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LA PESTE DELL'OPACITÀ •
Cosa accade in Siberia e la grande paura della mancanza di trasparenza
È facile rincorrere i miti nella lontana Siberia, immaginare il laboratorio, il virus che colpisce una donna giovane e la uccide e per il quale poi si procede a mettere in isolamento altre centinaia di persone. Oltre ai miti, i fatti che si conoscono finora però non sono molti e in questo sta uno dei maggiori problemi

(Foto Getty)
L’Istituto anti peste della città di Shelekhov, nell’oblast di Irkutsk, in Siberia, impiega circa novantacinque ricercatori. Martedì scorso, una ricercatrice del laboratorio è stata ricoverata ed è morta due giorni dopo per una polmonite “di origine sconosciuta”. Che la notizia rimanesse rinchiusa nelle lontananze siberiane era difficile e, poco dopo la morte della ragazza di ventotto anni, sulle pagine della stampa locale è uscito il nome della malattia sospetta che storicamente accompagna guerre, periodi bui, si associa ai castighi, alle piaghe mandate dalle rabbie divine: la peste.
E’ facile rincorrere i miti nella lontana Siberia, immaginare il laboratorio, il virus che colpisce una donna giovane e la uccide e per il quale poi si procede a mettere in isolamento altre centinaia di persone nel territorio immenso del paese che ha fatto tornare la guerra in Europa. Oltre ai miti, i fatti che si conoscono finora però non sono molti e in questo sta uno dei maggiori problemi: la paura che genera la mancanza di trasparenza. Si sa che sono state messe sotto osservazione 189 persone. Si sa che cinque ospedali sono monitorati.
Si sa che la Rospotrebnadzor – l’agenzia russa che si occupa di malattie infettive, il cui personale nel 2020 arrivò in Italia nella missione militare-sanitaria-spionistica organizzata nelle prime fasi della pandemia, con l’approvazione del governo italiano – ha mandato degli esperti nella regione di Irkutsk e non ha voluto rilasciare commenti alla Cnn. Si sa che il Cremlino ha invitato i russi a non credere alle notizie che vengono da fuori. Si sa, come racconta la stampa locale, che nonostante la vita a Shelekhov sembri proseguire come al solito, gli abitanti iniziano a essere nel panico, mentre si sommano le notizie di chiusure e quarantene. Si sa che alcuni paesi che confinano con la Russia, come il Kazakistan, il Kirghizistan, l’Uzbekistan, hanno rafforzato i controlli alle frontiere per paura di un contagio di peste polmonare. Si sa che dalle città vicine a Shelekhov si raccomanda ai cittadini di non spostarsi. Si sa anche che qualcuno chiede che vengano sospesi i voli dalla Russia.
L’ultimo caso di peste in Russia era stato nel 2016, aveva colpito un bambino di dieci anni nella Repubblica dell’Altaj, sempre in Siberia. Era un altro mondo, la stessa Russia, che però ancora veniva considerata per molti un interlocutore. Dopo la pandemia di Covid-19, aggravata dall’opacità di Pechino, la mancanza di notizie chiare fa paura. Mosca non parla, nella città di Shelekhov si sommano e vincono le supposizioni e i russi stessi hanno la tendenza a fidarsi poco di quello che dicono le autorità: accadde anche durante la pandemia, quando in molti rifiutarono il vaccino Sputnik V per mancanza di fiducia nei confronti della campagna statale. L’Ucraina intanto osserva, senza panico, ma tenendo conto di quanto poco riesca a contenere il confine armato e ferito che la divide dalla Russia.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
