Esteri
l'intervista •
Gershkovich e la terra bellissima e maledetta caduta nel baratro
I giorni a Lefortovo, la domanda che i russi si fanno su Putin, Mosca come una storia di famiglia e l’intervista che avrebbe voluto fare a Prigozhin. Il giornalista imprigionato da Putin ci racconta il suo libro, “This cursed beautiful land: a Russian-American story”
10 OTT 26

Di infilarsi nel suo stesso libro, all’inizio della stesura di “This cursed beautiful land: a Russian-American Story” (“questa terra maledetta e meravigliosa: una storia russo-americana”), Evan Gershkovich non aveva quasi intenzione. A scrivere un libro sulla Russia aveva pensato ben prima che nel marzo del 2023 uomini dal volto coperto facessero irruzione in un ristorante di Ekaterinburg per prenderlo e portarlo in prigione con l’accusa di spionaggio, ma il giornalista del Wall Street Journal non aveva pensato che potesse essere proprio lui il personaggio principale della sua stessa opera, nemmeno dopo i 491 giorni di detenzione. “Ero rimasto uno degli ultimi corrispondenti in Russia, il paese stava cambiando drasticamente, precipitando in un declino autocratico, non potevo limitarmi alle notizie quotidiane, alla cronaca”, sotto c’era una storia più grande. Poi sono arrivati l’arresto, la prigionia, la scarcerazione nel più ampio scambio di prigionieri dalla Guerra fredda, il suo progetto è cambiato, ma Gershkovich continuava a tenere se stesso fuori, “uno dei miei meccanismi di difesa è trattare gli argomenti come un’esercitazione giornalistica, pensare a raccogliere informazioni”. Al libro pensava anche dentro alla prigione di Lefortovo, a Mosca, dove venne condotto, quasi provando un sollievo distorto dalla rassegnazione – nel libro scrive: “Lefortovo era una sorta di contraddizione: era la prigione più famigerata della Russia, riservata ai detenuti di più alto profilo, sia russi sia stranieri, ma vantava anche le migliori condizioni tra i centri di detenzione russi. La mia cella sembrava confermarlo”.
L’alternativa avrebbe potuto essere Matrosskaya Tishina e lui, che ben conosceva il sistema carcerario russo, prima del suo arresto sapeva che sarebbe stata l’opzione più devastante. Dentro alle sue celle, ne ha cambiate più di una, non ha mai smesso di pensare al lavoro, anzi, “al mio progetto. Pensavo a tutto quello che avrei letto fuori per completarlo, lo immaginavo come un dottorato di ricerca in storia russa”. Quasi aveva iniziato a scrivere il libro dimenticandosi di sé, della sua storia di famiglia che è all’origine del suo trasferimento in Russia, della sua storia personale. Far entrare Evan Gershkovich nel libro è stato, confessa il giornalista, il lavoro più duro. Così è nato “This cursed beautiful land: a Russian-American Story”, appena pubblicato in inglese (in Italia uscirà per La nave di Teseo), che prende il titolo da un racconto di Yuli Daniel, scrittore sovietico, prigioniero anche lui di Lefortovo.
Il giornalista non poteva non entrare nel suo libro, tutto inizia con una storia di famiglia, con due genitori che escono dall’Unione sovietica, con l’identità odessita da parte di padre che emerge anche per il tipico umorismo nero di cui l’autore dissemina il libro. “Una parte molto difficile per me è stata anche guardare gli errori che avevamo commesso, vedere i segnali ignorati ma che indicavano l’arresto in arrivo”. La storia russa e la storia della Russia che Gershkovich mostra e racconta, parlando del suo arrivo nel paese, dell’involuzione democratica, della guerra contro l’Ucraina, del suo stesso arresto, sono il vero punto centrale del libro, perché il giornalista arriva a Mosca in un momento in cui Vladimir Putin aveva già azionato la sua ruspa contro la dissidenza, annesso la Crimea, l’oppositore Boris Nemtsov, la giornalista Anna Politkovskaya e troppi altri erano già stati ammazzati, ma si credeva che ancora qualcosa potesse cambiare, che ci fosse margine di ottimismo, “c’era la sensazione che non sarebbe durato per sempre. Nella primavera del 2017, Alexei Navalny aveva avviato un movimento di massa concentrandosi sulla corruzione come fattore unificante e, poco prima del mio trasferimento, c’erano state le elezioni a Mosca in cui l’opposizione aveva preso circa la metà dei seggi. Fermentava una sensazione di opportunità fra oppositori e giornalisti indipendenti”. Tutto si infrange poco dopo, il segnale d’allarme definitivo che non era arrivato con l’inizio della guerra contro l’Ucraina nel 2014, arrivò per i russi con il tentativo di avvelenamento di Navalny nel 2020. “Capii che ero arrivato un attimo prima del crollo”.
E’ proprio il crollo che Gershkovich studia, esamina, racconta, mentre approfondisce il suo legame con la lingua e la cultura russe, che iniziano a diventare sempre più familiari. “I miei genitori partirono dall’Unione sovietica piuttosto giovani, in un clima di antisemitismo ufficiale che ha formato un’ondata migratoria di persone che, come mia madre e mio padre, non credo si sentissero esattamente perseguitate, ma cercavano migliori opportunità. Erano contenti che io fossi in Russia, fino al 2022”, quando tutto sprofonda. Per Putin l’invasione totale dell’Ucraina procedeva con la ruspa totale dentro al paese. Tutto è simultaneo, anche lo spazio dell’informazione si serrava, ma Gershkovich continuava a indagare, lavorare, spingendosi ovunque fosse consentito, pensando che il visto giornalistico con cui il governo russo lo autorizzava a lavorare fosse ancora una garanzia. Un intero capitolo del libro è dedicato all’apatia della Russia, al senso di lontananza, vuoto mentale, immobilità del paese. Alla guerra i russi reagirono con qualche manifestazione, ma le proteste di breve durata sono state fra le cause del senso di sfiducia e rabbia che gli ucraini provano nei confronti dei russi. “Molti dei ragazzi che andarono a protestare finirono direttamente al fronte. Un ragazzo che ho conosciuto in prigione ha ricevuto una condanna che lo lascerà in galera quasi altrettanto tempo di quanto ne ha trascorso fuori, soltanto per aver scritto una frase contro la guerra con una bomboletta spray su un palazzo governativo. Non penso che in Russia sia mancato del tutto un sentimento pacifista, ma penso abbia vinto l’apatia. E’ tutto molto composito, ci sono persone che appoggiano Putin, ma non la guerra. Persone che appoggiano entrambi o nulla, persone che non dicono cosa pensano”. Lefortovo per Gershkovich nei mesi di detenzione è diventata una Russia in piccolo, “Ho avuto molte conferme, una delle cose più interessanti era questo tipo di contesto. La guerra e l’apatia erano temi ricorrenti e non soltanto fra i compagni di prigionia, anche fra le guardie carcerarie. Una guardia mi disse: ‘Cerco di non pensarci’. Altri si chiudevano la bocca come fosse una cerniera. C’erano opinioni divergenti, ma la cosa che ho imparato è che la gente continua a domandarsi di quale proposta abbia bisogno Putin pur di fermare la guerra”. Putin è testardo, dice Gershkovich. Putin è anche ossessionato dalle rivoluzioni in giro per il mondo, ne teme una nel suo paese, ma guardando la Russia oggi viene da domandarsi se sia un paese capace di fare rivoluzioni, in un contesto in cui, più volte, il Cremlino si è adoperato per fare in modo che ogni condanna fosse esemplare fino alla morte: Nemtsov, Navalny e i troppi altri. Gershkovich risponde cauto, senza assolvere, ma usa il titolo di un libro di Alexei Yurchak per spiegarsi: “‘Tutto sembrava durare per sempre, finché non è finito’. Anche l’Unione sovietica sembrava durare per sempre. Non so se una rivoluzione sia il metodo per cambiare la situazione, non so come cambierebbe con la morte di Putin. Non so se queste cose possano accadere nel vuoto, ma in questo periodo è difficile immaginare una Russia pronta a riformarsi in un contesto globale in cui l’asse autoritario si sta consolidando”. Qualcuno un colpo di stato in Russia lo ha già tentato, forse con poca convinzione, forse con poca organizzazione: Gershkovich era già a Lefortovo quando arrivò la notizia della marcia di Evgeni Prigozhin e della Wagner verso Mosca, una notizia che quasi lo portò al cruccio per la brama di coprirla, lui che a Prigozhin aveva mandato una richiesta di intervista e la risposta che gli era arrivata diceva: va bene, ma presentati a Bakhmut (dove c’era un combattimento feroce per distruggere e prendere la città ucraina) con una sacca mortuaria, qui può succedere. Gershkovich mandò una domanda di intervista anche a Putin, la allegò alla dichiarazione per la scarcerazione, ma se ripensa oggi alle due interviste mai realizzate, la curiosità che gli rimane più ardente è per Prigozhin: “Putin è molto bravo a impartire lezioni, Prigozhin era diverso, era diretto, poco abituato a gestire la stampa, credo avrei fatto un’intervista un po’ personale, tutti e due abbiamo ignorato dei segnali, avremmo potuto parlarne”. Eccolo l’umorismo odessita che nasconde mesi di tormento, in cui l’unico appiglio era sapere che l’intenzione era scambiarlo con un prigioniero russo e soltanto in virtù di questa garanzia poteva risparmiarsi il trattamento violento riservato ad altri, ma nessuno gli dava la rassicurazione che questa condizione sarebbe durata per sempre. Mesi in cui anche seguire le notizie non era sempre positivo, come quando la morte di Navalny lo portò a capire che lo scambio di prigionieri sarebbe stato più lento del previsto, forse meno di successo. Mesi di consigli che in vita non avrebbe mai pensato di ricevere, come quello di un compagno di cella che gli disse: “Se ti mandano in una colonia penale, assicurati di mettere una saponetta in un calzino e colpisci se vedi camminare qualcuno verso di te”. Il compagno insegnò a Gershkovich come colpire. La lezione l’ha imparata, per fortuna non gli è mai stata utile, ma dentro Lefortovo questa certezza non poteva averla.