Esteri
Magneti e guai •
La Cina usa le terre rare anche per colpire l’Europa
Sefcovic a Pechino per riequilibrare i rapporti commerciali. Sul tavolo anche le quattordici aziende europee (e le due italiane) finite nella lista nera cinese dopo le sanzioni Ue contro la Russia. Parla Iurino (Garnet)

Il commissario europeo al Commercio e alla sicurezza economica Maros Sefcovic è arrivato ieri a Pechino con l’obiettivo dichiarato di convincere Pechino a fare qualcosa per riequilibrare una relazione commerciale che per l’Unione europea è diventata sempre più difficile da sostenere. Ma sul tavolo dei colloqui con la sua controparte cinese, Wang Wentao, c’è anche un’altra questione prioritaria per l’Ue, sebbene poco discussa pubblicamente: quella delle quattordici aziende europee che Pechino ha inserito il 24 luglio scorso nella propria lista di controllo delle esportazioni. La misura era arrivata a sorpresa, poche ore dopo l’adozione da parte dell’Ue del ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che aveva inserito nella lista europea quattordici aziende cinesi e di Hong Kong.
Pechino, in rappresaglia, aveva vietato l’esportazione verso le società europee di beni e tecnologie considerati a duplice uso, lasciando solo la possibilità di chiedere burocratiche autorizzazioni speciali. E il sostegno della Cina alla guerra della Russia contro l’Ucraina è stato ancora una volta sottolineato l’altro ieri dal Parlamento europeo: con 454 voti a favore, 86 contrari e 110 astensioni Strasburgo ha approvato una risoluzione che chiede una posizione più dura della Commissione nei confronti di Pechino. Il testo definisce la Cina un “facilitatore decisivo” della guerra russa contro l’Ucraina, chiede una presenza navale europea continua ed esercitazioni congiunte nello Stretto di Taiwan, oltre a definire la politica industriale cinese una “minaccia esistenziale” per l’Unione. La guerra commerciale della Cina contro il mercato europeo si sovrappone ai suoi obiettivi di politica estera, ed è per questo che negoziare e trattare su tavoli separati – commercio da un lato, sicurezza dall’altro – sembra ormai a molti un esercizio inutile. Fra le quattordici aziende a cui la Cina ha improvvisamente negato, tre mesi fa, l’accesso alle sue terre rare e ai suoi magneti ci sono giganti come la tedesca Rheinmetall ma anche due italiane: Lafert, azienda veneta produttrice di motori elettrici e generatori, e Garnet, società brianzola specializzata in magneti, terre rare e componenti magnetici.
Per entrambe, una crisi internazionale si è trasformata in un problema molto concreto di produzione, esattamente ciò che Pechino voleva ottenere. Perché ormai non si tratta più soltanto di controllo dell’export di terre rare, di magneti e di materiali legati alla loro trasformazione: “Essere dentro a quella lista significa che ogni prodotto destinato a noi dalla Cina viene scansionato pedissequamente e ci mette moltissimo ad arrivare”, racconta al Foglio Leopoldo Iurino, amministratore unico di Garnet Italia. “Più della metà del nostro giro d’affari viene da lì, quindi le conseguenze per le consegne ci sono”. Iurino dice di avere messo a disposizione delle autorità italiane tutte le informazioni richieste, e di aver trovato diversi interlocutori che hanno preso a cuore la situazione: “Noi abbiamo dato la nostra massima disponibilità alle autorità coinvolte”, dice. Ma il problema è che la decisione “è stata presa direttamente dal ministero del Commercio cinese”, e l’azienda non ha avuto la possibilità di interloquire con chi l’ha inserita nella lista. E’ un metodo efficace per Pechino, e che si distingue da quello europeo: secondo una prassi consolidata, alle aziende accusate di aiutare la Russia e potenzialmente esposte a sanzioni vengono inviate diverse comunicazioni da Bruxelles, prima di essere inserite nei pacchetti – ci sono comunicazioni, negoziati, adeguamenti. A luglio invece, per la prima volta, la Cina ha inserito quattordici aziende nella sua blacklist senza preavviso e senza spiegazioni. L’impatto per Garnet si vedrà sul medio-lungo periodo, “noi abbiamo anche ordini annuali di fornitura. Però se continua questa situazione l’impatto sarà serio e bisognerà capire come muoverci”. Per adesso, dice Iurino, “la nostra priorità è uscire da quella lista, e tornare a lavorare normalmente”. Alcuni investimenti “che volevamo portare avanti, per allargarci, procedere a nuove assunzioni, sono tutte cose che siamo stati costretti a congelare per il momento. Il punto è che se abbiamo contro il governo della Repubblica popolare cinese, la seconda economia più potente del mondo, abbiamo bisogno di aiuto”. Secondo quanto riportato ieri dal Financial Times, Pechino avrebbe già chiesto alla delegazione europea di revocare le sanzioni nei confronti di alcune delle sue aziende accusate di sostenere la Russia nella guerra contro l’Ucraina, e di eliminare i controlli sulle esportazioni di tecnologie come quelle del colosso olandese Asml, fondamentali per la produzione di chip. La Cina parla la lingua del ricatto, proprio come la Russia.