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La guerra è già in corso, ma la difesa europea a che punto è?
L’invasione russa dell’Ucraina ha solo fatto emergere il conflitto, che era aperto da tempo. Dal fronte aereo scoperto al contrasto franco-tedesco alla nuova nicchia industriale italiana. Un'analisi
21 OTT 26

Foto Ansa
Siamo pronti a combattere, dice il comandante supremo della Nato, il generale americano Alexus Grynkewich. Pronti anche adesso, se attaccati. Ma siamo davvero tutti pronti? E’ pronta l’industria europea che deve fornire i mezzi fondamentali non tanto per rintuzzare un eventuale attacco russo, ma per sostenere una fase probabilmente lunga fatta di difesa e contrattacco? Siamo pronti, lo hanno detto anche i capi delle forze speciali che si sono riuniti per tre giorni a Roma all’Hotel Cavalieri, in cima a Monte Mario. L’associazione delle Sof (Special Operational Forces) raccoglie i rappresentanti delle élite combattenti americane, europee, occidentali. Per l’Italia erano presenti i grossi calibri delle forze armate oltre al ministro Guido Crosetto. Tra gli americani è da segnalare l’ammiraglio Frank “Mitch” Bradley, già gran capo dei Navy Seals, o il tenente generale Richard Angle, comandante in Europa.
Il dibattito ufficiale e ancor più gli scambi ufficiosi di informazioni e idee, hanno confermato alcuni dati di fatto. Il primo è che la guerra è in corso, il conflitto chiamato in tanti modi è stato aperto dalla Russia ben prima della invasione dell’Ucraina, dopo la quale è emerso alla luce del sole. Con la Cina è aperta una sfida di lungo periodo, ma al di là delle chiacchiere e delle scomposte mosse di Trump, gli ambienti della difesa non hanno dubbi: il nemico oggi è di nuovo al Cremlino. Alcuni paesi europei si stanno già preparando al peggio. Le frontiere della Polonia e della Romania vengono fortificate, gli ospedali potenziati, le popolazioni invitate a dislocarsi all’interno, appaiono campi minati, mentre è ormai certo che il prossimo attracco russo, se Putin ne avrà la forza e non ci sarà una svolta, avverrà in Moldavia di qui a due anni. E’ uno scenario estremamente ravvicinato, non c’è molto tempo per adeguare e potenziare le forze armate. Quel che accade nell’industria bellica diventa quindi fondamentale e qui emergono conflitti interni e gelosie, si aprono trabocchetti politici e industriali.
L’invasione russa dell’Ucraina ha solo fatto emergere il conflitto, che era aperto da tempo. Con la Cina prosegue una sfida di lungo periodo, ma al di là delle chiacchiere e delle scomposte mosse di Trump, gli ambienti della difesa non hanno dubbi: il nemico oggi è di nuovo al Cremlino
“Il fronte più scoperto è la difesa aerea”, ha dichiarato il ministro Crosetto al Foglio. La dipendenza dagli Stati Uniti è pressoché completa. L’Europa ha sviluppato missili competitivi, con il consorzio Mbda (Airbus, Bae e Leonardo), ma non ha nessuno scudo tipo l’israeliano Iron Dome. Il progetto superjet vuole proprio colmare uno dei vuoti anche se nel medio periodo. L’Italia, la Gran Bretagna e il Giappone intendono costruire il cacciabombardiere di sesta generazione che tenga testa ai nuovi F-35. Il governo britannico ha aperto le porte alla Germania, rimasta sola dopo che è saltato un altro accordo con i francesi, il professo Scaf, per contrasti insanabili tra Airbus a guida tedesca e Dassault. In ballo la divisione della torta, ma soprattutto il comando, questione chiave che si ripropone anche per il programma Gcap con Bae, Leonardo e Mitsubishi, ciascuno con il proprio 33 per cento. Berlino non intende entrare come fornitore, ma vuole la sua quota. Leonardo non pone veti, ha dichiarato l’amministratore delegato Lorenzo Mariani. Tuttavia occorre ricominciare da capo, dividere il pacchetto in quattro, soprattutto chiarire chi fa che cosa, non si tratta solo di scambiarsi le azioni, ma di riempire le fabbriche – obiettivo ad alto contenuto politico-sociale. L’ultima parola, dunque, spetta a palazzo Chigi. Quel che vale per i jet vale anche per i panzer.
Leopardi o pantere? In natura sono identici, a parte il mantello maculato per gli uni e nero per le altre, nell’industria sono rivali. E’ stato firmato il contratto per la prima tranche dell’accordo tra Leonardo e Rheinmetall destinato a sviluppare l’intera famiglia di veicoli destinati all’Esercito, un programma del valore complessivo di circa 23 miliardi di euro, la prima tranche in fase di avvio vale circa 5 miliardi e comincerà a produrre pantere, mentre il resto d’Europa preferisce i leopardi. Come mai? Tutto comincia con il contrasto franco-tedesco che mette fine al progetto MGCS per un carro armato di prossima generazione. I francesi si ritraggono e potenziano i loro Leclerc, mentre i tedeschi lavorano al successore del Leopard 2. La parte del leone (scusate per questo zoo di feroci felini) spetta alla Knds, nata dall’unione tra Krauss-Maffei Wegman e la francese Nexter Systems; un ruolo importante, ma non centrale, svolge anche la Rheinmetall. Tra i due gruppi tedeschi della difesa c’è una gran differenza: nella Knds il governo di Berlino sta acquisendo dalle famiglie Bode e von Braunbehrens il 40 per cento, lasciando loro il 10 per cento; il governo francese avrà il restante 40 per cento. La Rheinmettall, invece, è una public company quotata in borsa, che da gran produttore di munizioni si sta espandendo alla vasta gamma di mezzi per la difesa. E non ci sta a fare da junior partner. A questo punto entra in ballo l’Italia.
Nel 2023 il governo Meloni annuncia di voler acquistare la nuova versione del Leopard e di un certo numero di piattaforme derivate, tra 125 e 250 esemplari, per una spesa (che include anche altre voci) di circa 4 miliardi di euro. Vengono firmati documenti per avviare le procedure, non proprio contratti di nozze, ma poco ci manca. Senonché nel giugno 2024 tutto salta. Come mai? La risposta italiana è che l’impresa nazionale, la Oto Melara, avrebbe avuto un ruolo troppo secondario mentre Giorgia Meloni dice chiaro e tondo che il rafforzamento della difesa (riarmo secondo l’opposizione) deve vedere l’industria italiana come protagonista. A questo punto scende in campo la Rheinmetall, che attraversa una fase di bonanza in borsa e si propone come partner per un programma diverso: non solo il Panther, un carro di nuova generazione altamente tecnologico, ma anche veicolo leggeri, il Lynx; insomma linci insieme alle pantere, lo zoo s’allarga?
Non pochi restano sorpresi dalla svolta. L’Italia non rischia di abbandonare il mainstream, cioè i Leopard, per collocarsi in una nicchia industriale e militare, a prescindere dalle considerazioni tecnologiche o alle gare feline? Quale mercato può aprirsi ai nuovi veicoli se in Europa prevale una diversa piattaforma? Il carro tricolore può marciare da solo? La risposta del governo, dei vertici militari e di Leonardo è che l’Italia con Rheinmetall ha un ruolo nettamente più ampio e tecnologicamente ricco. Quanto agli sbocchi di mercato, non si tratta di guardare solo ai paesi europei, soprattutto centro-orientali, ma all’Asia, al Sud America e in particolare al Brasile, insomma fuori dal Vecchio Continente; non un’impuntatura sovranista, ma un’apertura verso partner che non vogliono contare più soltanto sugli Stati Uniti subendo il loro predominio. Ci sono già intese di massima o siamo solo alle grandi speranze?
Il Panther KF51 della Rheinmetall sarà la base per il nuovo carro da combattimento (IMBT) che sostituirà il vecchio Ariete; vi lavorerà la Oto Melara a La Spezia. La sede sociale è a Roma. L’accordo prevede che il 60 per cento delle attività vengano sviluppate in Italia, più di quel che offriva la KNDS per il Leopard, sostiene il governo. Eppure due anni fa scriveva: “Anche se il programma riguarda l’acquisizione di mezzi già esistenti e individuati, di produzione tedesca, la sua realizzazione avrebbe un positivo impatto sulle piccole e medie imprese italiane, creando un indotto orientato alla crescita tecnologica”. Il documento evocava “una partnership internazionale di lungo periodo, la possibile delocalizzazione della produzione di componenti in Italia e la fornitura di manodopera per gli interventi sui siti che ospiteranno i mezzi”. Il piano complessivo con Rheinmetall presentato alle commissioni Difesa di Camera e Senato prevede l’acquisizione di 272 pantere oltre a 1.050 mezzi cingolati da combattimento per la fanteria (le linci). Per ora c’è un finanziamento di 8 miliardi di euro, tanti quanti ne sono stati tagliati da Giancarlo Giorgetti nel bilancio 2027. All’incertezza di mercato s’aggiunge così un dubbio sistemico: i soldi ci sono? E chi paga?