Milano. In questi giorni dovrebbero diventare pubblici i dettagli dell’accordo che gli Stati Uniti hanno trovato con la Groenlandia e la Danimarca sulla loro presenza sull’isola: per ora c’è un annuncio del presidente americano, Donald Trump, che vale purtroppo molto poco, ma ci sono le dichiarazioni rassicuranti, con selfie sorridenti, della premier danese, Mette Frederiksen, e del premier groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, che invece sono attendibili, e fanno ben sperare. Di fatto, cambia molto poco rispetto agli accordi che già esistevano dagli anni Cinquanta tra Groenlandia e Stati Uniti: c’è un
rafforzamento della presenza americana, che i groenlandesi non hanno mai ostacolato.
Peccato che però, in questo negoziato che non serviva, s’è consumato il bene più prezioso tra europei e americani: la fiducia. Esperti e politici europei da gennaio – da quando al Forum di Davos Trump ha detto che quel “pezzo di ghiaccio” doveva essere suo a tutti i costi, mentre pubblicava disegnini fatti con l’AI tenendo per mano pinguini che in Groenlandia non ci sono neppure – dicono che le mire trumpiane sull’isola dell’Artico hanno spezzato ogni certezza sulla possibile tenuta di una pur ridimensionata alleanza transatlantica: più del disimpegno dall’Ucraina, più dei dazi. Tant’è vero che ci fu una reazione unita e dura, con l’invio simbolico di soldati della Nato europei e soprattutto con la minaccia del “bazooka” commerciale contro gli Stati Uniti. Tant’è vero che Trump ha fatto, sempre a Davos, un passo indietro, ha detto che non mandava i soldati e che non “acquistava” nulla, perché, complici anche i mercati cui il presidente è ben più sensibile, non era poi così conveniente. In quel momento almeno, non lo era, ma le minacce e le operazioni di convincimento non si sono fermate.
Stephen Miller, consigliere di Trump per l’immigrazione, architetto degli scempi dell’agenzia Ice, diceva: possiamo fare quello che vogliamo in Groenlandia, chi è che manderà dei soldati contro i soldati americani, gli europei? Le carte geografiche con la bandiera americana fino alla Groenlandia erano il gadget preferito dei trumpiani, e tra visite più o meno fortunate e influencer più o meno remunerati, si sono consolidate una pressione e una minaccia costanti che hanno frantumato i rapporti tra i paesi europei della Nato (la Groenlandia ne fa parte) e l’America trumpiana. Se i termini del negoziato fossero stati quelli che – per quel che ne sappiamo ora – sono nell’accordo, cioè una presenza duratura degli americani e l’esclusione di russi e cinesi, ci sarebbe stata una collaborazione attiva da parte degli interlocutori europei, visto che i groenlandesi cercano maggiore protezione, e un rafforzamento collettivo degli alleati atlantici. Invece è accaduto il contrario, e le divisioni sempre più marcate sono anche l’incentivo per i russi in particolare per infierire sugli europei, intensificando attacchi di ogni genere, sgretolando il patto di mutuo soccorso che è quello su cui si fonda la deterrenza della Nato.