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Tre modi per contrastare la guerra ombra di Putin all’Europa
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha avanzato la proposta di istituire un Consiglio europeo di sicurezza e un protocollo di sicurezza d’emergenza per far fronte all’eventualità di un attacco con vittime, eventualità destinata prima o poi a diventare realtà, visti gli attacchi russi sempre più audaci. Gli stati membri dell'Ue discutono su come gestire l’escalation. E’ una buona notizia. Ma l’Europa deve guardare in faccia tre dure verità
21 OTT 26

(Foto Getty)
Un drone carico di esplosivo colpisce un aereo cargo all'aeroporto di Lipsia. Pochi giorni dopo, la Polonia scopre un complotto per uccidere a Varsavia un cittadino statunitense-ucraino. L’Estonia indica la Russia come mandante di un incendio doloso in una fabbrica di robotica. Un altro rogo doloso, stavolta contro un’organizzazione benefica lettone che aiuta l’Ucraina. Tutto questo nel solo mese di agosto. Da aggiungere alla lista di attacchi “ibridi” russi contro l’Europa, sospetti o accertati: il piano per assassinare un dirigente di Rheinmetall, gli esplosivi su un aereo cargo della Dhl, i cavi tranciati nel Mar Baltico, le ferrovie sabotate in Polonia, i droni che hanno paralizzato gli aeroporti in Belgio e in Danimarca.
Lo schema è inequivocabile. La Russia sta conducendo, e intensificando, una guerra ombra contro l’Europa. Una guerra che mira a spaventare e intimidire gli europei per indurli a ritirare il sostegno all’Ucraina, ma che serve anche a mettere alla prova le nostre risposte, sia operative sia politiche. A forza di tastare il terreno, Mosca ottiene informazioni preziose per i suoi pianificatori militari. La guerra ombra contro l’Europa fa parte dello stesso copione della guerra cinetica contro l’Ucraina.
L’Europa se n’è accorta. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha avanzato la proposta di istituire un Consiglio europeo di sicurezza e un protocollo di sicurezza d’emergenza per far fronte all’eventualità di un attacco con vittime, eventualità destinata prima o poi a diventare realtà, visti gli attacchi russi sempre più audaci. Gli stati membri dell'Ue discutono su come gestire l’escalation. E’ una buona notizia. Ma l’Europa deve guardare in faccia tre dure verità.
La prima: l’etichetta “ibrido” è diventata parte del problema. Comprende di tutto, dal disturbo dei segnali Gps agli incendi dolosi, dalla disinformazione agli omicidi. Questa definizione onnicomprensiva sminuisce la pericolosità degli attacchi, alcuni dei quali potrebbero essere considerati terrorismo di stato, altri sono cinetici. Rende inoltre più difficile giustificare davanti alle opinioni pubbliche europee una risposta robusta. Con l'etichetta “ibrido” collochiamo questi attacchi in un cassetto separato rispetto all’aggressione armata, quando invece potrebbero essere il preludio di un’aggressione armata.
Nel periodo precedente l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, nel febbraio del 2022, la Russia aveva condotto contro Kyiv un’ampia gamma di attacchi “ibridi”. Col senno di poi, comprendiamo che servivano a preparare il terreno all’invasione. Erano parte integrante dei piani d’attacco, non una serie di azioni separate. Possiamo permetterci di leggere in modo diverso gli attacchi “ibridi” della Russia contro l’Europa?
La seconda: l’Europa ha investito molto nella deterrenza per negazione. Mettiamo in sicurezza i cavi sottomarini, installiamo radar per il rilevamento dei droni, rafforziamo le difese informatiche per proteggerci dagli attacchi. Rafforzare la resilienza è utile, ma non basta. Vladimir Putin non si fermerà perché vede che le nostre infrastrutture critiche sono protette. Si impegnerà ancora di più. E alla Russia basta riuscire una volta sola, mentre noi dobbiamo riuscire sempre. La resilienza non è una strategia sufficiente. Serve la deterrenza per punizione. Mosca deve vedere che i suoi attacchi provocheranno una ritorsione dal costo così alto da rendere l’attacco non conveniente.
Finora l’Europa ha fatto poco per dissuadere attraverso la punizione. L’attacco con il drone a Lipsia ne è un esempio. Berlino è stata esemplare nella decisione di attribuire l’attacco alla Russia in termini chiari e inequivocabili. Ma poi la risposta è stata soprattutto diplomatica: chiusura del consolato di Bonn e della Casa russa a Berlino, espulsione di agenti dell’intelligence sotto copertura diplomatica, convocazione dell’ambasciatore russo. Misure tutte utilissime, ma hanno davvero imposto un costo significativo alla Russia? Non c’è dubbio che Mosca abbia preso nota della risposta. Un tentativo di far saltare in aria un aereo in Europa ha portato a una ritorsione diplomatica. Ecco come funziona il sondaggio: la Russia verifica una soglia, osserva la reazione e calibra l’attacco successivo. Più debole è la risposta, più forte sarà la spinta russa. Berlino ha senza dubbio calibrato la sua risposta per imporre un costo evitando l’escalation. Ma ciò che sembra una mossa di de-escalation è in realtà una mossa di escalation, perché la conclusione che Mosca ne trae è che la prossima volta potrà spingersi più in là e con più forza.
Per l’Europa è un problema il fatto che spesso non siamo disposti a ricorrere a contromisure simmetriche contro la Russia. Viviamo in stati democratici fondati sullo stato di diritto: gran parte di ciò che fa la Russia ci è precluso, non uccideremo imprenditori russi né faremo esplodere aerei cargo russi.
Possiamo però rispondere con decisione in modo asimmetrico, colpendo Mosca senza arrivare all’azione cinetica. Un copione europeo deve concentrarsi su questi punti di pressione. Aumentare il sostegno militare all’Ucraina, per esempio fornendole i missili da attacco in profondità Taurus, è un passo ovvio. Gli ucraini sono pronti a rispondere colpo su colpo: noi possiamo dare loro i mezzi. Confiscare i beni russi congelati per darli all’Ucraina potrebbe essere un’altra risposta, così come smantellare la flotta ombra russa. Il dominio cibernetico offre molte occasioni per colpire con forza.
La terza: in tutti gli attacchi russi è implicita la minaccia di un’escalation. La Russia sfida l’Europa a reagire avvertendo di essere pronta a intensificare lo scontro. Fa leva sui timori dei paesi europei che la situazione sfugga di mano e degeneri in uno scontro armato. Ma le minacce di escalation della Russia sono in gran parte un bluff. Mosca ha una lunga storia di ritirate di fronte a una reale resistenza. Quando nel 2015 la Turchia abbatté un Su-24 russo, Mosca fece un po’ di rumore ma si affrettò a ridurre la tensione e a normalizzare le relazioni con Ankara. In Ucraina, la guerra può essere letta come una lunga litania di minacce, dagli attacchi in Crimea ai carri armati Leopard, dagli Himars agli F-16, mai tradotte in realtà una volta superate le presunte linee rosse della Russia. Mosca aveva minacciato conseguenze anche a Finlandia e Svezia per l’ingresso nella Nato, ma non ne è venuto fuori nulla. Altrettanto vuote le minacce di ritorsione contro Francia e Regno Unito per il sequestro di petroliere della flotta ombra.
Nell’elaborare un copione per contrastare la guerra non dichiarata della Russia, l’Europa deve chiamare le cose con il loro nome. Questi attacchi non sono ibridi, ma parte di una guerra non dichiarata contro l’Europa. La resilienza è parte della risposta, non l’intera risposta. Per dissuadere Mosca, l’Europa deve imporre costi reali, che facciano male. E ciò è possibile solo se smascheriamo il bluff della Russia.
Fredrik Wesslau, senior Policy Fellow presso l’European Council on Foreign Relations