La Cina mette anche due aziende italiane nella sua lista nera contro le sanzioni Ue alla Russia

Pechino risponde al nuovo pacchetto di sanzioni europee contro le aziende cinesi coinvolte nell'economia di guerra russa bloccando l'export verso quattordici imprese dell'Ue. Tra queste, per la prima volta, anche Lafert SpA e la Garnet srl, due aziende italiane che dipendono dalle terre rare cinesi. L'impatto potrebbe essere molto pesante

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Ieri la Cina ha annunciato di aver inserito quattordici aziende europee nella propria lista di controllo delle esportazioni. Si tratta di una risposta diretta – e senza precedenti – alla decisione dell’Unione europea di sanzionare altrettante imprese cinesi e di Hong Kong nel ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia approvato l’altro ieri. Lo squilibrio politico è piuttosto evidente: mentre l’Ue cerca di fermare la macchina della guerra di Mosca, aiutata e foraggiata dalle aziende cinesi, Pechino reagisce bloccando non il suo export verso la Russia, ma quello verso l’Ue. Agli esportatori cinesi è ora vietato fornire alle aziende sulla lista nera beni dual use, quelli cioè che potrebbero avere impieghi sia civili sia militari. L’azienda più grande colpita dalle sanzioni è il colosso tedesco della Difesa Rheinmetall. Ma l’attacco politico-economico è anche diretto all’Italia, perché sorprendentemente le prime due aziende della nuova lista nera del ministero del Commercio cinese sono due aziende italiane, la Lafert SpA e la Garnet srl.
Garnet è un’azienda con sede a Concorezzo, in provincia di Monza e Brianza. E’ stata fondata nel 1997 e si occupa di componentistica per l’automazione, robotica e automotive e soprattutto produce magneti permanenti, che vengono realizzati con le terre rare, materiali di cui Pechino possiede un quasi-monopolio e che considera strategici. Nel 2025 Garnet ha raggiunto un fatturato di poco più di nove milioni di euro. Lafert è un gruppo veneto con sede a San Donà di Piave, vicino a Venezia, fondato nel 1962 e che progetta e produce motori elettrici e azionamenti industriali: è più grande di Garnet, e fa parte della galassia del gruppo giapponese Sumitomo. Produce motori elettrici per realtà industriali, e nel 2023 ha chiuso il bilancio con un fatturato di 225 milioni di euro, ha un migliaio di dipendenti nel mondo e circa settecento in Italia. Anche Lafert usa le terre rare cinesi per produrre i magneti permanenti che servono ai motori. Per seguire da vicino il mercato cinese delle terre rare e mantenere contatti diretti con i produttori locali, sia Garnet sia Lafert hanno delle sedi in Cina: la prima a Ningbo, nella provincia dello Zhejiang, e Lafert ha una filiale produttiva a Suzhou, aperta nel 2012. La notizia dell’inserimento di Lafert nella lista nera cinese, arrivata ieri mattina a San Donà di Piave, “ci ha spiazzato”, dice al Foglio il ceo del gruppo, Cesare Savini. Anche perché Lafert, dice Savini, non ha “alcun legame, vicinanza al mondo della difesa e militare, niente a che fare con il dual use. Sapevamo di essere in difficoltà e di dover sottostare a certe restrizioni, e stavamo e stiamo lavorando per trovare delle soluzioni, ma la notizia di oggi non fa che peggiorare la situazione”. Di sicuro, nella scelta di bloccare l’export verso Lafert pesa il suo legame con il Giappone, su cui la leadership cinese da mesi sta applicando restrizioni e pressione economica per via delle accuse al governo della prima ministra Sanae Takaichi di un “nuovo militarismo”. Ma l’impatto economico delle misure cinesi rischia di essere molto concreto sull’Italia e anche pesante, su almeno il 40 per cento della produttività di Lafert. Garnet non ha risposto a una richiesta di commento. Secondo quanto risulta al Foglio, l’ambasciata italiana a Pechino si è messa in contatto con il ministero del Commercio cinese e con il governo a Roma, ma per il momento non ci sono state reazioni ufficiali da parte dell’esecutivo. La portavoce della Commissione europea Paula Pinho ha detto ieri, rispondendo a una domanda dei giornalisti, che l’Ue sta “analizzando le misure annunciate e ci metteremo in contatto con gli stati membri e, tramite questi, con le aziende interessate, per comprendere l’impatto di tali misure”. Naturalmente, ha detto Pinho, “chiederemo chiarimenti alle nostre controparti in Cina per capire meglio cosa sia effettivamente in gioco”.
Ma l’obiettivo politico di Pechino è ovviamente quello di avere una leva negoziale con i governi dei paesi membri dell’Ue, andando a colpire piccole aziende strategiche e magari attenuando future decisioni a Bruxelles – il metodo classico della coercizione economica che si fa non con i colossi come Rheinmetall, che hanno una solidità economica tale da poter avere la protezione governativa, ma con più piccole realtà fondamentali per il tessuto produttivo. Una mossa spregiudicata che segue mesi di tensioni fra Pechino e Bruxelles, con vertici annullati e porte chiuse – soprattutto da parte cinese – alle quali l’Ue ha sempre risposto con l’urgenza di riattivare il dialogo: solo giovedì scorso si è conclusa la missione a Pechino e Shanghai della Commissione esteri del Parlamento europeo, guidata da David McAllister, che ha incontrato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e i vertici del Congresso nazionale del popolo proprio per provare a tenere aperto un canale di dialogo su Ucraina, commercio e, non a caso, sul nodo dei beni a duplice uso che Bruxelles chiede a Pechino di interrompere. Un segnale di come l’Ue, anche di fronte a ritorsioni mirate come quella contro le aziende europee, continui a scegliere la strada del confronto istituzionale per timore di uno scontro aperto.