“Un pilota kamikaze in cabina non è facile da fermare”. Parla l’ex generale israeliano Amos Yadlin

Gli investigatori di Dubai e Tel Aviv stanno valutando tre scenari sul dirottamento aereo. "Se dietro ci fosse l’Iran, sarebbe un’ulteriore prova che l’Iran è uno stato terrorista", dice l'ex capo dell’intelligence
2 OTT 26
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Foto Ap, via LaPresse

Se il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha definito il dirottamento del volo da Dubai a Tel Aviv un “attacco terroristico jihadista”, ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Fox ha detto che il pilota “aveva subìto un radicale indottrinamento islamista” e che era in una “missione suicida per tirare giù l’aereo”. Secondo gli analisti, gli investigatori di Dubai e Tel Aviv stanno valutando tre ipotesi, ciascuna con conseguenze diverse per una regione già in una situazione di forte tensione. La spiegazione meno destabilizzante per gli equilibri nel Golfo è che l’attentatore fosse un islamista privo di legami con organizzazioni o stati. Il 22 dicembre 2001, il britannico Richard Reid si imbarcò sul volo 63 dell’American Airlines da Parigi a Miami, con dell’esplosivo nascosto nelle scarpe. Reid, autoproclamatosi seguace di Osama bin Laden, fallì, ma a causa di Reid, in molti paesi i passeggeri sono tenuti a togliersi le scarpe durante i controlli di sicurezza aeroportuali. Per i governi arabi, l’ipotesi che dietro il dirottamento vi fosse un attentatore solitario sarebbe difficile, ma gestibile. Indicherebbe lacune nei controlli di sicurezza, ma una minaccia più ampia.
La seconda ipotesi è che l’attacco sia stato pianificato da un gruppo organizzato. Questo scenario solleverebbe questioni più drammatiche e complesse. La guerra in Iran e l’uccisione di Ali Khamenei hanno alimentato richieste di vendetta tra alcuni alleati dell’Iran nella regione. Un gruppo capace di far accedere un pilota omanita con un coltello nella cabina di pilotaggio di un aereo di linea verso Israele dimostrerebbe una capacità operativa tale da allarmare compagnie aeree e governi ben oltre i confini del mondo arabo.
Il terzo scenario, il più pericoloso, è che dietro l’attacco vi fosse un governo. L’attacco è avvenuto pochi giorni dopo che alti funzionari iraniani hanno avvertito i paesi vicini di non aderire alle sanzioni statunitensi contro le compagnie aeree iraniane. Washington ha inserito l’Iran in una “lista nera” nell’ambito di misure entrate in vigore il 23 settembre. Da allora, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e diversi aeroporti iracheni hanno sospeso i voli da e per l’Iran. “La nostra strategia al riguardo è chiara: il volo nella regione è libero per tutti o per nessuno”, ha dichiarato il 25 settembre Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema Mojtaba Khamenei.
“Se dietro ci fosse l’Iran, sarebbe un’ulteriore prova che l’Iran è uno stato terrorista” dice al Foglio Amos Yadlin, uno dei più eminenti ufficiali e strateghi israeliani, ex generale di divisione, capo dell’intelligence e uno dei piloti che in una missione top secret nel 1981 mise fuori uso le capacità nucleari di Saddam Hussein. “Temo che i sauditi non indagheranno come se si trattasse di un crimine contro i sauditi. Ma dobbiamo dare loro la possibilità di arrivare alla risposta giusta. E non sappiamo se sia colpa dell’Iran o dell’istigazione che circola in tutto il mondo arabo e musulmano contro gli ebrei e contro Israele. Potrebbe essere anche un singolo individuo, come i kamikaze dell’11 settembre”.
Yadlin cita un episodio. “Il volo Egyptair del 1999, in partenza da Los Angeles al Cairo con sosta al Jfk di New York. Tra le ipotesi c’è quella del pilota che provocò lo schianto dell’aereo. Potrebbe quindi essere qualcuno istigato nelle moschee e che ha deciso di suicidarsi. Dobbiamo aspettare per capire chi c’è dietro”.
Il fatto nuovo e agghiacciante è che l’11 settembre ci portò a chiudere le cabine di pilotaggio perché il problema era tra i passeggeri, mentre in questo caso scopriamo che è all’interno. Matthew Borie, Chief Intelligence Officer e fondatore di Osprey Flight Solutions, al Wall Street Journal di ieri diceva: “La stragrande maggioranza delle misure di sicurezza introdotte nel settore dell’aviazione dopo l’11 settembre è concepita per gestire i passeggeri, per impedire loro di accedere alla cabina di pilotaggio. Ciò presuppone, però, che le persone all’interno della cabina siano parte della soluzione e non del potenziale problema”.
“Dopo l’11 settembre le procedure per i passeggeri sono state portate al massimo livello di sicurezza” ci dice Yadlin. “Ma se i piloti decidono di distruggere l’aereo o di suicidarsi, è molto difficile fermarli. Salvare questo aereo della Flydubai dal disastro è stato merito solo di un pilota indiano molto coraggioso e di quattro israeliani che hanno fatto la cosa giusta”. Pochi secondi li separavano da un altro 11 settembre.
Mercoledì, seguendo il protocollo previsto per un dirottamento aereo, l’Aeronautica militare israeliana ha fatto decollare d’urgenza due caccia per intercettare l’aereo emiratino. Un’operazione concepita esclusivamente per situazioni in cui i dirottatori tentino di far precipitare l’aereo su un’area urbana popolata: in tal caso, i vertici israeliani avrebbero dovuto decidere se abbattere il velivolo sopra un’area disabitata per evitare centinaia di ulteriori vittime. Tanto vicino mercoledì è arrivata Israele alla tragedia.