Esteri
l'ex consigliere per la sicurezza •
Come affrontare le manie di possesso di Trump
La Danimarca ha disinnescato le mire trumpiane sulla Groenlandia chiedendo negoziati privati, via dai riflettori. Anche se il capo della Casa Bianca non offre certezze, questo approccio sembra funzionare meglio del confronto aperto
30 SET 26

Foto ANSA
In tempi normali, l’accordo danese-americano sulla Groenlandia del 22 settembre non sarebbe stato uno sviluppo particolarmente degno di nota. Il patto – solido, un lavoro importante – avrebbe dimostrato la forte relazione tra Copenaghen e Washington, sarebbe stato un’ulteriore prova del fatto che la Nato funziona bene, e avrebbe portato avanti gli interessi di lungo periodo di tutti gli alleati. Un breve brindisi, un applauso, e poi tutti al lavoro.
In tempi trumpiani, invece, l’accordo è un risultato significativo semplicemente per il fatto di essere stato firmato. Gli ultimi venti mesi di turbolenza sono stati inutili e inopportuni. Anzi, i commenti minacciosi di Donald Trump, la sua spocchia, le sue sbruffonate e i suoi post sui social media hanno minato non soltanto la fiducia danese nell’affidabilità americana, ma anche quella di molti altri alleati, in seno alla Nato e oltre. Si spera che la questione sia ora risolta, e che si possa ricominciare a ristabilire consultazioni e operazioni “normali” nella Nato.
L’interesse di sicurezza nazionale americano per la Groenlandia è di lunga data, giustificato e coerente con quello della Danimarca, dei groenlandesi e di tutti gli alleati della Nato. Ciò che qui è anomalo è Trump. Quando il suo mandato finirà, finirà anche l’anomalia. Questa è la prima lezione per i leader europei. Concludere che le fondamenta strategiche americane siano cambiate soltanto a causa di Trump è un grave errore: significa complicare eccessivamente un problema invece di valutarlo con attenzione. L’accordo del 22 settembre è normale, ma il comportamento di Trump non lo è.
Il presidente ha più a cuore sé stesso dell’interesse nazionale. Anche altri paesi stanno prendendo le misure
La Groenlandia fa parte della massa continentale nordamericana, cruciale non solo per i membri artici della Nato, ma per l’intera alleanza. Oggi, a causa del comportamento minaccioso di Russia e Cina, il Grande Nord è il nuovo “ventre molle” dell’Europa. Nel 1868, il segretario di stato William Seward, dopo aver acquistato l’Alaska dalla Russia nel 1867, tentò senza successo di acquisire la Groenlandia dalla Danimarca. Nel 1917, preoccupata per gli accessi atlantici al Canale di Panama, Washington acquistò le Indie Occidentali danesi, ma fallì di nuovo sulla Groenlandia.
Con la Danimarca sotto occupazione tedesca, l’ambasciata danese a Washington acconsentì, nell’aprile del 1941, a che le forze statunitensi potessero stabilire basi in Groenlandia per proteggersi dalle minacce tedesche. Un accordo simile autorizzò il dispiegamento dei marine statunitensi in Islanda, allora anch’essa sotto sovranità danese. Entrambi questi accordi furono conclusi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, che provocò l’ingresso formale dell’America nella Seconda guerra mondiale.
Durante la guerra, gli Stati Uniti stabilirono diciassette basi in Groenlandia, che, nel 1947, Harry Truman tentò di nuovo di acquistare. Nonostante avesse offerto 100 milioni di dollari, allora una somma principesca, la Danimarca rifiutò di nuovo. Nel 1951, tuttavia, con la Guerra fredda ormai pienamente in corso, Washington e Copenaghen firmarono il Defense of Greenland Agreement (Accordo per la difesa della Groenlandia), che veniva dopo l’intesa del 1941 e che ha funzionato bene per 75 anni.
Alla fine del 2018, Trump mi chiese se l’America dovesse comprare la Groenlandia. Le crescenti minacce artiche russe e cinesi, in particolare verso la Groenlandia, giustificavano certamente un’attenzione più ravvicinata. Lo staff del Consiglio di sicurezza nazionale approfondì la questione, e concludemmo che l’accordo del 1951 costituiva una cornice logica all’interno della quale procedere. Le questioni più ampie sul futuro della Groenlandia non richiedevano una risoluzione immediata.
Alla fine del 2018, Trump mi chiese se l’America dovesse comprare la Groenlandia
Le possibilità di discussioni riservate tra Stati Uniti e Danimarca sulla Groenlandia crollarono nell’agosto del 2019, quando Trump definì la premier Mette Frederiksen “una donna cattiva”, dopo che lei aveva definito “assurdo” un eventuale acquisto americano della Groenlandia. Ciononostante, durante il resto del primo mandato di Trump e durante l’Amministrazione Biden, la cooperazione sulla sicurezza della Groenlandia proseguì. Tutto molto normale.
Il secondo mandato di Trump è l’anomalia. Per ragioni “psicologiche”, ha dichiarato di voler “possedere” la Groenlandia. Questa affermazione rivelatrice è importante soprattutto per ciò che non dice, ossia che Trump non è stato in grado di articolare i reali interessi strategici dell’America. Ma non si trattava di strategia americana, bensì di Trump stesso. Più la Danimarca e l’Europa reagivano, più le dichiarazioni si facevano rabbiose, più aumentavano le photo-opportunity in Groenlandia, più crescevano le condanne nei suoi confronti, e più a lui piaceva. Restava, in fondo, sempre tutto incentrato su di lui. Impegnarsi indefinitamente in un dibattito pubblico con Trump può produrre vantaggi politici interni per i leader stranieri, ma è invariabilmente controproducente.
Al contrario, piuttosto presto, la Danimarca ha fatto proprio la mossa giusta, proponendo colloqui riservati tra alti funzionari, lontano dai riflettori dei media. A tempo debito, questi negoziati hanno prodotto l’accordo del 22 settembre. Trump ha potuto dichiarare vittoria – cosa che solo i suoi consiglieri più adulatori hanno creduto – e Danimarca e Groenlandia hanno potuto giustamente affermare di aver concluso un buon accordo. Si torna alla normalità.
Anche altri leader stranieri hanno tratto la stessa conclusione. La presidente messicana Claudia Sheinbaum è impegnata in negoziati commerciali estremamente complessi e delicati con Trump. Sebbene sia ancora troppo presto per dire se riuscirà nel suo intento, il suo approccio discreto sembra procedere bene, in contrasto con le relazioni in deterioramento tra Trump e il primo ministro canadese Mark Carney. Durante il primo mandato di Trump, anche il giapponese Shinzo Abe intrattenne conversazioni private e continuative con Trump per far avanzare gli interessi di Tokyo.
Poiché Trump agisce in modo transazionale piuttosto che strategico, per definizione non esiste una controstrategia in grado di funzionare con certezza. Ma l’esempio danese merita di essere esaminato attentamente per le lezioni che offre. Come amava dire il segretario di stato Jim Baker: “Keep your eyes on the prize”, non perdere di vista l’obiettivo.
John Bolton, ex ambasciatore americano all’Onu, è stato consigliere per la Sicurezza nazionale nel primo mandato di Donald Trump fino al 2019.