani lo hanno punito e oggi Eisenkot esclude a gran voce di ripetere l’errore, che in realtà è stato un sacrificio.
Forse ha ragione la nipote di Gantz: è tutta una questione di suoni e un Naftali Bennett ha delle credenziali di affidabilità e durezza insite nel suo stesso nome. E’ originaria di Be’er Sheva, viaggia con un’amica che invece ha votato per il partito dei Riservisti, i Miluiminiki, che non hanno dichiarato con chi staranno se passeranno la soglia di sbarramento, “ed è proprio quello che cerco”. Qualcuno aperto a cooperare, a lavorare non importa insieme a chi. “Ulai”, magari, è l’espressione che usano molti pensando a un governo di unità nazionale, un’opzione che tutti i politici escludono, ma che alla base non dispiace. “Non mi importa chi vincerà, voglio solo che non ci sia una guerra civile”, ha sempre votato per il Likud, ma è arrivato il momento di cambiare, ciò non toglie che un governo con il partito del premier andrebbe bene comunque all’elettrice dei Riservisti. “Ma per capire come funziona e chi vincerà bisogna andare a Be’er Sheva!”, le due passeggere vengono da lì. “Ovvio che vincerà il Likud, tutti votano il Likud lì. Oggi ero dalla parrucchiera, entrava gente e continuava a dire: ‘Mekhal’”. A Bibi riconoscono di essere stato forte, di continuare a pensare a Israele nonostante quello che accade attorno, ma hanno voluto cambiare, senza il timore di tornare indietro.
Si entra a Gerusalemme come fosse un frullatore. A Gerusalemme si urla di più, si corre di più, si va ovunque senza arrivare in nessuno posto. E a Gerusalemme diluvia, l’azzurro non importa, è un di più, non conta. E’ la città del caos, travolge e mescola, pure quando non lo vuole, e qui spuntano i nomi che a Tel Aviv non senti: Smotrich.
L’attesa del voto fa dimenticare l’altra attesa, quella della guerra, che ci sarà e si farà. Non importa chi sarà al governo, nessuno ha intenzione di mollare il lavoro incominciato contro l’Iran. Eisenkot ha detto che saprebbe come fare. Netanyahu ha assicurato che invece serve lui, gli servono due anni contro Teheran al fianco di Donald Trump. Le coalizioni sono una questione interna, contano molto, cambiano quasi tutto, ma alla fine la guerra Israele la vive spesso come l’unico momento in cui ci si unisce. Israele è il paese che affronta la guerra con la fermezza di un voto e, in cerca della sintesi, affronta il voto con l’impeto di una guerra.