Esteri
A Bruxelles •
Al Consiglio europeo il negoziato sul bilancio Ue non è ancora iniziato. Le posizioni distanti degli stati membri
Il documento prevede un taglio dell’8 per cento rispetto alla proposta originaria della Commissione. I tagli sono stati concentrati sui capitoli di bilancio dedicati alle nuove priorità, come competitività e difesa. Ma per il gruppo dei paesi frugali il taglio complessivo non è sufficiente e quelli settoriali sono sbagliati
16 OTT 26

Foto Ansa
Bruxelles. L’obiettivo dell’Unione europea di raggiungere un accordo sul bilancio 2028-34 dell’Unione europea rischia di essere mancato, tanto le posizioni tra gli stati membri sono distanti sull’ammontare complessivo delle risorse e sulle priorità di spesa. Durante la discussione di ieri al Consiglio europeo, la prima dopo che la presidenza irlandese ha presentato una nuova “nego-box” per avvicinare le posizioni, i capi di stato e di governo hanno ribadito le loro linee rosse. Il documento che serve da base per i negoziati prevede un taglio dell’8 per cento rispetto alla proposta originaria della Commissione di 163 miliardi di euro: 141 miliardi in meno. I tagli sono stati concentrati sui capitoli di bilancio dedicati alle nuove priorità, come competitività e difesa, preservando invece i fondi messi a disposizione degli stati membri per gli agricoltori e la coesione. Ma per il gruppo dei paesi frugali – Germania, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Danimarca e Austria – il taglio complessivo non è sufficiente e quelli settoriali sono sbagliati. Ai loro occhi sono le politiche tradizionali – Politica agricola comune e Politica di coesione – a dover essere tagliate, non gli investimenti per il futuro. Dall’altra parte il gruppo degli “amici della coesione” – guidato da Italia e Romania – chiede un bilancio dell’Ue più ambizioso e, soprattutto, di preservare le allocazioni nazionali per agricoltura e coesione. Anche a costo di sacrificare le nuove priorità. In entrambi i casi, le belle parole pronunciate a sostegno delle raccomandazioni di Mario Draghi sono contraddette dai piccoli interessi contabili nazionali: pagare meno per i frugali, incassare il più possibile per gli amici della coesione.
Nessuno si aspettava un accordo dopo la discussione di ieri al Consiglio europeo. Serve l’unanimità e le trattative non sono praticamente iniziate. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha fissato la scadenza alla fine dell’anno. Un fallimento non solo rischia di colpire i beneficiari dei fondi dell’Ue nel 2028, ma anche di proiettare un’immagine di divisione e impotenza a livello globale. La “nego-box” della presidenza dovrebbe servire da “catalizzatore” per le trattative. Un altro vertice straordinario è già previsto alla fine di novembre, prima dell’appuntamento decisivo del 15 dicembre. Fuori dalla sala, i leader hanno ribadito le loro posizioni ufficiali. La “nego-box” deve essere ridotta “significativamente”, ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, capofila dei frugali. Altrimenti la Germania sarebbe costretta a versare il 50 per cento in più a Bruxelles. La proposta irlandese “non è neppure un punto di partenza per un negoziato” perché “è troppo grande” e “comporterebbe un aumento del 6 per cento del contributo della Svezia”, ha detto il suo primo ministro, Ulf Kristersson. Giorgia Meloni ha presieduto una riunione degli “amici della coesione”: 17 stati membri hanno detto che non intendono dare il loro accordo a ulteriori tagli, ancor meno se colpiranno agricoltura e coesione.
Costa sperava che dentro la sala del vertice, lontano dalle telecamere, i leader iniziassero ad avvicinare le loro posizioni, discutendo di risorse proprie: le tasse che finanziano il bilancio. Invece, i leader “hanno continuato a scavare le loro trincee”, spiega al Foglio un diplomatico di uno stato membro che si considera neutrale tra i due gruppi. Svezia, Danimarca, Italia, Ungheria e Germania hanno segnalato di non avere fretta di arrivare a un accordo. Per loro, aspettare il 2027 non è un problema. Ma la scadenza di fine anno non è solo tecnica. E’ anche politico-elettorale. Man mano che si avvicinano le elezioni presidenziali in Francia, il tema rischia di diventare esplosivo nella campagna elettorale. In caso di vittoria di Marine Le Pen, che promette di ridurre di metà il contributo francese al bilancio comunitario, un accordo potrebbe diventare impossibile. Incapaci di mettersi d’accordo sul bilancio di lungo periodo dell’Ue, i ventisette sono divisi anche su come affrontare la crisi dei prezzi dell’energia. La Commissione ha proposto di allentare ulteriormente le regole sugli aiuti di stato e acquisti congiunti di idrocarburi, ma è a corto di soluzioni efficaci per il breve periodo. L’Italia insieme alla Polonia e ai paesi del gruppo di Visegrád ha proposto di rivedere i meccanismi di formazione del prezzo dell’elettricità, di allentare il sistema Ets per le imprese e di ritardare l’entrata in funzione dell’Ets 2 che colpisce i consumatori con una sovrattassa su carburanti e riscaldamento. I paesi nordici si sono opposti per il timore di far saltare i pilastri della decarbonizzazione.