Uno studio sugli elettori dell’AfD mostra una via per strapparglieli

Oggi chi vota AfD viene etichettato come neonazista, con il risultato paradossale di rafforzare la convergenza fra l’elettore e il dirigente dell’AfD. Ma, come spiega Céline Teney, “l’elettorato nel suo complesso è nettamente più moderato rispetto al partito stesso”

30 SET 26
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Berlino. Macché neonazisti: gli elettori dell’AfD nell’ex Germania dell’est sono in gran parte dei conservatori duri e puri senza un’altra casa politica mentre i veri eversivi, definiti “radicali di destra autoritari” sono “solo” il 20 per cento dei simpatizzanti del partito. Se ha un pregio indiscutibile, lo studio condotto dalla sociologa berlinese Céline Teney, che ha intervistato migliaia di elettori tedeschi fra i quali oltre 800 dell’AfD, è quello di non fermarsi alle apparenze. Sentita dal Tagesspiegel, Teney, che ha una cattedra di Macrosociologia alla Freie Universität Berlin, ci mette la mano sul fuoco: il 67 per cento di chi vota l’AfD può essere definito “conservatore intransigente”, ma non ha opinioni tali da applicare il bollino di “autoritario” o “radicale”. Un ultimo 13 per cento è infine costituito da “conservatori moderati”.
Una tesi che l’accademica ha elaborato dopo essersi dedicata al German Longitudinal Election Study (Gles) basato sui risultati del febbraio 2025 per le elezioni del Bundestag. Sia chiaro, spiega, i due terzi di chi vota AfD ha posizioni “molto restrittive” in tema di migrazioni ma registra valori notevolmente più bassi per quanto riguarda gli atteggiamenti autoritari o antisemiti. Le tendenze antidemocratiche, certo, esistono ma, spiega Teney, gli studi sull’autoritarismo di dell’Università di Lipsia (Leipziger Autoritarismus-Studie) indicano fin dal 2002 che tali orientamenti non sono mai scomparsi del tutto mentre dal Gles si ricava che i rischi per l’ordinamento democratico in arrivo dal 20 per cento degli elettori dell’AfD “devono essere presi molto sul serio”.
Per il 67 per cento gli elettori sovranisti sarebbero invece conservatori “old school”, come lo era stato Helmut Kohl che, diventato cancelliere nel 1982, sviluppò una Ausländerpolitik (la politica per gli stranieri) lungo tre assi: l’integrazione dei lavoratori stranieri già residenti e delle loro famiglie, la limitazione di ulteriori ingressi, e la promozione del rimpatrio volontario. “Attualmente nella Repubblica federale di Germania risiedono oltre 4,6 milioni di stranieri. Siamo consapevoli di avere nei loro confronti un debito di gratitudine (…)”, si legge nella dichiarazione programmatica del suo governo resa il 4 maggio 1983. Poi subito l’affondo sui comportamenti illegali: “Valuteremo attentamente se l’estremismo politico e la criminalità da parte degli stranieri possano essere combattuti in modo più efficace ampliando le possibilità di espulsione”. E poi la promessa che “il governo federale farà tutto quanto in suo potere per impedire l’abuso del diritto di asilo” per poter offrire protezione ai perseguitati e ai rifugiati provenienti da tutto il mondo.
Oggi chi la pensa così e vota AfD, spiega Teney (che non cita Kohl), viene etichettato come neonazista, con il risultato paradossale di rafforzare la convergenza fra l’elettore e il dirigente dell’AfD quando “l’elettorato nel suo complesso è nettamente più moderato rispetto al partito stesso”. E’ vero che numerosi dirigenti sovranisti spingono sul pedale dell’estremismo “ma la nostra indagine mostra che l’elettorato dell'AfD non è un blocco statistico di estremisti”, insiste la sociologa. Al contrario, il 43,8 per cento ottenuto il 6 settembre dall’AfD in Sassonia-Anhalt “non può più essere spiegato esclusivamente con una base elettorale radicale”. Sono numeri da Volkspartei e non da movimento eversivo: voti “rubati” agli altri partiti senza mai dimenticare che l’AfD “riesce a mobilitare un numero molto di alto di persone che non hanno mai votato prima”. Lo prova l’affluenza alle elezioni per il Bundestag arrivata all’82,5 per cento, il livello più alto dal 1987 (e lo stesso è successo alle più recenti regionali). Semmai, aggiunge, è all’ovest che l’elettorato dell’AfD rimane ancorato allo spettro estremista. Un fenomeno, aggiungiamo noi, messo in ombra dalla cavalcata elettorale all’est.
L’accademica ammette poi che “non esistono ancora studi scientifici sulle recenti elezioni regionali” ma dalle più recenti interviste ai media, osserva, emerge come molti elettori in Sassonia-Anhalt abbiano citato scuole scadenti, infrastrutture al collasso e problemi economici per giustificare il voto per l’AfD; una formazione, va ricordato, le cui sezioni regionali nei cinque Länder tedeschi orientali sono definite “estremiste” dai servizi di intelligence interna.
Stabilito che non tutti gli elettori sovranisti sono degli estremisti, Teney fornisce delle indicazioni su come recuperarli verso partiti più potabili. La prima: gli ex astenuti che oggi scelgono l’AfD “non devono essere riconquistati, ma raggiunti con un nuovo approccio”. La seconda: etichettare tutti come neonazisti voltando loro le spalle è controproducente perché “proprio là dove le persone hanno l'impressione che i partiti tradizionali a livello locale siano ormai quasi del tutto assenti o non si occupino granché dei loro problemi concreti può crearsi un vuoto di rappresentanza”. Considerare dei radicali tutti gli elettori sovranisti spegnerebbe sul nascere ogni possibilità di convincerli a scegliere un altro partito. Un’ipotesi in apparenza confermata dalle elezioni del 20 settembre in Meclemburgo: qua la governatrice uscente Manuela Schwesig, ancoratissima al territorio al punto da non usare il simbolo del suo partito (la Spd) sui cartelloni elettorali, ha ottenuto un solido 35,3 per cento perdendo solo 4,1 punti percentuali di fronte a un balzo in avanti dell’AfD di 21,5 punti a quota 38,2 per cento.
Quello che le formazioni democratiche tradizionali dovrebbero fare è dunque coltivare le differenze che si registrano in seno a quel partito. “Chi le ignora non capisce nemmeno perché le persone votino l’AfD”. I partiti dovrebbero quindi mostrare disponibilità al dialogo con chi la pensa diversamente – proprio come fa Schwesig – e prendere sul serio i loro problemi, senza minimizzarli. D’altronde, osserva ancora Teney, “se determinati temi vengono affrontati esclusivamente da un partito, presso gli elettori può sorgere l’impressione che solo quel partito ne parli”.