Esteri
Europa ore 7 •
Bilancio dell’Ue: il grande scarto tra parole e fatti
Frugali e paesi della coesione restano barricati sulle rispettive posizioni e il negoziato sul bilancio europeo 2028-34 si arena. A rischio sono le risorse per competitività e difesa, mentre gli interessi nazionali continuano a prevalere sulle priorità strategiche europee

La prima seria discussione sul bilancio 2028-34 dell’Unione europea non ha prodotto alcun risultato. Durante il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, i capi di stato e di governo si sono limitati a ribadire le loro posizioni. Da un lato, i "frugali" chiedono tagli al volume complessivo del prossimo Quadro finanziario pluriennale. Dall’altro, gli "amici della coesione" rifiutano che vengano toccate le allocazioni nazionali che sono loro attribuite grazie alla Politica agricola comune e alla Politica di coesione. La "nego-box" presentata dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue non ha smosso di un millimetro le linee rosse. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, è stato incaricato di condurre i prossimi negoziati. Il suo obiettivo rimane un accordo entro la fine dell’anno. Successo o meno in termini di calendario, il prossimo bilancio rischia di fare una grande vittima: gli investimenti nella competitività e nella difesa.
La "nego-box" è il documento che serve da base per i negoziati. Quella irlandese prevedeva un taglio dell’8 per cento rispetto alla proposta originaria della Commissione di 1.763 miliardi di euro: 141 miliardi in meno. I tagli sono stati concentrati sui capitoli di bilancio dedicati alle nuove priorità, come competitività e difesa, preservando invece i fondi messi a disposizione degli stati membri per gli agricoltori e la coesione. Per il gruppo dei paesi frugali – Germania, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Danimarca e Austria – il taglio complessivo non è sufficiente e quelli settoriali sono sbagliati. Ai loro occhi sono le politiche tradizionali – Politica agricola comune e Politica di coesione – a dover essere tagliate, non gli investimenti per il futuro.
Dall’altra parte, il gruppo degli "amici della coesione" – guidato da Italia e Romania e formato da 17 stati membri – chiede un bilancio dell’Ue più ambizioso e, soprattutto, di preservare le allocazioni nazionali per agricoltura e coesione. Le allocazioni nazionali determinano quanto riceveranno nel periodo 2028-34. Per gli amici della coesione, le nuove priorità sono meno importanti dell’assegno che ricevono ogni anno da Bruxelles. Anche la flessibilità per spostare risorse da un capitolo all’altro in caso di nuova crisi importante, si può sacrificare sull’altare delle politiche tradizionali.
Costa sperava che dentro la sala del vertice, lontano dalle telecamere, i leader iniziassero ad avvicinare le loro posizioni, discutendo almeno di risorse proprie: le tasse che finanziano il bilancio. Invece, i leader "hanno continuato a scavare le loro trincee", ci ha spiegato un diplomatico di uno stato membro che si considera neutrale tra i due gruppi.
Il Consiglio europeo ha incaricato Costa di portare avanti i negoziati. Una nuova "nego-box" sarà presentata a metà novembre. Sarà discussa al Consiglio europeo informale del 26 novembre. Sarà allora che si capirà se è possibile raggiungere un accordo al Consiglio europeo ordinario di metà dicembre. Nella nuova "nego-box" Costa intende concentrarsi su tre elementi: le nuove risorse proprie (il presidente del Consiglio europeo presenterà una nuova proposta, con il supporto tecnico della Commissione), i contributi nazionali (questione cruciale per i paesi frugali) e la flessibilità (elemento essenziale per preservare la modernizzazione del bilancio, ma che rischia di colpire le allocazioni nazionali care agli "amici della coesione").
I parametri di un potenziale accordo sono già conosciuti. Almeno 200 miliardi di tagli rispetto alla proposta originaria della Commissione. Una riduzione delle allocazioni nazionali, ma assegnando più risorse per la flessibilità da usare in caso di crisi. Nelle ultime ore delle trattative, per convincere gli ultimi frugali serviranno dei "rebates", gli sconti al contributo nazionale introdotti all’epoca di Margaret Thatcher. In cambio, i frugali potrebbero accettare di prorogare una parte del rimborso del debito di NextGenerationEu per recuperare le risorse necessarie ai "rebates" e a far quadrare l’equazione finanziaria.
Svezia, Danimarca, Italia, Ungheria e Germania hanno segnalato di non avere fretta di arrivare a un accordo. Per loro, aspettare il 2027 non è un problema. Ma la scadenza di fine anno non è solo tecnica. È anche politico-elettorale. Man mano che si avvicinano le elezioni presidenziali in Francia, il tema rischia di diventare esplosivo nella campagna elettorale. In caso di vittoria di Marine Le Pen, che promette di ridurre di metà il contributo francese al bilancio comunitario, un accordo potrebbe diventare impossibile. Emmanuel Macron ha avvertito che far proseguire i negoziati oltre marzo porrebbe un problema di legittimità democratica.
Sia per i "frugali" sia per gli "amici della coesione", le belle parole pronunciate a sostegno delle raccomandazioni di Mario Draghi sono contraddette dai piccoli interessi contabili nazionali: pagare meno per i primi, incassare il più possibile per i secondi. Il rapporto dell’ex presidente della Bce stimava a 800 miliardi di euro l’anno gli investimenti necessari per permettere all’Ue di evitare il "lento declino". La minaccia di sicurezza rappresentata dalla Russia ha fatto salire la cifra a oltre un trilione di euro l’anno. Il dramma attorno a un bilancio dell’Ue che prevede 1.600 miliardi per sette anni, di cui gran parte destinati all’agricoltura e alla coesione, dimostra il grande scarto tra le parole dei leader dell’Ue e i fatti.
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Questo è un estratto di Europa Ore 7, la newsletter di David Carretta. Per leggere la versione integrale potete iscrivervi qui