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La peste negata da Mosca. Un secondo caso e le frontiere blindate
Dopo la morte della ricercatrice dell’Istituto antipeste circola la voce di un secondo decesso, non confermato. L’Oms chiede chiarimenti, Washington segue il caso “ora per ora” e i paesi vicini rafforzano i controlli. Nessuna prova di un focolaio, ma troppe domande ancora senza risposta

L'istituto di Irkutsk (AP Photo)Associate Press/ LaPresse
Arriva un secondo caso, o meglio la voce di un secondo caso e decesso in Russia per peste polmonare. Giornalisti indipendenti locali scrivono che un’altra persona sarebbe morta nell’ospedale dove il 2 ottobre è morta Daria Shipilova, la tecnica dell’Istituto antipeste di Irkutsk. Nessuna conferma: Mosca non ne parla.
I fatti accertati sono pochi. Shipilova, 28 anni, ricoverata il 29 settembre, muore il 2 ottobre. Il 4 Rospotrebnadzor parla di “polmonite di eziologia non stabilita”, nessun microrganismo legato al suo lavoro, nessun incidente in laboratorio. Dei circa duecento contatti isolati, due hanno il Covid e due un rinovirus, e il 60 per cento è già stato liberato in assenza di sintomatologia. Secondo il Moscow Times, le forze dell’ordine avrebbero aperto un’inchiesta per possibili violazioni della sicurezza sanitaria con esito mortale. Il 5 ottobre la Mongolia, che ha focolai naturali di peste, chiede conto all’istituto e si sente rispondere che il caso non è confermato.
Il 6 l’Oms rende nota la risposta di Mosca alla sua richiesta di verifica: in regione non risultano casi di peste e tra i contatti nessun patogeno pericoloso. La malattia della ricercatrice, hanno spiegato i russi, era cominciata come una comune infezione respiratoria. Ma l’Oms ha dovuto chiedere – senza ancora ottenere risposta – quale sia la causa della polmonite, quale patogeno abbia giustificato le misure e che cosa ci sia di vero sul secondo malato. Il rischio resta da moderato a basso per Irkutsk, basso per la Russia, molto basso per l’Europa. Dire che a Irkutsk non c’è peste, però, non dice di cosa sia morta Shipilova. Resta da spiegare perché per una polmonite qualunque si sia mosso un apparato simile.
Intanto Washington sale di tono. Lunedì il segretario di stato Marco Rubio ha detto che non c’è motivo di allarme ma di attenzione; martedì, in Islanda, che gli Stati Uniti seguono il caso “ora per ora” e che Mosca dovrebbe condividere più informazioni. Donald Trump ha definito la morte di Shipilova “un grande problema per la Russia”, ha offerto aiuto e annunciato una telefonata con Putin “molto presto”. Mike Pompeo, già segretario di stato di Trump, scrive su X che la notizia va trattata “con la massima serietà, soprattutto considerando la fonte”: il Covid ha mostrato come “le bugie e l’ostruzionismo” dei governi autoritari possano trasformare un focolaio contenibile in una pandemia globale. Ma da Mosca ancora nessuna apertura: il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, invita a fidarsi solo di Rospotrebnadzor e non di “voci o speculazioni”. La peste non c’è, l’incidente nemmeno.
I vicini non aspettano. Il Kazakistan ha rafforzato i controlli sanitari ai valichi: nessun viaggiatore con febbre, rischio di importazione giudicato basso. Il Kirghizistan, che con la Russia non confina, ha messo in allerta rinforzata tutti i punti sanitari di frontiera, con controlli su persone, veicoli e merci. L’Uzbekistan ha alzato il livello di preparazione dei servizi anti–importazione.
Però c’è il passato a pesare sull’intera vicenda. L’istituto, fondato nel 1934, lavora anche su colera e antrace. Marshall Billingslea, già inviato americano per il controllo degli armamenti, scrive che negli anni Novanta Ken Alibek, ex vicecapo di Biopreparat, gli parlò di una peste resistente agli antibiotici e di “chimere”, indicando quello di Irkutsz tra gli istituti coinvolti. Il rapporto del Dipartimento di stato dell’aprile 2025 accusava Mosca di mantenere un programma offensivo, di armi biologiche, in violazione della Convenzione che le vieta: quello ereditato dall’Urss, “assorbito, non smantellato” e in parte modernizzato.
Al 7 ottobre, dunque, nessuna peste confermata, nessun contagio secondario, nessuna prova del secondo decesso. Sappiamo che cosa Mosca esclude, non sappiamo ancora che cosa abbia ucciso Shipilova e vediamo reazioni incompatibili con una semplice polmonite di eziologia sconosciuta.