Esteri
Magazine •
Vox di dentro: la Reconquista, l'Impero e i nemici della Spagna
Da Pelayo ai conquistadores, l’estrema destra spagnola trasforma oltre mille anni di storia in una battaglia senza fine contro gli invasori e chi, dentro e fuori la Spagna, mette in discussione il mito della grandezza nazionale
26 OTT 26

Santiago Abascal, leader di Vox - foto LaPresse
L'8 settembre scorso José María Figaredo, deputato di Vox, è salito a Covadonga, un piccolo centro delle Asturie che occupa un posto enorme nell'immaginario nazionale spagnolo. Qui, secondo una tradizione costruita molti secoli dopo gli avvenimenti, intorno al 722 un capo cristiano di nome Pelayo avrebbe sconfitto un contingente musulmano. Una battaglia di dimensioni probabilmente modeste è diventata col tempo l'atto inaugurale della Reconquista, gli otto secoli che avrebbero condotto alla caduta dell'ultimo regno musulmano della penisola, Granada, nel 1492. Figaredo non era però andato a Covadonga per parlare del Medioevo. Era lì per il Día de Asturias e parlava della Spagna del 2026. Davanti al santuario ha invitato a recuperare lo "spirito di Don Pelayo", uno "spirito di forza e di conquista", e soprattutto lo "spirito della Reconquista". Poi è passato senza soluzione di continuità dall'VIII al XXI secolo. A Ceuta, ha detto, è in corso un'"invasione": gli immigrati sono diventati "invasori", mentre il governo pensa ai loro diritti e dimentica quelli degli spagnoli. Per uscire dalla crisi occorre tornare "alle radici", ai principi e a "ciò che un giorno ci rese grandi". Quel linguaggio è tornato subito dopo la convocazione delle elezioni per il prossimo 29 novembre. Nelle prime ore dopo l'annuncio del premier Pedro Sánchez, Santiago Abascal, leader di Vox, ha indicato proprio Ceuta fra i temi con cui il partito si presenterà agli elettori: la Spagna, ha detto, andrà alle urne con Ceuta "invasa". Il Medioevo non è ricomparso nella frase ma il vocabolario era lo stesso.
Non sarebbe la prima volta, del resto, che quel vocabolario entra in una campagna elettorale. Già nel 2018 Vox celebrava Covadonga come una delle battaglie grazie alle quali Spagna ed Europa si sarebbero liberate dall'"invasione islamica". Nell'aprile 2019 scelse proprio quel luogo per inaugurare la campagna delle elezioni politiche. Abascal depose un'offerta floreale alla Vergine, mentre risuonava l'invocazione "salva noi e salva la Spagna"; alle sue spalle campeggiava la statua di Pelayo, eretta nel 1965, in pieno franchismo. Nei messaggi diffusi sui social la "culla della Reconquista" diventava la "culla della Spagna".
Pelayo e Covadonga occupano la prima scena di un grande romanzo nazionale che attraversa più di un millennio. Da una parte stanno coloro che la Spagna l'hanno fondata, difesa, unificata e resa potente; dall'altra i nemici che di volta in volta l'hanno invasa, calunniata o cercato di dividerla. Cambiano i protagonisti e i secoli, ma la trama rimane sorprendentemente coerente. È un genere letterario particolarmente caro alle nuove destre nazionaliste, che amano cercare nel passato le conferme delle proprie certezze politiche, possibilmente senza lasciarsi disturbare troppo dalle complicazioni della storia. Nel caso di Vox, tutto comincia con una Spagna che ancora non esisteva. Guerre, alleanze e conflitti fra regni cristiani e musulmani vengono così trasformati nella lunga lotta di una nazione per recuperare il proprio territorio. La vittoria contro gli Almohadi a Las Navas de Tolosa, nel 1212, diventa una delle tappe di questa secolare impresa, conclusa nel 1492 con la conquista di Granada da parte di Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona. Uomini vissuti a secoli di distanza finiscono per combattere per una medesima nazione, come se ne avessero condiviso fin dall'inizio il destino. Sempre nel 1492 Colombo raggiunge l'America. La fine della presenza politica musulmana nella penisola e l'inizio dell'espansione oltreoceano diventano, nel racconto neonazionalista di Vox, due momenti consecutivi della stessa storia. Agli eroi medievali si affiancano quelli dell'Impero. Isabella la Cattolica, Carlo V e Filippo II, ma anche Hernán Cortés e Francisco Pizarro occupano un posto privilegiato nel pantheon storico di Vox. Abascal li ha riuniti una volta sotto un'unica etichetta: "Tutti quelli che non si possono nominare: Don Pelayo, i Re Cattolici, Pizarro e Hernán Cortés". Eroi che il partito vuole restituire alla nazione, sottraendoli a una cultura dominante accusata di averli messi al bando.
Abascal riunisce i suoi eroi sotto una sola etichetta: "Tutti quelli che non si possono nominare: Don Pelayo, i Re Cattolici, Pizarro e Hernán Cortés"
Con Carlo V e Filippo II la storia spagnola raggiunge il momento della massima grandezza. La monarchia degli Asburgo governa territori disseminati fra Europa, America e Asia ed è una delle principali potenze del continente. Nella ricostruzione di Vox, quella complessa monarchia composita diventa l'espressione di una duplice missione: espandere la potenza spagnola e difendere il cattolicesimo. Nel 1571 la vittoria della Lega Santa sulla flotta ottomana a Lepanto può così essere collocata sullo stesso asse della Reconquista: il nemico musulmano non è più nella penisola, ma nel Mediterraneo. Jorge Buxadé, uno dei principali dirigenti di Vox, ha condensato questa genealogia in quattro nomi: "Covadonga, Las Navas, Lepanto, Trento". Due battaglie medievali contro potenze musulmane, una battaglia navale contro gli ottomani e il concilio che definì la risposta cattolica alla sfida protestante diventano tappe di una stessa vicenda: una Spagna cattolica che combatte, resiste e trionfa sui propri nemici.
La grandezza ha però anche un rovescio: la cattiva reputazione che accompagna l'espansione della monarchia spagnola. Tra Cinque e Seicento, mentre gli eserciti degli Asburgo combattono sui campi di battaglia europei, un'altra guerra si consuma attraverso libri, pamphlet e immagini che denunciano il fanatismo dell'Inquisizione, raccontano le atrocità commesse dai conquistadores nelle Americhe e dipingono la Spagna come la patria dall'intolleranza e del dispotismo. Una rappresentazione destinata ad attraversare i secoli, fino a ricevere un nome: Leyenda Negra. Il tema è tornato negli ultimi anni al centro del dibattito pubblico spagnolo. Il caso più clamoroso è stato il successo di Imperiofobia y leyenda negra di María Elvira Roca Barea, pubblicato nel 2016 e diventato un bestseller. Il libro ha diffuso l'idea che la cattiva reputazione storica della Spagna sia il prodotto di una campagna alimentata dalle potenze rivali e interiorizzata dagli stessi spagnoli. Vox ha trovato in questa interpretazione un argomento prezioso: la Spagna non è stata soltanto grande, è stata anche vittima di una secolare campagna di diffamazione. Poco importa che molte delle accuse dei suoi nemici prendessero le mosse da fatti realmente accaduti.
La cattiva reputazione della monarchia spagnola nel '500 e nel '600 per Vox è il prodotto di una campagna alimentata dalle potenze rivali
Gli antichi nemici della Spagna hanno ormai cambiato volto. Inglesi, olandesi e protestanti appartengono al passato, ma la Leyenda Negra continua a vivere, secondo Vox, attraverso quanti ne perpetuano oggi i pregiudizi. La minaccia si annida ora all'interno della nazione: nella sinistra, nei nazionalismi catalano e basco, in una parte della cultura e del mondo accademico, accusati di aver fatto propria una rappresentazione ostile della storia spagnola. Nel lessico di questa battaglia culturale ricorrono parole come "ispanofobia" e, talvolta, la vecchia categoria dell'"Antiespaña".
Durante la campagna elettorale del 2019, alcuni storici, interrogati dal País, ricordarono che nell'VIII secolo la Spagna non esisteva ancora e che le guerre tra regni cristiani e musulmani non erano state combattute per liberare una nazione che sarebbe nata molti secoli dopo. Vox rispose accusando il giornale e gli studiosi di "sputare sulla Spagna" e di mostrare "pochissimo amore per la nostra nazione". Una controversia storiografica sulla Reconquista si trasformava così in una questione di lealtà nazionale.
C'è però un periodo della storia spagnola sul quale Vox sembra meno desideroso di imporre una narrazione condivisa: il Novecento. Repubblica, guerra civile e franchismo occupano nei suoi discorsi uno spazio assai minore rispetto alla Reconquista e all'Impero. I suoi dirigenti hanno sostenuto che il partito non ha una posizione sulla guerra civile e sul franchismo e che ciascuno deve poter interpretare liberamente il passato. Nel 2018 Vox affermava che nessun parlamento può stabilire quale debba essere la lettura della storia. Una professione di pluralismo interpretativo piuttosto sorprendente per un partito che accusa di scarso patriottismo gli storici colpevoli di mettere in discussione il suo racconto della Reconquista. Riecheggia qui, almeno in apparenza, il cosiddetto "patto dell'oblio" che accompagnò la transizione democratica dopo la morte di Franco, quando le principali forze politiche cercarono di sottrarre il passato recente allo scontro politico per favorire la riconciliazione nazionale. Di quello spirito di compromesso Vox sembra però voler recuperare soprattutto ciò che le conviene: la possibilità di contestare le politiche della memoria democratica in nome della libertà di interpretazione, denunciandole come un tentativo di imporre una lettura ufficiale della guerra civile e della dittatura. Pelayo, d'altra parte, è politicamente più maneggevole di Franco. Appartiene a un passato remoto che si presta alla costruzione di un mito delle origini, mentre la dittatura attraversa ancora memorie familiari, vittime, fosse comuni e controversie pubbliche. E poi Franco, a differenza degli eroi della Reconquista, non combatté certo una guerra contro l'Islam. Anzi, coltivò rapporti privilegiati con diversi paesi arabi, si circondò di una guardia personale marocchina e impiegò truppe nordafricane durante la guerra civile. Non proprio il genere di precedenti che si presta a celebrare la secolare resistenza della Spagna cristiana all'invasore musulmano. Vox finisce così per recuperare un racconto della storia spagnola che proprio il franchismo aveva contribuito a consacrare – Pelayo, i Re Cattolici, la grandezza imperiale – preferendo lasciare sullo sfondo la figura del dittatore.
Sul Novecento, sulla guerra civile e sul franchismo imporre una narrazione è più difficile. Ci si rifugia nella libertà di interpretazione
È soprattutto nella celebrazione dell'Impero che questa memoria nazionale supera i confini della penisola iberica. La conquista dell'America diventa uno dei momenti fondativi della Hispanidad, la comunità di lingua, religione e cultura che lega la Spagna ai paesi ispanoamericani. Nel racconto di Vox, l'arrivo degli spagnoli porta con sé il cristianesimo, la lingua, il meticciato e dà origine a una civiltà comune. In Messico, però, gli eroi della conquista spagnola non occupano necessariamente lo stesso posto nel racconto nazionale. Nel marzo 2019 il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador scrisse a Felipe VI chiedendo alla Spagna di riconoscere gli abusi commessi durante la conquista e di presentare le proprie scuse. Ne nacque una controversia diplomatica con Madrid. Mentre López Obrador chiedeva di riconoscere le sofferenze dei popoli indigeni, Vox proponeva di celebrare i conquistatori: nel 2020 presentò in Parlamento una proposta per celebrare il quinto centenario della conquista del Messico e valorizzare nelle scuole la figura di Cortés. L'anno successivo, nel cinquecentenario della caduta di Tenochtitlán, il partito celebrò la vittoria di Cortés e dei suoi alleati indigeni sostenendo che la Spagna aveva "liberato milioni di persone" dal dominio azteco. Nell'ottobre 2021, davanti alla statua di Cortés a Medellín, sua città natale, il deputato di Vox Victor Sánchez del Real celebrò i "solidi fondamenti della Hispanidad" lasciati in eredità dai conquistadores e accusò quanti ne criticavano l'operato di alimentare ancora la Leyenda Negra.
La richiesta di scuse avanzata da López Obrador nel 2019 aveva intanto aperto una controversia destinata a protrarsi ben oltre la fine del suo mandato presidenziale. Madrid non aveva accolto quella richiesta, che continuò a pesare sui rapporti tra i due paesi, tanto che nel 2024 Claudia Sheinbaum, succeduta a López Obrador alla presidenza del Messico, escluse Felipe VI dalla propria cerimonia d'insediamento. Bisognerà attendere il marzo scorso perché il sovrano, visitando a Madrid una mostra dedicata alle donne indigene messicane, riconosca finalmente, bontà sua, che durante la colonizzazione vi furono "molti abusi" ed episodi dei quali non si può certo essere orgogliosi. Sheinbaum ha accolto quelle parole come un gesto di avvicinamento, che avrebbe successivamente definito "un passo molto importante".
Il 25 giugno Felipe VI è tornato in Messico e ha incontrato Sheinbaum nel Palazzo Nazionale. A favorire il riavvicinamento tra i due paesi è stato anche il tardivo riconoscimento, da parte del sovrano, di una realtà che gli storici documentano da decenni. Già nel Cinquecento, del resto, religiosi, giuristi e funzionari della stessa monarchia spagnola mettevano in discussione la legittimità della conquista e denunciavano gli eccessi dei conquistadores. Per trovare alcune delle critiche più severe all'espansione americana della Spagna non occorre dunque rivolgersi ai suoi odierni detrattori: basta leggere ciò che scrivevano gli stessi spagnoli cinque secoli fa.
La visita di Felipe VI in Messico e il (tardivo) riconoscimento degli abusi dei conquistadores. Per Vox ora è più difficile parlare di "nemici della patria"
A distanza di cinque secoli, Cortés continua così a dividere la politica spagnola. Per Vox, abituato a distinguere gli eroi della nazione dai loro detrattori, la distribuzione delle parti era relativamente semplice finché a contestare la versione gloriosa della conquista erano storici, intellettuali o esponenti della sinistra. Ora che anche il re di Spagna comincia a prendere qualche distanza da quel racconto, diventa un po' più difficile stabilire da quale parte stiano i nemici della patria.