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Lula s’è perso gli “ex poveri”, ora votano in massa la destra di Bolsonaro
In vista del ballottaggio del 25 ottobre, a far tremare il presidente è il voto a destra di quella enorme fascia sociale di brasiliani passati negli ultimi vent’anni dalla miseria nera al basso reddito. E’ stato l’artefice della loro emancipazione sociale, ma a vent’anni di distanza non ha saputo intercettare i loro desideri
20 OTT 26

Foto Lapresse
E’ brutto a ottant’anni sbagliare l’ultima campagna elettorale della tua vita. In vista del ballottaggio del 25 ottobre, a far tremare il presidente Lula Da Silva è il voto a destra degli ex poveri, di quella enorme fascia sociale di brasiliani passati negli ultimi vent’anni dalla miseria nera al basso reddito. Il “presidente operaio”, il leggendario fondatore del Partido dos trabalhadores (Pt), s’è fermato al secondo posto al primo turno il 4 ottobre scorso e ha perso 3 milioni e 400 mila voti rispetto alle elezioni del 2022 anche e soprattutto perché non ha capito gli individui della nuova classe sociale che i suoi governi hanno creato. E’ stato l’artefice della loro emancipazione sociale, il regista del miracolo del boom brasiliano del 2003. Nei primi suoi due mandati, dal 2002 al 2010, Lula ha saputo surfare con abilità politica straordinaria sulla crescita economica permessa da una serie di congiunture favorevoli drogate dall’impennata dei prezzi delle materie prime di esportazione sui mercati internazionali. Ha ridistribuito quella ricchezza, ha tirato fuori milioni di brasiliani dalla fame, dalla miseria nera, gli ha costruito delle case, le riempite di elettrodomestici. Ma a vent’anni di distanza non ha capito cosa sono diventate quelle persone, non ha intuito in tempo le loro aspirazioni, non ha saputo intercettare i loro desideri.
Peggio. Ha dato l’impressione di disprezzare i loro sogni, di essere d’accordo con quelli che negli ultimi mesi li hanno liquidati come “pobres de dereita”, poveri di destra. Ai “pobres de dereita” la sinistra lulista ha detto: ma dove volete andare, siete nulla e vi atteggiate a ridicoli amministratori delegati di voi stessi. Come fossero solo dei patetici illusi con un piede ancora nel fango, privi di coscienza di classe, che vivono affogati nello schermo del loro smartphone cinese pensando a come diventare Elon Musk.
E loro – che sono la famigerata fascia C della geografia sociologica brasiliana, la classe medio-bassa periferica, ossia la pancia del paese – hanno votato in massa Flavio Bolsonaro, lo scalmanato figlio dell’ex presidente pistolero Jair, in galera e non candidabile per l’assalto al Congresso nel 2016 in stile Capitol Hill.
Bolsonaro è capace di illuderli perché sa interpretare i loro sogni. E ha preso il 47 per cento dei voti totali, 5 milioni di voti assoluti in più rispetto a quelli avuti da suo padre nel 2022. E’ incredibile ma Lula, il sindacalista che fece sobbalzare Barack Obama in un corridoio londinese (“invidio e amo quest’uomo, è il politico più popolare della Terra”, disse Obama al G20 del 2009) con la nuova classe prodotto del suo miracolo economico e sociale ha sbagliato tutto.
I voti mancati a Lula nel primo turno sono stati soprattutto quelli delle periferie urbane che vivono nei social. Molti di loro l’hanno votato ancora nel 2022 ma stavolta hanno scelto il modello pistolero della destra.
Lula ha ancora l’appoggio pieno dei poverissimi (Fascia E: 54,4 per cento Lula e 39,6 per cento Bolsonaro, fonte: Tribunale superiore elettorale/Ibge) e ha guadagnato voti nelle fasce colte di reddito alto. Ha fatto il pieno di voti nelle ali estreme dell’arco sociale. Ma ha perso il consenso dei miracolati dei suoi primi due mandati (Fascia C: 53,5 per cento Bolsonaro e 37,2 per cento Lula).
Quel grande pezzo di Brasile vuole consumare di più e meglio, vuole poter contare su entrate magari non sicure ma più alte. Sono giovani per la maggior parte questi neo bolsonaristi, figli di ex poveri che vogliono continuare la loro ascesa sociale e la vogliono rapida. Non è interessante per loro il welfare promesso dal Pt perché non è allettante per loro pensare che, lavorando sodo, arriveranno a 50 anni a essere il capo reparto di un supermercato o di un grande magazzino. Non gliene importa molto della giornata lavorativa non superiore alle otto ore, della possibilità della pensione, del diritto al mese di ferie pagate. Non vogliono essere impiegati, non vogliono vivere da dipendenti. Sognano di farcela da soli. Si chiama uberizzazione. Ti dicono “con il mio Uber lavoro venti ore al giorno se voglio e compro una auto nuova, non mi interessa il posto fisso”, che poi fisso non è mai, non più e da tanto tempo.
Sono l’espressione di una nuova aspirante middle class culturalmente evangelica con una fortissima propensione all’imprenditoria individuale, all’idealizzazione del mercato contro le inefficienze dello stato. Vogliono soldi, tanti soldi e non li spaventa il Far west del tutti contro tutti spacciato per “l’Eldorado delle possibilità” dalla demagogia di destra. Che poi è l’unica alternativa offerta dal mercato elettorale brasiliano al carrozzone del Partido dos trabalhadores percepito dai neo bolsonaristi come un Jurassik Park per veterosocialisti.
Un dato dà l’idea del clima. Giovedì scorso il Senato brasiliano ha votato una legge voluta dal Pt per ridurre la settimana lavorativa di molte categorie a cinque giorni. La novità riguarda trenta milioni di persone, eppure non riesce a imporsi come tema nella guerra di propaganda per il secondo turno. Bolsonaro ha stravinto nella zona dell’agrobusiness, la terra dei grandi proprietari terrieri, s’è preso oltre al ricco sud-est tutta l’area della frontiera della soia. Ma ha avuto moltissimi voti anche nello stato di San Paolo, l’area più ricca dell’intera America latina che da sola produce più ricchezza che l’intera Argentina. San Paolo non è mai stato un feudo lulista, ma nell’èra politica precedente vinceva il Partido da social democracia brasileira (Psdb), la destra tradizionale, la destra degli imprenditori, la destra presentabile. Ora lo stato di San Paolo è interamente bolsonarista. Due milioni di voti, dei 3,4 persi da Lula, si sono volatizzati nel sud-est.
Mai nella storia brasiliana chi è arrivato in vantaggio al primo turno ha poi perso il ballottaggio. Solitamente chi vince al primo turno nello stato di Minas Gerais conquista la presidenza. Stavolta a Minas ha vinto la destra. La strategia dichiarata dal Pt è recuperare i voti degli astenuti, non si capisce bene quali perché l’astensione è stata bassa. L’ultimo sondaggio dà due punti di vantaggio a Bolsonaro.
