L’intruglio tra diplomazia, affari e ideologia che è il trumpismo in Groenlandia

La casa nuova di un politico groenlandese, Jorgen Waever (sposato con Vivian Motzfeldt, che è stata ministra degli Esteri fino al marzo scorso e ha rappresentato l’isola nelle negoziazioni con gli americani) e i suoi benefattori americani

17 SET 26
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Foto Ap via LaPresse

Weekendavisen è un settimanale danese noto per le sue inchieste e per la sua sezione culturale: ha pubblicato un articolo in cui racconta la storia di Jorgen Waever, un politico della Groenlandia sposato con Vivian Motzfeldt, che è stata ministra degli Esteri fino al marzo scorso e ha rappresentato l’isola nelle negoziazioni con gli americani nate dopo che Donald Trump ha iniziato a concupire la Groenlandia nel suo modo vago, sfacciato e spaventoso: con i disegnini fatti con l’intelligenza artificiale, con i post su Truth in cui parlava di “conquista” o di “acquisto” dell’isola, con i suoi discorsi talmente confusi sulle isole e il ghiaccio che talvolta sembrava confondere la Groenlandia con l’Islanda. Secondo il settimanale, il lavoro della coppia è stato molto apprezzato dagli americani, tant’è che hanno comprato una casa, formalmente secondo i documenti visionati, intestati a Waever, con un trasferimento di 823 mila dollari direttamente al venditore. Tra i benefattori compare anche il solito Ronald Lauder, che ha un’antica passione per la Groenlandia e molteplici interessi redditizi e che, secondo quanto ha dichiarato in passato l’ex consigliere di Trump caduto in disgrazia, John Bolton, è stato il primo a mettere la pulce nell’orecchio al presidente sull’idea di comprarsi – o conquistare o occupare o qualsiasi cosa voglia dire: prendersi un territorio sovrano peraltro nella Nato – la Groenlandia. Nell’inchiesta la voce di Waever non c’è, non ha voluto commentare nulla sulla sua nuova casa e sul perché ci siano americani tanto generosi nei suoi confronti, ma questa storia si inserisce in un metodo ben oliato dell’Amministrazione Trump, che la saggista Anne Applebaum, nei suoi articoli e nei suoi preziosi interventi descrive come un intruglio di diplomazia, soldi e politica messo insieme da inviati informali, aziende e ideologi.
Il New Yorker ha dedicato uno dei suoi ritratti che diventano all’istante imprescindibili, firmato da Dexter Filkins, a Jared Kushner, il genero-inviato che non parla ma sussurra e che rappresenta “una nuova figura a Washington, per la quale il servizio pubblico è lo strumento per ottenere una ricchezza straordinaria”. E’ la “dollar diplomacy” che viene sintetizzata nelle molte voci riportate nell’articolo come una compravendita continua, in cui gli aspetti diplomatici vengono liquidati in modo sbrigativo (si vede: mai visti tanti accordi di tregua violati nel giro di poche ore, tanti memorandum d’intesa firmati in versioni differenti o con rimandi a negoziati futuri che non si tengono mai) per passare velocemente agli affari, al “cosa ci si guadagna?”, allo scambio di favori, in cui il confine tra interessi e corruzione è sempre meno netto. Kushner è il testimonial dell’intruglio che è diventata la politica estera americana (sempre Applebaum dice: quest’America non vuole isolarsi, vuole guadagnarci), ma non è certo l’unico ed è questo che sta trasformando i rapporti tra alleati, quelli con i nemici, e la fiducia che sottende a queste relazioni. (Paola Peduzzi)