Ben-Gvir vuole il ministero della Difesa, farsi grosso, conquistare Israele. Una risposta fiacca

Il leader di Otzma Yehudit punta a diventare ministro della Difesa e a conquistare anche la Tel Aviv che lo guarda con diffidenza. Ma tra pistole portachiavi, slogan contro il "deep state" e ambizioni da kingmaker, il pubblico resta tiepido: la città non si lascia sedurre dal texano della destra israeliana
14 OTT 26
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Ben Gvir - foto Ansa

Tel Aviv, dalla nostra inviata. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, vuole farsi grande. Anzi, grosso. Per le elezioni del 27 ottobre non vuole limitarsi a essere l’ago della bilancia, vuole essere il perno di una futura coalizione di governo e non può farlo senza Tel Aviv, la città che lo tiene lontano, lo guarda con fastidio, a volte anche con disgusto. Itamar Ben-Gvir invece crede che la breccia ci sia, che la curiosità nei suoi confronti serpeggi e se non da parte dei telaviviani di lungo corso, forse da parte di chi non è arrivato da molto. Per questo ha risposto all’invito del Tel Aviv International salon che raccoglie gli olim, i nuovi arrivati, e per le elezioni organizza incontri con i candidati. Non tutti hanno risposto affermativamente all’invito, alcuni preferiscono evitare di mettere in mostra l’inglese scarso, quasi assente, per scansare il confronto con il premier che nella lingua è maestro: Benjamin Netanyahu ha dato la sua disponibilità a presentarsi all’International salon, ma ancora non c’è una data. A Ben-Gvir l’inglese scarso non interessa.
Non teme il confronto, sa che per farsi capire gli basta un balletto, un grido e un messaggio che appare chiaro fin dall’inizio: all’ingresso dell’evento alcuni ragazzini regalano apribottiglie-portachiavi a forma di pistole, la faccia del ministro sorridente appare sull’impugnatura. Per farsi capire meglio, il ministro si fa introdurre dal suo uomo anglofono, Yishai Fleisher, russo d’origine, americano di adozione, israeliano per scelta. Fleisher scalda la folla, che è partecipe ma rimane tiepida. Fleisher parla da americano, arringa da americano e se lui è cresciuto nel New Jersey, dice che il ministro, l’uomo di cui Israele ha bisogno per essere sicura, è un texano e si occuperà della sicurezza di tutti, nessuno escluso, anche di Tel Aviv, la città che non deve sentirsi lontana dalle “montagne”, c’è sempre questa divisione fra Tel Aviv e le montagne – dice convinto con un sorriso americanissimo, lucente – “ma non deve esserci, perché gli israeliani possono studiare la Torah al mattino e andare a divertirsi a Tel Aviv la sera”.
Il messaggio di Otzma Yehudit, Potere ebraico, il partito di Ben-Gvir, è che vuole arrivare ovunque, vuole parlare a tutti, vuole prendere Tel Aviv. La serata serve a capire se è possibile. Fleisher, dopo aver parlato della pena di morte – “cosa c’è di difficile da capire? Un assassino non può trovare in una prigione un albergo” – dice che è arrivato il momento di vedere “the man”, il texano, il ministro, Itamar Ben-Gvir. E il ministro arriva, ballando sulle note di una canzone del popolarissimo Eyal Golan. C’è posto a sedere per tutti, nessuno spintone per entrare, il pubblico è ordinato, non urla, ascolta. Un gruppo di ragazzini americani applaude con più foga di altri alla vista del leader di Otzma Yehudit, ma in pochi si alzano in piedi.
La musica piace, ma non travolge. Il texano inizia il suo comizio, al quale seguiranno domande. Parla di quanto sia stato efficiente il suo mandato, di come abbia cambiato la vita dei terroristi nelle carceri in peggio, di come gli atti di terrorismo non siano mai stati tanto pochi, grazie a lui. Non gli viene in mente il 7 ottobre, durante il quale lui era già al suo posto, dentro al governo, al fianco di Benjamin Netanyahu, per il quale dice di nutrire una grande stima, anche se non condivide molte cose, inclusa la sua premura a non combattere il “deep state dell’esercito”. La rivelazione arriva in fretta, Ben-Gvir si presenta come l’uomo che può garantire che Bibi faccia le cose giuste: “O un governo con Bibi e me oppure con Bibi e Eisenkot”, il leader del partito Yashar che finora rappresenta la sfida più grande al Likud del primo ministro e non è categorico contro l’idea di formare un governo con Netanyahu. Ben-Gvir non attacca mai il premier, ma sottolinea come senza di lui avrebbe già sbagliato tutto.
Il 7 ottobre quasi non esiste nel suo debutto nella Tel Aviv anglofona, se non per dire che aveva suggerito da tempo di bombardare Gaza, ma l’esercito gli diceva che non serviva. I kibbutz nella sua mente non ci sono, i massacri di Hamas neppure, nelle sue parole c’è posto per le prigioni, i terroristi, l’Autorità nazionale palestinese, il cappio, ma cerca di non esagerare dopo aver notato che sulle sparate più cruente il pubblico non si è infiammato: allora il texano ha riposto la pistola nella fondina. Ben-Gvir ha un’ambizione: vuole diventare ministro della Difesa, se non fosse che sarebbe il primo nella storia di Israele a non aver fatto il servizio militare – “sono loro che non mi hanno voluto” – e ad avere un rapporto pessimo con l’esercito. Ma è per questo che lui vuole il mandato, per cambiare Tsahal, per liberarlo dal deep state.
Gli applausi non arrivano, non scroscianti, giunge però il momento delle domande dal pubblico e il pubblico è vario: ci sono curiosi, ci sono israeliani che seguono tutti gli incontri con i candidati, ci sono sostenitori convinti, ci sono ragazzini e ragazzacci che gli domandano perché non voglia fare un partito unico con Bezalel Smotrich, il leader di Sionismo religioso, compagno di governo e ministro delle Finanze. “Perché lui guarda alla Giudea e alla Samaria, io a tutto il paese, ma vedrete che supererà la soglia di sbarramento e torneremo al governo insieme. Se io mi unissi a lui, però, perderei voti, il mio messaggio è più vasto”. Smotrich è per alcuni, Ben-Gvir è per tutti.
Una ragazza gli domanda come mai sia tanto preoccupato per il futuro di Israele e non si batta per eliminare il diritto di aborto nel paese. Biondissima, capelli lunghi, lancia occhiatacce al ministro quando le risponde che lui la pensa come lei, ma non si interviene con la legge su queste cose, ma parlando con le persone, spiegando, convincendo. Lei non è soddisfatta, torna al suo posto. Si alza un soldato, racconta di aver fatto trecento giorni di servizio di riserva fra Gaza e il Libano. Il pubblico applaude, qualcuno si toglie il cappello in segno di rispetto, e il soldato domanda perché i suoi compagni dovrebbero preoccuparsi di difendere i violenti in Cisgiordania. Ben-Gvir risponde che anche quei coloni sono soldati che muoiono per Israele ed è questo il momento in cui sembra che la sua intenzione per il futuro governo sia di diventare il ministro della Difesa proprio di quei soldati-coloni. “Una democrazia funziona senza il deep state”, dice ripetendo che l’unica strada per la sopravvivenza di Israele è far capire chi sono i padroni di casa.
“I suoi elettori sono hippie di destra, idealisti. E’ giusto cercarli qui a Tel Aviv”, dice un ragazzo. Forse lo voterà. “Dice cose scioccanti, piace per questo”. Ma Tel Aviv non è sedotta, non ha risposto alla chiamata del texano che vuole conquistare il paese. All’ingresso i portachiavi-apribottiglia a forma di pistola sono finiti. Sono rimasti soltanto i braccialetti neri con la scritta “Rak Ben-Gvir”. Soltanto Ben-Gvir. Non sono molti, ma in pochi li portano al polso. Forse li hanno infilati in tasca, qualcuno li ha presi come souvenir, ma mostrarli mentre si passeggia per le strade di Tel Aviv è un altro discorso. Restano un segreto, nascosti, forse è andando in cerca di conquiste taciturne che il texano è arrivato sul mare.