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capitali di guerra •
Soldati come bandierine, Mosca disegna così la mappa dell'invasione
La Russia attacca le città lontane e vicine al fronte, a Kramatorsk ha colpito due autobus uccidendo trenta persone, ma dal campo di battaglia i prigionieri russi che si sono arresi durante l'Operazione Vivaldi raccontano la loro situazione, come hanno combattute e perché l'esercito non permette loro di ritirarsi. Le storie raccolte

L’inverno ha già la sua formula, ripetitiva, mortale, scontata e nella costruzione di Vladimir Putin prevede che le città ucraine vengano punite perché la Russia non riesce a ottenere quello che vuole al fronte. Non si tratta soltanto di quello che Putin dice di volere – la conquista dell’intera oblast di Donetsk – ma anche di quello che sostiene di poter conquistare. Lo dice da tempo, spiegando anche agli americani di poter prendere tutto con facilità, rapidità, basta volerlo. Non basta, Mosca è ferma, rosicchia, viene fatta arretrare e, siccome la guerra prima o poi dovrà finirla perché ha un peso anche sulle spalle del Cremlino, allora persevera con gli attacchi contro i civili, le infrastrutture energetiche, la rete elettrica, internet, con il piano di far accartocciare l’Ucraina su se stessa e costringerla ad arrendersi. Non è la prima volta che la Russia tenta di usare l’inverno a suo favore, lo scorso anno costrinse Kyiv al gelo nei suoi mesi più freddi, ma quest’anno vuole spingere oltre la soglia del dolore. Il 7 ottobre, il giorno del settantaquattresimo compleanno di Vladimir Putin, l’esercito russo ha sferrato un attacco con missili e droni, uccidendo ventotto persone in tutto il paese. Per il compleanno del capo del Cremlino, i suoi sono soliti fargli regali atroci. Ieri invece l’esercito russo ha colpito due autobus pieni di passeggeri civili a Kramatorsk. Sono state uccise trenta persone, i feriti sono diciotto. Kramatorsk si trova nel Donetsk, l’oblast che Putin pretende senza riuscire a conquistare, è una città che presenta vaste zone distrutte, la vita dei civili è sempre sotto tiro e, dopo l’attacco di ieri, le autorità hanno sospeso il trasporto pubblico. Secondo Ukrainska Pravda, per colpire i due autobus, i russi hanno utilizzato una bomba guidata.
Non soltanto il Cremlino non riesce ad avere la regione ucraina, ma nelle ultime settimane sta perdendo terreno. I russi arretrano, si arrendono, cedono le armi all’incedere dell’Operazione Vivaldi, l’offensiva in quattro stagioni, di cui poche settimane fa è stata annunciata la fine della terza. Nel corso dell’operazione, Mosca ha perso terreno e uomini, circa duecentocinquanta sono stati catturati, dopo essersi arresi. “Durante l’operazione è stato catturato un importante centro di comando e controllo, diverse unità sono state circondate, tra cui un significativo numero di ufficiali di compagnia e di battaglione”, spiega al Foglio il tenente colonnello Petro Horbatenko, capo di stato maggiore del Terzo corpo d’armata che ha portato avanti l’offensiva. Gli ucraini si sono trovati davanti soldati stremati, ai quali gli ufficiali avevano detto di arrendersi, che sarebbe andato tutto bene, avrebbero avuto acqua e sarebbero stati nutriti.
“La maggior parte di loro si è lamentata di aver sofferto la fame, per almeno una settimana e in alcuni casi due si erano nutriti di ortiche, ne avevano ricavato una specie di zuppa acquosa. Bevevano la proprio urina. Alcuni erano con un soldato della Repubblica di Khakassia – nella Siberia meridionale – era un cacciatore ed è riuscito ad abbattere un capriolo, così hanno avuto di che nutrirsi per un po’”. Fra i prigionieri c’è anche un soldato che il comando russo ha mandato nonostante le stampelle a coprire una postazione, dove è rimasto sei giorni con un fucile d’assalto che non funzionava, “sei giorni senza cibo né acqua. Il sesto giorno – racconta Horbatenko – ha attraversato di corsa un campo per bere da una pozzanghera. Quando i nostri soldati si sono avvicinati, si è arreso”. C’è chi per la mancanza di cibo ha perso fino a 60 chili, chi ha bevuto qualsiasi cosa potesse essere simile all’acqua, chi si è sparato per lottare per una scatolina di carne. Soldati ombre che però Mosca voleva al loro posto fino all’ultimo istante per motivi che poco hanno a che fare con il successo sul campo di battaglia: “Il comando russo non permetteva ai suoi soldati di abbandonare le loro posizioni. Secondo i rapporti ufficiali russi, queste erano le loro retrovie e non c’erano forze ucraine in quella zona, quindi ai soldati fu ordinato di rimanere fino alla fine, in modo che, sulla carta, il territorio risultasse conquistato dalla Russia”. Servivano come bandierine, senza un vero scopo, “anche quando erano già circondati, il comando russo insistette affinché rimanessero in posizione. Se in un’intera area c’è un solo soldato russo che riesce a stabilire un contatto radio, i russi riferiscono che il territorio è sotto il loro controllo. Ciò che conta è semplicemente che qualcuno sia lì, che un segnale radio provenga da quel territorio, permettendo loro di riferire ai superiori che tutto è sotto controllo”. L’importante è colorare la mappa, dare l’illusione che, come dice sempre Putin, “tutto va secondo i piani”. Mosca annuncia spesso di aver conquistato zone, di non aver subìto sconfitte, la linea del fronte per la Russia è offuscata dall’inganno, “affermano di aver conquistato Borova, le città di Lyman e di Sviatohirsk. Stanno ingannando il loro stesso comando a oltre 1.000 chilometri di distanza. Se anche una sola persona riesce a raggiungere una determinata località e a trasmettere un segnale radio da lì, contrassegnano quell’area come loro territorio, la colorano di rosso sulla mappa e lo comunicano alla leadership russa. Non importa se poche ore dopo un soldato verrà ucciso o catturato. Una volta trasmesso il rapporto via radio, possono usarlo per riferire al Cremlino e potrebbero persino ricevere il titolo di eroe della Russia”.
I campi di detenzione ucraini sono visitati dalla Croce rossa, quelli russi no. Dei prigionieri ucraini in Russia spesso si perde traccia e i soldati russi che si arrendono vengono usati per portare avanti gli scambi di prigionieri, “il valore di questi prigionieri risiede nel fatto che riducono il numero di soldati nell’esercito russo, danno informazioni sull’ubicazione delle posizioni russe, delle armi, delle risorse difensive o delle infrastrutture di rifornimento. Sono anche un importante bacino di scambio per riportare a casa i nostri prigionieri. Sono scambi sempre ineguali: cediamo più persone di quante ne riceviamo indietro. Pertanto, dobbiamo catturare un gran numero di soldati russi per scambiarli anche con un piccolo numero di prigionieri ucraini. Non soltanto personale militare, ma anche civili ucraini”. A volte i russi non vogliono tornare a casa, “alcuni sono disposti a lavorare, sgomberare le macerie dopo i bombardamenti nei quartieri residenziali pur di non essere rimandati in Russia. Un cittadino bielorusso che abbiamo catturato aveva trovato lavoro in Russia come operaio edile, ma è stato mobilitato con la forza e mandato al fronte. Mentre era prigioniero, ci disse: ‘Datemi una pala. Lavorerò. Non rimandatemi indietro, perché mi manderanno di nuovo al fronte, al mattatoio’”. Per gli ucraini la vista di questi soldati non è fatta per muovere pietà, sono comunque il nemico mandato a colpirli, ma li aiuta a capire la differenza di capitale umano: Mosca non insiste per riavere i suoi indietro, ha larga disponibilità di gente da mandare al fronte, anche soltanto al posto di una bandierina.
