La furba filologia sulla Shoah di Francesca Albanese

Nelle parole della relatrice speciale dell’Onu, l'antisemitismo indica l'odio verso chiunque non fosse europeo e provenisse dal medio oriente. Il sionismo ha invece assimilato gli ebrei all’occidente, rendendoli orientalisti

26 SET 26
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Foto ANSA

Whoopi Goldberg fece scandalo sulla Abc per aver detto: “L’Olocausto non riguarda la razza. No, non si tratta di razza. Riguarda la disumanità dell’uomo nei confronti degli altri uomini. Questi sono due gruppi di persone bianche”. I nazisti e gli ebrei. Tutti “bianchi”. Secondo Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, nei campi di sterminio nazisti gli ebrei “venivano chiamati musulmani”, l’antisemitismo non sarebbe solo odio verso gli ebrei ma verso i “popoli semitici” e il termine, quando fu coniato, avrebbe indicato chiunque non fosse europeo e provenisse dal medio oriente.
Antisemitismo: la parola fu coniata da Wilhelm Marr nel 1879 per dare una patina scientifica all’odio verso gli ebrei. Non aveva dubbi, Marr, su cosa intendesse e chi odiasse. Fondò anche una Lega degli antisemiti. Non odiava gli arabi, i maltesi o chi parlava amarico. Odiava gli ebrei. Dire, nel 2026, che quella parola è nata come ombrello per tutti i non europei del Levante è come dire che pogrom è un termine agrario per la rotazione delle colture.
Poi arriva il Muselmann. Nei lager, i prigionieri chiamavano così chi era già uno scheletro vivente. Un cadavere che cammina. Non è che le SS aggiornassero l’anagrafe per ribattezzare gli ebrei “musulmani” per rispetto della famiglia semitica allargata. Era la lingua usata dalle vittime per descrivere lo stadio ultimo della vittima. Trasformarlo in una prova che “gli ebrei erano musulmani” è un piccolo capolavoro di filologia da bar o da rivista patinata dell’alta moda, Love magari. Ma chi ascolta e vuole intendere ha capito: se l’odio che ha prodotto Auschwitz non è più solo ebraico, allora gli ebrei sono solo comparse di un dramma più grande il cui protagonista contemporaneo è un altro, “l’altro”, magari i palestinesi. Bella tecnica di sottrazione: non si nega il morto, gli si cambia il nome. Ecco che arriva l’Olocausto dei migranti, l’Olocausto ecologico, l’Olocausto afroamericano, l’Olocausto dei nativi, l’Olocausto degli animali, l’Olocausto palestinese.
La domanda è perché l’esperta delle Nazioni Unite, incaricata di vigilare su un territorio e su un conflitto, si senta in dovere di rimaneggiare il lessico della Shoah. Perché Albanese non sarà una brava filologa, ma è un’ottima studiosa di Edward Said, la cui eredità, oggi dominante nei campus americani, fu un sillogismo che lo rese celebre: l’“orientalismo”, il razzismo occidentale nei confronti dell’oriente arabo, è in realtà antisemitismo perché gli arabi sono semiti; il sionismo ha assimilato gli ebrei all’occidente e quindi hanno perso il loro semitismo, sono divenuti “orientalisti”; i palestinesi sono i nuovi ebrei e gli ebrei di oggi sono i nuovi nazisti.
La storia è diventata così un magazzino di metafore a nolo. L’odio verso gli ebrei in quanto ebrei è uno dei fenomeni più documentati della storia. Non ha bisogno di essere “allargato”. Allargarlo serve a uno scopo preciso: quando quel confine si offusca, ogni accusa di antisemitismo diventa, per definizione, un ricatto. No al Ddl contro l’antisemitismo. Per tutti i semiti.