Esteri
LO SCENARIO •
Contro gli houthi, il Patto della Mecca s’è inceppato. Gli interessi diversi di Ankara, Riad e Islamabad
Trump vorrebbe coinvolgere la Turchia nella difesa dell’Arabia Saudita dagli houthi. Erdogan offre assistenza militare, ma non truppe. Il patto con Riad e Islamabad resta una cornice di cooperazione, non un’alleanza automatica
16 OTT 26

(Foto La Presse)
Ankara. Sembra che gli Stati Uniti sperino che la Turchia si impegni, anche con i boots on the ground, nella difesa dell’Arabia Saudita, ma al momento il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, non pare intenzionato ad intraprendere alcuna avventura bellica, men che meno ora che è impegnato a preparare il campo libero dall’opposizione in vista delle elezioni presidenziali. Mostra, invece, di essere disponibile a fornire a Riad una maggiore assistenza militiare e una più adeguata fornitura di sistemi di difesa e di intelligence. Il presidente americano, Donald Trump, ha lasciato invece intendere che potrebbe ottenere da Ankara un impegno più diretto a difesa dell’Arabia Saudita con operazioni militari contro le milizie sciite yemenite.
Firmato alla Mecca il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, il patto di difesa è stato paragonato da Ankara all’articolo 5 della Nato. Il confronto è fuorviante: l’intesa esprime nulla più che solidarietà e volontà di cooperare e non dispone di comandi comuni e strutture integrate paragonabili a quelli dell’Alleanza atlantica. La crisi degli houthi in Yemen ne ha offerto la prima verifica concreta. Gli attacchi con droni e missili contro il territorio e le infrastrutture saudite hanno messo alla prova gli impegni dei firmatari. Il Pakistan ha condannato gli attacchi, ma ha escluso una risposta militare immediata.
La Turchia ha inizialmente puntato sulla de-escalation; in seguito il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha dichiarato che Ankara è pronta a contribuire alle esigenze difensive saudite, ma ha precisato che il patto non è offensivo: la Turchia non invierà truppe per attaccare lo Yemen e non intende intervenire direttamente nel conflitto. Ankara valuta soltanto l’invio di personale, piloti, aerei, sistemi di difesa aerea e strumenti di guerra elettronica per proteggere le infrastrutture saudite, ma l’accordo stesso e ogni fornitura dovranno rispettare le procedure costituzionali turche, compresa l’approvazione parlamentare.
Questa crisi rivela la natura dell’accordo meglio di qualsiasi slogan. Non è una “Nato musulmana” né un blocco sunnita automaticamente schierato contro l’Iran o Israele. I tre paesi hanno priorità diverse: il Pakistan guarda soprattutto all’India; la Turchia considera Russia, Siria, curdi e Mediterraneo orientale; l’Arabia Saudita si concentra sull’Iran, sullo Yemen e sull’affidabilità della protezione esterna. Le loro mappe delle minacce si sovrappongono solo in parte. Non c’è un nemico comune e un attacco contro uno non comporta automaticamente l’ingresso in guerra degli altri.
La teoria realista delle alleanze aiuta a leggere questa ambiguità: gli stati cooperano per tutelare interessi e sicurezza, non per semplice solidarietà. Ciascuno cerca impegni credibili per non essere lasciato solo, ma flessibili per evitare di essere trascinato in un conflitto indesiderato. Riad vuole partner affidabili; Islamabad non intende farsi coinvolgere in uno scontro più ampio con Teheran; Ankara vuole accrescere il proprio peso senza compromettere la Nato e la propria libertà d’azione.
Il precedente della Central Treaty Organization (Cento), una disciolta alleanza militare e di sicurezza del nedio oriente nota come Patto di Baghdad, fondata nel 1955 da Turchia, Iraq, Iran, Pakistan e Regno Unito, invita alla cautela: quando i membri hanno priorità diverse, la coesione può indebolirsi. Nel 2015 il Pakistan scelse la neutralità rispetto all’intervento saudita in Yemen, pur sostenendo l’integrità territoriale del regno.
L’intesa può comunque sviluppare una cooperazione concreta. Sono previste esercitazioni e collaborazioni nei settori della difesa aerea, dei droni e della guerra elettronica. Ma coordinare apparati diversi è complesso: la Turchia opera nelle strutture Nato, l’Arabia Saudita dipende da sistemi occidentali, mentre il Pakistan è legato anche all’ecosistema militare cinese. Restano da chiarire comando, intelligence e criteri per attivare la difesa collettiva.
La crisi ha mostrato i limiti della diversificazione saudita. Riad ha chiesto a Washington un intervento diretto contro gli houthi, senza ottenerlo subito; gli Stati Uniti hanno fornito intelligence e sostegno nell’individuazione dei bersagli e hanno approvato la vendita di F-35. Gli Stati Uniti calibrano il proprio coinvolgimento, ma non abbandonano la regione: restano centrali per intelligence, armamenti avanzati e capacità operative difficili da sostituire. Riad cerca più relazioni, non un nuovo protettore esclusivo: sicurezza con gli Stati Uniti, legami economici con la Cina, cooperazione militare con il Pakistan e industriale con la Turchia, mantenendo aperti i canali con Teheran. Questa diversificazione amplia le opzioni saudite senza cancellarne le dipendenze. Anche Ankara rivendica autonomia restando nella Nato; Islamabad rafforza i rapporti con il Golfo senza rinunciare a Pechino.
Il medio oriente non sembra dividersi in blocchi rigidi. Passa da una gerarchia dominata da un solo centro a una geometria di partenariati sovrapposti. L’esclusività americana si riduce, ma il primato materiale di Washington resta evidente. Il Patto della Mecca non risolve le contraddizioni tra i firmatari: offre una cornice per negoziare assistenza, limiti e responsabilità. La domanda decisiva non è soltanto da che parte si sta, ma quale minaccia si affronta, con quali partner e a quale prezzo.