Esteri
l'analisi •
Nelle piazze l’intifada globale s’è allargata
I “sionisti” come bersaglio, ma la bandiera della lotta è diventata un vessillo della rivolta in sé, valido per ogni causa

Un momento degli scontri tra manifestanti e polizia, sabato scorso a Torino (LaPresse)
Certi slogan nascono come metafore e finiscono come istruzioni per l’uso: “Globalize the intifada” appartiene a questa categoria. Lo abbiamo sentito gridare rabbiosamente nei campus americani, poi nelle università europee, nelle piazze di Londra, Parigi, Milano, Torino. Lo hanno ripetuto studenti con lo zaino in spalla e docenti con la cattedra, attivisti e qualche parlamentare. Nei talk-show lo si è tradotto con formule rassicuranti: un grido di solidarietà, la rabbia comprensibile di una generazione ferita dalle immagini di Gaza, un eccesso verbale da prendere con indulgenza. Pochi si sono fermati ad ascoltare la parola per quello che vuole dire davvero.
Di fatto, intifada ha un significato preciso: la storia ce lo ha spiegato due volte. La prima, a partire dal 1987, fa riferimento alla stagione palestinese delle pietre, delle molotov, dei coltelli, delle strade israeliane trasformate in campo di battaglia. La seconda, dal 2000, indica quella degli autobus saltati in aria, delle pizzerie, delle discoteche, dei ragazzi imbottiti di esplosivo e mandati a morire uccidendo, nonostante sul tavolo ci fosse una proposta israeliana di pace: la migliore delle tante rifiutate dai palestinesi.
Chiedere di globalizzare l’intifada equivale perciò a chiedere che quel metodo esca dai confini mediorientali e diventi un linguaggio universale: la violenza come scelta politica, la distruzione come prova di sincerità, il nemico come categoria da colpire ovunque si trovi.
Chi in questi anni l’ha invocata aveva in mente un bersaglio: i “sionisti”. Parola elastica, comoda, che col trascorrere dei mesi ha finito per indicare la sinagoga del quartiere, il ristorante kosher, lo studente con la kippah, la docente che si rifiutava di firmare l’appello, il ricercatore israeliano da disinvitare dal convegno. Gli ebrei, insomma, con un vocabolo che permette di colpirli senza doverli nominare. L’intifada globale doveva essere una violenza selettiva, dosata, mirata. Un’arma da maneggiare senza ferirsi, perché puntata sempre su qualcun altro. E’ la più antica delle illusioni. Lo si è detto tante volte e, ogni volta, lo si dimentica: ciò che comincia con gli ebrei raramente finisce con gli ebrei. L’odio antiebraico è sempre stato un laboratorio. Lì si sperimentano le tecniche, si collaudano le giustificazioni, si abitua l’opinione pubblica all’idea che certe persone, certi luoghi, certe vite siano bersagli legittimi. Poi il laboratorio apre i battenti e la produzione passa su scala industriale. Hannah Arendt osservava che nella violenza il mezzo tende sempre a sopraffare il fine e che chi la impugna per uno scopo si ritrova presto al servizio della violenza stessa. Chi ha legittimato la rivolta contro i “sionisti” ha legittimato la rivolta. Punto. Il resto lo decide chi scende in piazza.
E chi scende in piazza ha deciso. I fatti di queste settimane li conosciamo tutti. Basta guardare i bersagli: scuole, librerie, un municipio ottocentesco, i centri storici delle nostre città. Sono i luoghi in cui una società trasmette ciò che è: il sapere, la memoria, le regole che rendono possibile vivere insieme. L’intifada vera non ha mai costruito nulla. Ha sempre e solo distrutto. Ed è coerente che la sua versione esportata se la prenda con gli stessi simboli, qui da noi.
Poi c’è la divisa. Bandiere palestinesi e volti coperti dalla kefiah o dal cappuccio, persino nei cortei che dichiaravano di protestare contro il prezzo della benzina, le bollette, le aule. Qualcuno si è stupito: che c’entra la Palestina con il carovita? Niente, appunto. Ed è proprio questo a dirci che la profezia si è avverata. Quella bandiera è diventata il vessillo della rivolta in sé, valido per ogni causa. E la kefiah è l’uniforme di chi vuole sentirsi combattente, a prescindere. Lo si è visto sabato 24 ottobre a Milano, dove la saldatura è diventata esplicita: il presidio pro Pal convocato “contro la guerra, il genocidio, l’imperialismo e il sionismo” si è fuso con il corteo contro il carovita, oltre diecimila persone in un’unica marcia. Questa volta senza scontri, anche grazie alla sorveglianza di un imponente dispositivo di sicurezza. A Torino, invece, è andata diversamente: contro la polizia sono volati razzi e bottiglie.
La causa, ormai è palese, cambia di settimana in settimana, ma il metodo resta identico. Questo significa globalizzare un’intifada: separare il gesto dal suo contesto e renderlo disponibile a chiunque abbia voglia di rompere qualcosa.
Ora la domanda più scomoda. Chi sono questi pseudo-combattenti? Le cifre dei fermati, in Francia come a Torino, parlano chiaro: in larghissima maggioranza minorenni. Quindici, sedici, diciassette anni. A volte meno.
Per tre anni ci è stato insegnato un lessico preciso. Nella Convenzione Onu del 1989 è bambino chiunque abbia meno di diciotto anni. E’ una definizione giuridica sensata, nata per proteggere. Nel racconto della guerra di Gaza è diventata anche altro: uno strumento retorico formidabile, tanto che nella contabilità dei morti il diciassettenne con il fucile e il neonato finiscono nella stessa colonna, sotto la stessa parola, con lo stesso carico emotivo. Chi provava a distinguere, chi ricordava che organizzazioni come Hamas addestrano adolescenti nei campi estivi e li mandano a combattere, veniva accusato di disumanità. Il sedicenne armato doveva restare un bambino, cioè una vittima per definizione, priva di volontà, incapace di scegliere.
Bene. In queste settimane i “bambini” ci hanno mostrato di cosa sono capaci. Hanno dato fuoco ai licei. Hanno cosparso di benzina un insegnante. Hanno preso d’assalto le librerie, tirato sassi e bombe carta contro gli agenti, saccheggiato negozi, appiccato incendi. Lo hanno fatto con metodo, in gruppo, coordinandosi sui social, scegliendo i bersagli. Chiamarli bambini sarebbe un insulto alla loro intelligenza prima ancora che alla nostra.
Il diritto, più onesto della retorica, lo sa da tempo. In Italia si risponde penalmente dai quattordici anni, se si è capaci di intendere e di volere. In Francia la soglia di presunzione del discernimento è fissata a tredici. Il legislatore ha preso atto di una realtà che ogni insegnante conosce o dovrebbe conoscere: un quindicenne sa benissimo che cosa significa bruciare una scuola. Sa che è grave e, forse, proprio per questo lo fa. Soprattutto se quella scuola ha deciso di non frequentarla.
Riconoscere che un adolescente è responsabile delle proprie azioni non toglie nulla al dolore per i bambini veri, quelli piccoli, che muoiono nelle guerre senza aver mai scelto niente. Al contrario: è l’unico modo per prendere sul serio quel dolore. Quando la parola bambino copre tutto, dal neonato al miliziano, smette di proteggere chiunque. E c’è qualcosa di profondamente sprezzante nel negare agli adolescenti la capacità di agire. Significa trattarli come oggetti, come strumenti nelle mani di altri, incapaci di scelta morale. E’ lo stesso disprezzo con cui le organizzazioni terroristiche li usano.
Resta il problema degli adulti. Perché è vero che questi ragazzi sono responsabili, ma è anche vero che qualcuno li ha educati. L’iconografia della rivolta ha radici lunghe. Dalla prima intifada in poi, l’Occidente ha coltivato con devozione l’immagine del ragazzo con la pietra davanti al carro armato. Fotografie premiate, copertine, manifesti appesi nelle aule universitarie. Il giovane che lancia il sasso era l’eroe, il soldato l’oppressore e la domanda su chi avesse messo quel sasso in mano a un dodicenne non veniva mai posta. Abbiamo insegnato a intere generazioni che quel gesto era bello, giusto, perfino poetico. Oggi il ragazzo con la pietra lo troviamo in piazza Castello a Torino e il carro armato è un blindato della polizia. Ha imparato la lezione.
Gliel’hanno impartita in molti. Le assemblee scolastiche dedicate alla “resistenza” senza contraddittorio. Gli atenei occupati, con i rettori pronti a trattare con chi impediva ad altri di parlare. Gli intellettuali che spiegavano che la rabbia va compresa, contestualizzata, mai condannata senza un “però”. I politici che sfilavano accanto a chi gridava che la lotta è legittima con ogni mezzo. Gli insegnanti che sui social giustificavano tutto, purché la violenza fosse diretta dalla parte giusta. Ognuno ha aggiunto un tassello. Nessuno si è sentito responsabile dell’edificio.
Qualcuno, secondo gli investigatori, avrebbe fatto di più che aggiungere un tassello. Dietro la pagina Instagram “Movimento 17 ottobre”, nata all’indomani degli scontri e diventata in poche ore il megafono della mobilitazione, ci sarebbe un trentenne: Youssef Siher, attivista pro Pal, laureato, con un master in Scienze politiche all’Università di Milano e studi sull’islam politico. Ora è indagato: spetterà ai giudici stabilire le sue responsabilità. Ma se confermato, il quadro è eloquente: in strada i quindicenni con la kefiah, dietro lo schermo un adulto colto, giornalista freelance formato nelle nostre università, che conosce benissimo il peso delle parole.
C’è poi un’ultima ipocrisia, forse la più grave. Molti di coloro che oggi si dicono sconvolti dalle devastazioni sono gli stessi che, per tre anni, hanno guardato con indifferenza le aggressioni agli ebrei nelle nostre città, le scritte sui muri delle sinagoghe, gli studenti ebrei costretti a nascondere la stella di David, le comunità che chiedevano protezione e venivano accusate di vittimismo. Finché la violenza colpiva loro, era un dettaglio, un effetto collaterale comprensibile. Adesso che colpisce le librerie di tutti, le scuole di tutti, i municipi di tutti, si scopre che la violenza è un problema. Gli ebrei europei lo dicevano da tempo. Erano il segnale d’allarme, il canarino nella miniera. Lo si è lasciato soffocare e adesso il gas è arrivato in tutte le gallerie.
Gli israeliani questa lezione l’hanno imparata sulla propria pelle in quarant’anni di intifade. Sanno che la violenza politica, una volta accettata come linguaggio, educa i giovani prima di tutto. E che ricostruire una cultura del rispetto richiede generazioni. Sanno anche che chi insegna a un ragazzo a odiare un nemico, gli insegna a odiare in generale. L’Europa ha preferito credere che quella fosse una storia lontana, mediorientale, estranea alle sue scuole e alle sue piazze.
Ora la storia è qui. Chi voleva globalizzare l’intifada è stato accontentato. La immaginava come una freccia puntata su qualcun altro, invece si è rivelata un incendio. E adesso avvolge tutti.
Dalla prima intifada in poi, l’occidente ha coltivato con devozione l’immagine del ragazzo con la pietra davanti al carro armato. Oggi il ragazzo con la pietra è in piazza Castello a Torino e il carro armato è un blindato della polizia
Adesso che colpisce le librerie di tutti, le scuole di tutti, i municipi di tutti, si scopre che la violenza è un problema. Gli ebrei europei lo dicevano da tempo. Erano il segnale d’allarme, il canarino nella miniera