La Spagna va al voto. Sánchez annuncia la caduta del suo governo e inizia la campagna elettorale

Le nuove elezioni sono fissate il 29 novembre. Per il partito del presidente sarà dura: gli ultimi sondaggi danno alla somma dei voti per Pp e Vox la maggioranza assoluta dei seggi

5 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 08:51
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Foto Ap via LaPresse

Alla fine Pedro Sánchez ha annunciato la caduta del suo governo, il capolinea della legislatura e la data delle prossime elezioni, fissate al 29 novembre. Il discorso ufficiale di questa mattina è stato anche il primo discorso della campagna elettorale, che per lui si annuncia durissima.
Ha parlato di un parlamento rozzo e turbolento, con la peggiore opposizione della storia, che fa un uso sbagliato dei poteri regionali. Sembrava una frecciatina a Junts, il partito degli indipendentisti catalani che venerdì gli hanno bocciato il decreto sugli affitti, e invece ha aggiunto una frase sulla privatizzazione della sanità pubblica e sull’acquisto di attici costosi in riferimento alle polemiche che coinvolgono Isabel Díaz Ayuso, la presidente della comunità autonoma di Madrid, uno dei volti più noti del Partito popolare (Pp), la quale ha subito reagito alle dimissioni di Sánchez dicendo che quella di oggi è “una mattinata speciale e gioiosa per la Spagna”.
La campagna elettorale sarà dura, perché gli ultimi sondaggi danno alla somma dei voti per Pp e Vox la maggioranza assoluta dei seggi. Anche nel 2023 Sánchez aveva perso le elezioni, il Pp aveva battuto il Psoe, ma davanti all’impossibilità aritmetica di un governo delle destre il leader socialista aveva preferito non stendere la mano al centro e formare una coalizione subito ribattezzata Frankenstein, perché assemblava l’estrema sinistra del movimento Sumar con le forze regionali e indipendentiste basche e catalane, sia di destra che di sinistra. Per racimolare tutti i seggi possibili, Sánchez si è perfino rimangiato quanto promesso a proposito dei responsabili del tentativo di secessione catalana del 2017: avrebbe portato il fuggiasco Carles Puigdemont davanti ai giudici, diceva, invece accettò la messinscena di una trattativa internazionale con una sorta di nazione straniera, nella neutrale Svizzera, dove una delegazione spagnola concordò con l’omologa catalana l’approvazione di un’amnistia sotto lo sguardo di mediatori internazionali come il diplomatico salvadoreño Francisco Galindo Vélez e la figura tutelare del socialismo spagnolo attuale, José Luis Rodríguez Zapatero, i cui scandali hanno dato un forte contributo agli ultimi mal di pancia del governo.
Poi, è storia nota, l’amnistia non è andata subito in porto a causa dei vari ricorsi dei tribunali spagnoli, che neanche la recente sentenza positiva della Corte europea di giustizia ha potuto agevolare, così lo stesso Puigdemont (tu quoque) gli ha dato venerdì la pugnalata finale con il voto contrario al suo decreto.
Un dettaglio interessante, rilevato dagli analisti che per tutto il fine settimana hanno cercato di indovinare cosa avrebbe fatto oggi il primo ministro, è che adesso quel decreto, opportunamente riscritto per sembrare qualcosa di diverso, potrà essere convertito in legge. Il parlamento spagnolo entra in regime di proroga, che in Spagna è gestito da un Consiglio permanente (Diputación permanente) dotato di un numero ridotto di seggi, solo 69, in cui i partiti più piccoli si ritrovano fortemente ridimensionati e Junts ha meno peso di quanto non ne avesse nell’assemblea a pieno regime. Un procedimento non messo in atto durante la crisi di Ceuta (non citata da Sánchez nel suo discorso di oggi), sebbene la Diputación sia attiva anche durante le vacanze estive. Qui i socialisti hanno i numeri per approvare la norma da portare in trofeo all’elettorato. Poi Sánchez ripeterà quanto detto stamani: “Abbiamo bisogno di una maggioranza molto più ampia”. Parlava alle piazze piene di attivisti a Madrid e nel resto della Spagna dove il maltempo non ha impedito le manifestazioni di questi giorni, quella Spagna che si prepara allo sciopero generale, probabilmente il primo indetto non contro un governo ma contro l’opposizione.
I giochi siano già fatti per i due schieramenti di massima: destre da una parte e sinistre dall’altra. Bisognerà solo vedere quanto i partiti tradizionali riusciranno a capitalizzare, ossia quanti voti riuscirà a non perdere il Pp a favore di Vox e quanti voti il Psoe potrà sottrarre alla sua sinistra. Sarà una corsa di velocità e non più di resistenza, perché la data del 29 novembre è vicina, ma si sa che Sánchez è un animale da campagna elettorale. Potrebbe non vincere, ma almeno evitare il tonfo del suo partito.