Così in America i Democrats for Israel resistono alla foga elettorale dell’antisionismo

La nuova ondata di socialisti-dem ha messo al centro delle proposte elettorali il distacco degli Stati Uniti da Israele, in termini ideologici, finanziari, di alleanza militare. Ma alcuni gruppi cercano di portare avanti i candidati non antisionisti, e che fanno da ponte tra il partito e le istanze pro-israeliane
15 OTT 26
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Los Angeles. Dal 7 ottobre si sono aperte, o si sono rese visibili, diverse fratture. Una è quella dentro la coalizione democratica statunitense. Le elezioni di medio termine sono a tre settimane di distanza e candidati deputati, senatori, governatori, presidenti di municipio devono dire ai comizi cosa pensano di Gaza, di Benjamin Netanyahu, di Hamas, della soluzione a due stati. La nuova ondata di socialisti-dem, potenziati dal successo del sindaco musulmano di New York, Zohran Mamdani, ha messo al centro delle proposte elettorali il distacco degli Stati Uniti da Israele, in termini ideologici, finanziari, di alleanza militare.
In Colorado la ventinovenne Melat Kiros dovrebbe avere i numeri per essere eletta alla camera, e chiede un embargo totale sulle armi a Israele. In uno dei seggi di New York dovrebbe vincere una delle leader della protesta pro Pal alla Columbia university. A Los Angeles, la sindaca dem Karen Bass è stata sfidata dalla consigliera comunale Nithiya Raman, che parla di genocidio e che è già stata battezzata “la Mamdani di LA”. A fare pressione e a essere preoccupati, dall’altra parte, ci sono gruppi come Democrats for Israel, che cercano di portare avanti i candidati non antisionisti, e che fanno da ponte tra il partito e le istanze pro-israeliane. Los Angeles, dopo New York, ospita la più grande comunità ebraica d’America, e per accorgersene è sufficiente passare per West Pico Boulevard, dove le sinagoghe si alternano lungo la strada ai deli, ai ristoranti kosher di sushi, ai centri di studi della Torah, a baretti di ashkenaziti dell’est Europa. E c’è anche il grosso centro Wiesenthal, per la tolleranza e per la memoria dell’Olocausto, nato per cacciare i nazisti fuggiti in Argentina. Abbiamo parlato con i leader californiani di DfI, che in queste settimane stanno lavorando in vista di municipali e rinnovo del Congresso. “Le posizioni dei socialisti-dem”, dicono al Foglio, “portano a una situazione pericolosa per gli ebrei americani”. E ricordano quando l’antisemitismo era un sentimento soprattutto di destra, ma che “da quando c’è Donald Trump e con una continua polarizzazione politica si è visto sempre di più a sinistra”. Ma oggi, ci dicono, “l’antisionismo è semplicemente una nuova parola per dire antisemitismo”. Ci si chiede quanto la questione Gaza giochi un ruolo in queste elezioni, come è già successo con le presidenziali del 2024, quando Kamala Harris ha preso una posizione poco chiara. Perché, ricordano i membri del board of director di DfI, “dopo il 7 ottobre, viste le istanze di alcuni democratici, per la maggior parte degli elettori ebrei il supporto a Israele è diventato un tema elettorale fondamentale. Non possono votare chi mette in dubbio l’esistenza di Israele”. E di fronte a chi critica le campagne militari, spiegano che “se Hamas molla le armi, c’è la pace. Se Israele molla le armi si finisce con un sacco di ebrei morti”. Come si fa, si chiedono, “a dialogare con un governo, come quello palestinese, che non fa delle elezioni dal 2006 e anche quelle di novembre le ha posticipate?”.
Uno dei problemi poi, ci dice per esempio David Alpern, che ne ha scritto anche sul Times of Israel, è “la lente che c’è su Israele, come un microscopio”, considerato che Gerusalemme è la città con più corrispondenti esteri dopo Dc, Londra e Mosca. Tutti conoscono Netanyahu, su cui tutti hanno un’opinione, meno i leader di Hamas, spiega, e non sanno che rifarebbero subito un 7 ottobre. “E ancora meno conoscono i leader e i membri dei partiti liberali e progressisti in corsa alle elezioni israeliane”. Per tutti ormai Israele vuol dire Netanyahu. Ma i Democrats for Israel in fondo sono ottimisti. Per quanto “gli estremi siano diventati più mainstream, e questo è terrificante, si tratta ancora di una minoranza. La maggior parte dei democratici, come la maggior parte dei repubblicani, in fondo sono brave persone”. Identificano gli “estremisti in, al massimo, un 20 percento della coalizione dem”. Al DfI portano come esempio positivo Gavin Newsom, il governatore californiano. Molto combattivo con Trump, Newsom su Israele ha mantenuto la vecchia linea del partito. E a ottobre dell’anno scorso ha firmato una legge statale che istituisce un centro di prevenzione dell’antisemitismo e dure norme anti-discriminazione nelle scuole, con particolare attenzione sull’insegnamento della storia. Queste Midterm saranno anche un test per capire la direzione della coalizione, anche perché se i dem dovessero prendere la camera potrebbero spaccarsi quando si voterà per gli aiuti militari a Tel Aviv.