Esteri
SPECIALE 7 OTTOBRE •
Siamo fatti dei “nostri amori”. Conversazione con Avi Nesher
Il regista di “Our Loves” ci racconta come è nato il suo film presentato a Toronto, uno dei pochi festival che non boicotta il cinema israeliano. Storie intrecciate, un prima e un dopo
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Avi Nesher (foto Getty)
Tel Aviv. Gli attacchi terroristici del 7 ottobre del 2023, quando Hamas ha attraversato la barriera tra Gaza e Israele, accerchiando 21 kibbutz e uccidendo 1.200 persone – tra cui cittadini israeliani stranieri, oltre ai 251 ostaggi – sono stati raccontati nei due documentari “We Will Dance Again” e nella miniserie “One Day in October”.
Tuttavia, solo lo scorso settembre hanno raggiunto il grande schermo grazie allo straordinario lavoro cinematografico di Avi Nesher – uno dei più noti registi israeliani, di fama internazionale – che racconta al Foglio il lungo percorso che lo ha portato a raccontare la storia di cinque comuni cittadini in “Our Loves”, presentato per la prima volta, in anteprima mondiale, al Toronto Film Festival.
La storia di questi uomini e donne israeliani comincia nei giorni precedenti al 7 ottobre: una ragazza alle prese con il divorzio dei suoi genitori; una poliziotta e un addetto alla sicurezza del festival musicale Nova; una giovane donna appena lasciata dal fidanzato che vuole andare a ballare per dimenticare il dolore. Persone comuni, le cui vite vengono sconvolte dal terribile attacco di Hamas e che si ritrovano costrette a rimettere insieme i pezzi.
Avi Nesher ha tratto le storie del film dalle testimonianze di veri sopravvissuti e insiste sul fatto che il suo non è un film “sul 7 ottobre”: “Non è un film sugli aspetti storici, militari o politici dell’evento in sé, ma sulle persone che vi si sono ritrovate coinvolte contro la propria volontà, sul loro dilemma interiore, le loro scelte e sulle verità umane universali che emergono quando tutto ciò che conosciamo crolla”.
A pochi giorni dal massacro, Nesher aveva ricevuto una telefonata da un conoscente di un kibbutz dove erano state uccise molte persone, i cui sopravvissuti erano stati costretti a evacuare in un altro kibbutz, dove lo avevano invitato a parlare di cinema: “Cominciarono a raccontarmi le loro storie del 7 ottobre, che erano completamente diverse da quello che ci si potrebbe aspettare. Non mi raccontavano tanto i fatti, quanto lo stato d’animo in cui si trovavano quando il Sabato Nero irruppe nelle loro vite: storie al tempo stesso drammatiche, divertenti, impensabili. Pensai allora che, se mai avessi realizzato un film su quell’evento, sarebbe stato un film sulle persone ‘normali’. Come lo eravamo tutti, fino al 6 ottobre. Il mio impegno, dunque, era diventato raccontare la storia attraverso gli occhi delle persone che l’avevano vissuta: raccontare l’esperienza umana che ti porta nel posto peggiore della terra e in cui, nonostante tutto, l’umanità riesce a sopravvivere in un modo che permette persino di trovare una forma di redenzione”.
Eppure, al momento, tutto ciò che riguarda Israele è destinato a suscitare reazioni negative e boicottaggi. “Siamo di fronte a uno tsunami di antisemitismo, in Italia e in Europa. Non sorprende che tre dei principali festival europei – Berlino, Cannes e Venezia – stiano boicottando il cinema israeliano, a meno che non si tratti di un cinema esplicitamente anti israeliano. Per questo ho trovato straordinario che il film sia stato presentato in prima mondiale al Toronto Film Festival, il meno politicizzato di tutti i festival, incentrato sull’arte di fare cinema. Quando la commissione ha visto il film, ha riconosciuto il valore della regia e della sceneggiatura e, in questo modo, ha permesso di raccontare a un pubblico internazionale il 7 ottobre visto dagli israeliani, così come la tragedia del Vietnam è stata magistralmente raccontata dai cineasti americani. Proprio in quegli anni ho vissuto e studiato a New York, nel mezzo di tutte le manifestazioni contro la guerra. Allora, sia negli Stati Uniti sia all’estero era presente un forte movimento politico contrario al governo americano, ma nessuno era contrario a Hollywood, al cinema, alla letteratura o all’arte americana. Nessuno avrebbe mai sognato di boicottarla. Per questo vedo il boicottaggio dell’arte israeliana come una forma di antisemitismo, perché nessun festival, in questi giorni, si sognebbe mai di boicottare registi provenienti dalla Cina, dalla Siria o dall’Iran. Pensare che siamo arrivati a un punto in cui bisogna essere riconoscenti a un festival semplicemente perché accetta di presentare un film significa dover interrogarsi su quanto l’antisemitismo sia ormai sdoganato, persino nei confronti di artisti che, per quattro anni, hanno combattuto contro il governo israeliano e, invece di essere aiutati, vengono puniti”.
Tra venti giorni gli israeliani torneranno alle urne. “E a quattro anni di distanza dall’ultimo voto mi trovo a guardare un governo e dei ministri che sono lontani anni luce dal sentimento della maggior parte degli israeliani, motivo per cui spero davvero che questo voto possa cambiarlo, per permettere agli israeliani di tornare a respirare e al mondo di smettere di odiarci. Fino al 6 ottobre eravamo chiamati Startup Nation e questo resta il nostro obiettivo: promuovere lo sviluppo e il benessere non solo all’interno del paese, ma anche all’estero. Uno dei paradossi del 7 ottobre è che ci ha aiutato a guardarci dentro, come individui e come paese, per capire che cosa è necessario per la salvaguardia di Israele, sia internamente sia esternamente. Gli israeliani hanno il diritto di sapere cosa ha portato al 7 ottobre e di fare tutto il possibile perché un massacro del genere non accada mai più. Ma spero che queste elezioni e un nuovo governo possano portare a un cambiamento di prospettiva anche all’estero, dove l’antisemitismo sta portando alla cancellazione della cultura ebraico-israeliana. Poiché sono e resterò per sempre un umanista, credo fortemente nel buon senso degli esseri umani e, per questo, credo che l’arte abbia un valore così importante. Proprio perché può creare ponti tra culture e riuscire dove i governi non riescono ad arrivare”.