L’ennesimo tradimento americano dell’Ucraina e la battaglia per la dignità

Dalle pressioni su Zelensky al piano di pace costruito attorno alle richieste russe, la politica americana ha messo Kyiv sulla difensiva anche sul piano diplomatico. Gli ucraini sono pronti a resistere ancora. La domanda è se gli Stati Uniti sapranno arginare i danni del proprio presidente

12 OTT 26
Immagine di L’ennesimo tradimento americano dell’Ucraina e la battaglia per la dignità
Il tradimento americano degli ucraini non è una novità. È un copione che abbiamo già visto troppe volte, una sequenza di pressioni, umiliazioni e concessioni a Mosca che racconta molto più di una semplice inversione della politica estera statunitense. Racconta il progressivo abbandono di un Paese aggredito, costretto a combattere non soltanto contro l’esercito russo sul campo, ma anche contro l’incertezza politica del suo principale alleato occidentale.Tutto è cominciato nel gennaio 2025, quando Donald Trump ha deciso di azzerare gli aiuti militari americani all’Ucraina. Poi è arrivato quell’incontro umiliante per gli americani alla Casa Bianca, con il presidente statunitense che, nello Studio Ovale, si è scagliato contro Volodymyr Zelensky, trasformando un incontro istituzionale in uno spettacolo di intimidazione politica. A seguire, la decisione di sospendere la condivisione delle informazioni di intelligence con Kyiv. La punizione è durata circa due settimane, ma il messaggio era inequivocabile: il sostegno americano non era più una garanzia strategica, bensì uno strumento di pressione da usare contro lo stesso Paese che avrebbe dovuto beneficiare di quell’alleanza.In ordine sparso, abbiamo assistito anche alla sospensione dei servizi di Starlink per le forze ucraine, in un momento cruciale della loro presenza nella regione russa di Kursk. Kyiv aveva cercato di mantenere quelle posizioni come carta negoziale in un eventuale confronto con Mosca. È arrivata poi la pretesa di un accordo sulle risorse minerarie ucraine, presentato come una partnership, ma accompagnato da condizioni di natura coloniale.Poi l’Alaska, con il tappeto rosso steso a Vladimir Putin e l’immagine di un presidente russo accolto con tutti gli onori. Infine, le famigerate 28 condizioni del piano di pace, elaborate nell’ambito dei contatti tra Mosca e Washington e rivelatesi, in larga misura, una lista di concessioni richieste all’Ucraina. Non un accordo costruito attraverso un negoziato equilibrato, ma il rischio concreto di trasformare la capitolazione del Paese aggredito nel prezzo da pagare per la tranquillità diplomatica degli altri.Sul fondo di questa vicenda c’è stato il tentativo costante di Trump di tornare a fare affari con la Russia, e non soltanto di ripristinare una normale relazione diplomatica. Washington e Mosca, anche nei periodi di distensione, non hanno mai avuto rapporti economici paragonabili per intensità a quelli sviluppati tra la Russia e diversi Paesi europei. Eppure, l’amministrazione Trump ha lasciato intravedere l’ambizione di inaugurare una nuova stagione di cooperazione economica con il Cremlino, in cui gli interessi commerciali della famiglia Trump e dei suoi alleati sollevano inevitabili interrogativi.Per tutto questo tempo, gli ucraini hanno dovuto resistere a due potenze nucleari, sebbene in modi profondamente diversi: alla Russia sul piano militare e agli Stati Uniti su quello politico. È stato necessario uno sforzo diplomatico enorme per contenere le tensioni e salvaguardare almeno due elementi indispensabili alla difesa del Paese: la condivisione dell’intelligence americana e la possibilità per gli europei di acquistare armi statunitensi destinate all’Ucraina.Nel corso del 2025, Washington ha avanzato sei proposte di pace, che hanno suscitato forti preoccupazioni a Kyiv perché rischiavano di sacrificare interessi fondamentali dell’Ucraina. Zelensky ha dimostrato ripetutamente disponibilità a discutere, mentre Putin ha continuato a rilanciare le proprie pretese. Per il Cremlino, infatti, non è mai bastato di mantenere il controllo di circa un quinto del territorio ucraino occupato: l’biettivo è rimasto quello di condizionare politicamente Kyiv e di costringere formalmente l’Ucraina a cedere anche territori che le forze russe non sono riuscite a conquistare. A questo si aggiungevano, a intervalli regolari, le richieste di nuove elezioni in Ucraina, con l’obiettivo evidente di indebolire o rimuovere Zelensky. E troppo spesso, da Washington, sono arrivati segnali che hanno incoraggiato proprio questa linea.Anche oggi assistiamo all’ennesimo teatrino politico americano, con un presidente Trump sempre più preoccupato delle elezioni di metà mandato e disposto a “suggerire” a un altro Paese chi debba governarlo. Una simile ingerenza non farà altro che rafforzare Zelensky sul piano interno: quando un leader nazionale viene attaccato dall’esterno, soprattutto da un alleato che pretende di dettare le condizioni della sua permanenza al potere, la questione smette di riguardare soltanto la sua popolarità e diventa una questione di sovranità.Ma il punto è un altro. L’Ucraina non ha mai avuto un problema strutturale di alternanza politica paragonabile a quello russo.A differenza della Russia, dove Putin governa da 27 anni e si avvia a battere il record di Stalin, che guidò l’Unione Sovietica per 29 anni, gli ucraini, dopo il 2000, non hanno mai rieletto nessun presidente per un secondo mandato. Gli ucraini non si affezionano ai propri leader fino a trasformarli in padroni dello Stato. Non combattono per un presidente, ma per il proprio Paese e per il diritto di vivere in una società libera, nella quale il potere possa cambiare mano senza che la nazione debba rinunciare alla propria identità. È questa la differenza fondamentale che spesso sfugge a chi, da Washington, pretende di impartire lezioni di democrazia agli altri mentre tratta la sovranità altrui come una variabile negoziabile.«Il presidente Zelensky guida la nostra nazione in tempo di guerra: una guerra per l’indipendenza, la libertà e la dignità. Ha il sostegno del popolo ucraino, che ha il diritto di decidere», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha.Libertà e dignità: due valori smarriti in America, che si spera gli elettori statunitensi ritrovino il 3 novembre, alle elezioni di metà mandato, per salvare il futuro degli Stati Uniti, delle alleanze occidentali e dell’ordine globale. Perché la posta in gioco non riguarda il destino dell’Ucraina. Gli ucraini sanno come difendersi. “Non è la prima volta che cercano di sacrificarci. Non sarà l’ultima. Resisteremo!”, scrive Olena Halushka, una delle più note rappresentanti della società civile ucraina.Gli ucraini sanno che potrebbero essere traditi ancora. Sanno che la solidarietà internazionale può vacillare, che gli interessi economici possono prevalere sui principi e che persino gli alleati possono trasformarsi in interlocutori inaffidabili. Eppure, continuano a resistere. La vera domanda, allora, non è se l’Ucraina saprà difendersi, ma se i cittadini degli Stati Uniti sapranno difendere sé stessi dal danno che il loro presidente sta infliggendo al proprio Paese e al resto del mondo.