Israele al voto dopo il 7 ottobre: Netanyahu si gioca il futuro contro Eisenkot

L’ex capo di stato maggiore guida un’opposizione che va dal centrodestra alla sinistra e chiede un’inchiesta sui fallimenti che avrebbero permesso il massacro di Hamas. Ma i sondaggi non danno a nessuno dei due schieramenti una maggioranza sicura alla Knesset. Matteo Matzuzzi ne parla con Giulio Meotti e Micol Flammini

27 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 14:08
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(Foto Getty)

Israele torna oggi alle urne per la prima volta dal massacro del 7 ottobre 2023. Matteo Matzuzzi ne ha parlato con Giulio Meotti e Micol Flammini, inviata in Israele, nella seconda puntata della rubrica del Foglio On Air Ottobre. 
Benjamin Netanyahu punta alla riconferma con una coalizione che comprende il suo partito, il Likud, le forze ultraortodosse e l’estrema destra. A sfidarlo è l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader di Yashar, attorno al quale si è raccolta un’opposizione che va dal centrodestra di Naftali Bennett alla sinistra dei Democratici di Yair Golan. 
Il 7 ottobre ha dominato la campagna elettorale. Netanyahu era al governo quando Hamas ha attaccato il sud di Israele, uccidendo circa 1.200 persone e rapendone altre 251. I suoi avversari gli contestano di non aver assunto fino in fondo la responsabilità politica del fallimento che ha permesso il massacro. Il premier ha guidato anche la risposta militare e rivendica i risultati delle operazioni contro Hamas, Hezbollah e Iran, attraverso le quali, per i suoi sostenitori, Israele ha recuperato la propria capacità di deterrenza. Eisenkot, che nella guerra a Gaza ha perso un figlio e due nipoti, chiede che venga istituita una commissione statale d’inchiesta sulle responsabilità del 7 ottobre, alla quale Netanyahu si è opposto.
Il 7 ottobre ha aperto anche una discussione sulle responsabilità dell’esercito, arrivato in ritardo in diverse comunità attaccate da Hamas. A Nir Oz, uno dei kibbutz assaltati, gli abitanti sono rimasti per ore senza soccorsi e, secondo un’indagine delle stesse forze armate, le prime unità di sicurezza sono entrate nella comunità quando gli aggressori se ne erano già andati. Il ritardo ha incrinato la fiducia di alcuni abitanti nell’esercito, un’istituzione alla quale molte famiglie israeliane sono legate attraverso il servizio militare e i richiami dei riservisti.
Nei giorni successivi al massacro, la necessità di restare uniti aveva portato Eisenkot e Benny Gantz a entrare nel governo di emergenza guidato da Netanyahu. Con il prolungarsi della guerra le divisioni sono tornate ad allargarsi e i due hanno lasciato l’esecutivo. Chiunque vinca dovrà affrontare le conseguenze del conflitto, a cominciare dalla ricostruzione delle comunità colpite e dalle difficoltà economiche. Restano aperte anche questioni che dividevano il paese già prima del 7 ottobre, come la riforma della giustizia contro la quale nel 2023 avevano manifestato centinaia di migliaia di persone. Sul fronte della sicurezza resta il timore di un nuovo confronto con l’Iran e di altre minacce dal Libano.
Resta da capire se dalle urne uscirà una maggioranza. Gli ultimi sondaggi non danno a nessuno dei due schieramenti la certezza di raggiungere i 61 seggi su 120 necessari per avere la maggioranza assoluta alla Knesset. L’opposizione potrebbe aver bisogno del sostegno esterno dei partiti arabi, che Eisenkot ha detto di non voler chiedere, oppure di un’intesa con gli ultraortodossi. In quel caso l’ostacolo sarebbe la leva, perché i partiti religiosi difendono le esenzioni per molti giovani impegnati negli studi, mentre l’ex generale vuole estendere l’obbligo di servizio. Se nessuno riuscisse a formare un governo, Netanyahu resterebbe in carica per gli affari correnti e Israele potrebbe tornare a votare.
Netanyahu ha ricevuto il sostegno esplicito di Donald Trump, che ha invitato gli israeliani a confermarlo. Resta però incerto quanto l’intervento del presidente americano possa influenzare il risultato. In un sondaggio di Channel 12, il 64 per cento degli intervistati ha detto che non avrebbe modificato la propria scelta di voto.
Mentre si discute di quanto possano contare i partiti arabi nella formazione del prossimo governo, la prospettiva di uno stato palestinese è rimasta ai margini della campagna. Netanyahu respinge la soluzione dei due stati ed Eisenkot ha parlato di una possibile autonomia o di uno stato con sovranità limitata, sotto il controllo di sicurezza israeliano. Golan continua a considerare uno stato palestinese smilitarizzato una possibilità futura, pur ritenendo che non sia il momento di discuterne. Dopo il 7 ottobre, fra le ragioni della difficoltà a riaprire il dibattito c’è anche la sfiducia nella possibilità di trovare un interlocutore palestinese con cui riprendere le trattative.