Il 7 ottobre è diventato la festa dell’antisemitismo (Italia seconda nella Ue per eventi)

Israele doveva ancora finire di seppellire tutti i suoi morti che il 7 ottobre nel mondo era diventata la grande giornata contro lo stato ebraico. 75 gli eventi contro lo stato ebraico proprio nel giorno del ricordo. E se si estendono le manifestazioni al 14 ottobre, se ne contano 262   
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Berlino, 7 ottobre 2026 (Foto Getty)

Elitzur Hajbi è stato sepolto mercoledì, in occasione del terzo anniversario degli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Mancava solo lui alle milleduecento vittime israeliane di quel giorno (la famiglia di Elitzur non aveva potuto accedere alla stanza in cui l’uomo era stato assassinato nel kibbutz).
Israele doveva ancora finire di seppellire tutti i suoi morti che il 7 ottobre nel mondo era diventata la grande giornata contro lo stato ebraico. 75 gli eventi contro lo stato ebraico proprio nel giorno del ricordo. E se si estendono le manifestazioni al 14 ottobre, se ne contano 262.
L’Italia è il quinto paese al mondo con più manifestazioni antisemite (“dal fiume al mare” e “la resistenza del 7 ottobre” significano questo). Gli Stati Uniti ne hanno avute 45, la Spagna 40, l’Australia 21, il Regno Unito 19 e l’Italia 16 (a seguire Germania, Canada, Francia e Paesi Bassi).
Il 7 ottobre solo dal lato ebraico (e per qualche organizzazione protestante olandese) è stato un giorno di lutto e di ricordo. Ma consistito in appena qualche flash mob e momento di ricordo nelle sinagoghe sorvegliate dall’esercito e dalla polizia.
L’atmosfera è ben descritta da Ahmad Mansour, un noto psicologo e sociologo di origine palestinese che vive e lavora a Berlino: “Tre anni dopo il 7 ottobre, dopo il più grande massacro di ebrei dalla Shoah, sulla Bebelplatz a Berlino ci sono poche centinaia di persone. Poche centinaia, in una città di quattro milioni di abitanti. Proprio lì, dove nel 1933 si bruciavano i libri. Una società non si misura dai suoi discorsi commemorativi, ma da chi, in una sera come questa, sta accanto agli ebrei”.
Intanto un migliaio di manifestanti pro palestinesi sfilavano a Berlino: l’immagine della convocazione della manifestazione del 7 ottobre era un bulldozer che sfonda una recinzione di confine, il linguaggio del pogrom. Tra i partecipanti alla manifestazione, iniziata a Oranienplatz, figurava anche l’attivista svedese per il clima Greta Thunberg. Gli agenti sono intervenuti più volte durante il corteo per fermare l’esposizione di simboli vietati (in Germania è illegale inneggiare a Hamas).
Manifestanti a volto coperto intanto gridavano “assassini di bambini” davanti alla sede del Board of Deputies of British Jews a Camden, nella zona nord di Londra, mentre un giornalista ebreo, Dan Levene, veniva picchiato e riportava ferite gravi alla testa per aver cercato di fermare dei graffitari pro palestinesi. 
Anche le strade di Barcellona sono tornate a riempirsi per una manifestazione organizzata da Samidoun, un’organizzazione classificata come terroristica negli Stati Uniti, in Canada e in Germania, per esaltare gli attacchi terroristici del 7 ottobre. La marcia procedeva sotto lo slogan “viva la lotta armata del popolo palestinese!”. E ancora: “Tre anni da Tufan al Aqsa”, come recitava il manifesto dell’iniziativa, facendo riferimento al nome dato da Hamas al massacro.
Ad Amsterdam le piazze hanno scandito “viva il 7 ottobre”. Sul Telegraaf olandese intanto il romanziere Leon de Winter scriveva: “Dopo mille anni, l’odio per gli ebrei rimane una sensazione liberatoria, un tragico difetto della nostra civiltà”. A New York, i manifestanti pro Palestina hanno invaso la veglia di Israelis for Peace a Union Square, a cui era presente il sindaco Zohran Mamdani, contestato per aver preso parte a un evento simile pur con tutte le sue ambiguità. Tra gli slogan: “Non vogliamo la pace con gli israeliani. Il 7 ottobre abbiamo mandato la vostra gente all’inferno”. C’erano i ritratti di Yahya Sinwar, il capo di Hamas dietro al 7 ottobre, che è andato forte anche nella manifestazione londinese. La data della strage è stata convertita dunque in una mobilitazione che ha scelto come emblema non le vittime del massacro ma l’architetto della strage. Non ci sono palestinesi da liberare. C’è solo un nemico ebraico da colpire e la gioia di nominarlo.
La Prefettura di Parigi aveva inizialmente vietato il corteo su richiesta del ministro dell’Interno Laurent Nuñez, per il timore che si trasformasse in una celebrazione di Hamas. Una corte ha annullato il divieto e la celebrazione del 7 ottobre è potuta procedere secondo programma. In Francia, le agitazioni studentesche si sono saldate non solo a quelle contro Israele. In molti licei si è persino cantato: “Alla Mohamed Merah. Bataclan, gli ho sparato in un occhio, caccia all’uomo, Salah Abdeslam. Non ho paura, non ho paura dell’inferno, il patto è intatto, solo Allah lo può fermare. Bataclan, fingevano di essere morti, sdraiatevi, ne sparerò a uno in un occhio”. Alla maniera di Merah, schivare le telecamere; al Bataclan, sparare a un occhio; caccia all’uomo, Salah Abdeslam; non avere paura dell’inferno, perché il patto è intatto e solo Allah può fermare.
Basta il nome. Merah, nel marzo 2012, uccise tre militari e poi, nella scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa, un rabbino e tre bambini. A Miriam Monsonego, Merah sparò a bruciapelo alla testa. Ieri, sul Telegraph, il celebre storico Simon Schama ha scritto che “l’antisemitismo è tornato come solidarietà per Gaza”. Alla Giornata della memoria, il 27 gennaio, ci sono voluti una ventina di anni prima che si trasformasse in un monito contro Israele, che farebbe ai palestinesi quello che i nazisti fecero agli ebrei. Il 7 ottobre si è invertito in diretta.
Il 7 gennaio si ricorda la strage di Charlie Hebdo. Il 14 luglio la strage nella Promenade des Anglais di Nizza. L’11 settembre le Torri gemelle. Il 13 novembre il Bataclan. Il 7 ottobre è la festa dell’antisemitismo.