La scommessa di Lula è il rush finale al voto senza i soldi di Caracas

Senza i petrodollari venezuelani e con il vecchio sistema di finanziamento ormai saltato, Lula affronta il rush finale contro Flávio Bolsonaro. Per il Pt la rimonta passa anche dalla capacità di mobilitare nuovi sostegni economici, mentre l’alleanza con Caracas non è più una risorsa

22 OTT 26
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Foto LaPresse

Finiti i tempi delle vacche grasse. Chiuso per sempre il rubinetto dei petrodollari venezuelani. Per tentare una spettacolare rimonta nel ballottaggio del 25 ottobre in Brasile, il Partido dos trabalhadores (Pt), ora che la forbice con la destra estrema di Flávio Bolsonaro sembra, stando ai sondaggi, si stia restringendo tanto da far prevedere un risultato al fotofinish, non può contare sull’alleanza politica con Caracas che nell’epoca delle prime due presidenze Lula (2002-2011) ma anche dopo, durante il difficile governo di Dilma Rousseff (2011-2016), bastava da sola a sollevare da non poche preoccupazioni chi, nel Pt, doveva occuparsi della copertura economica delle operazioni da ultimo minuto nel mercato elettorale.
Ufficialmente in Brasile tutti i costi delle campagne sono coperti dal Fundo partidário, risorse pubbliche amministrate per legge dal Tribunale supremo elettorale. Benefattori privati che dichiarino finanziamenti non ce ne sono. Ma di fatto per decenni l’ex Venezuela saudita e l’azienda pubblica del petrolio Petróleos de Venezuela, bancomat del regime chavista e della sua diplomazia continentale, sono state una mano tesa su cui il Pt poteva contare. Quella mano è stata ormai ritratta da tempo.
I soldi del petrolio venezuelano sono stati definitivamente tolti alla macchina di Lula da Donald Trump, per interposta Delcy Rodriguez, la presidente ad interim alla quale l’Amministrazione americana sta concedendo di non convocare per ora le elezioni in Venezuela. Delcy non dispone liberamente di nemmeno una goccia di quel petrolio. Peraltro i suoi rapporti con Brasilia sono pessimi già da una decina d’anni. Il governo Lula non ha mai riconosciuto la presidente ad interim, arrivata al potere dopo l’operazione della Delta Force contro il capo del regime Nicolás Maduro il 3 gennaio scorso. Ma lo screzio con lei viene da lontano. Lula disprezza Delcy dai tempi in cui Maduro, considerandola con scarsa lungimiranza una sua fedelissima, la nominò ministro degli Esteri nel Natale del 2014. Troppo cubanoide la Rodriguez per risultar digeribile alle esigenze della diplomazia lulista. L’Itamaraty, la Farnesina brasiliana, già allora raffreddò i rapporti con il Minrex venezuelano, nel frattempo interamente cubanizzatosi. Con l’arresto di Maduro la rottura è stata definitiva.
La provvidenza chavista, che in qualche modo anche negli ultimi anni dopo la morte di Chávez nel marzo del 2013 un aiuto lo dava, non è stata sostituita. S’è seccato anche il fiume di quattrini che, dopo essersi ingrossato con gli investimenti di grandi imprese private brasiliane con appalti miliardari in Venezuela, in qualche modo a Brasilia tornava. Il sistema della multinazionale Odebrecht, per dirne una, è saltato. L’immediato effetto cash che a Brasilia garantivano alcuni investimenti nei campi petroliferi dell’Orinoco si è volatizzato.
Le inchieste giudiziarie che negli ultimi hanno raso al suolo la classe imprenditoriale brasiliana, assieme a una buona parte della classe politica, hanno tagliato anche le radici sotterranee di cui si nutrivano le campagne elettorali. Questo ha costretto la destra a riorganizzarsi, ma ha colpito duro anche a sinistra.
Il lulismo è un’arte politica che ha trionfato segnando un’epoca in Brasile. Ma è un’arte con dei costi. Grandi iniezioni di capitale privato in piani monumentali di costruzione di infrastrutture, sfruttamento intensivo di straordinarie risorse naturali, ridistribuzione della ricchezza attraverso assistenza diretta e una pioggia di incentivi al consumo che ha creato una nuova classe di consumatori ma chiede anche di fidelizzarli come elettori.
Si sono mobilitati per Lula i Moreira Salles, i più grandi banchieri del Brasile. La loro Unibanco-Itaú è la più grande banca privata dell’America latina. I Moreira Salles sono una grande famiglia progressista brasiliana, il cui capostipite, Walter, fondatore di Unibanco, ministro delle Finanze e poi ambasciatore negli Stati Uniti negli anni Sessanta, è considerato il fondatore del sistema bancario moderno in Brasile. Sono anche un potente impero che del mecenatismo ha fatto con orgoglio una bandiera di militanza, l’Instituto Moreira Salles a Rio è la casa delle meraviglie. João Moreira Salles, documentarista (in Italia è più conosciuto suo fratello Walter, regista e produttore cinematografico), fondatore e finanziatore della rivista culturale Piauí ha lanciato un accorato appello per Lula.