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difesa e resistenza •
Zelensky e Trump al confronto sulle note di Vivaldi
Le convinzioni americane su Putin sono state drammaticamente smentite, mentre la controffensiva ucraina procede con successo e con avanzamenti tecnologici
25 SET 26

Foto ANSA
Vladimir Putin non ha intenzione di mettere fine alla guerra contro l’Ucraina, anzi l’allarga all’Europa, ha ripetuto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, nella sua visita a New York in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu. In un’intervista ad Axios, Zelensky ha detto che i due inviati americani, Steve Witkoff e Jared Kushner, che per la prima volta sono andati a Kyiv qualche settimana fa, dopo essere stati (naturalmente) a Mosca, gli avevano detto: “Siamo convinti che Putin sia pronto” a riaprire il negoziato, a trattare. Mmm, non ne sono molto sicuro, aveva detto il presidente ucraino, e loro: no no, siamo vicini. Nell’incontro a New York tra il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e il segretario di stato americano, Marco Rubio, è venuto fuori che Zelensky aveva ragione, Mosca non è pronta a nessun negoziato, perché non vuole mettere fine alla guerra. Zelensky al contrario è disposto a tutto, all’accordo per fermare gli attacchi alle raffinerie russe come pretendono gli Stati Uniti, all’accordo per facilitare il commercio del grano, come auspicano gli Stati Uniti, anche a stare nella stessa stanza con Putin, come sogna Donald Trump. Chiede solo, Zelensky, che i russi smettano di attaccare l’Ucraina – mentre discuteva con il presidente americano e con molti altri leader internazionali, Putin ha fatto due bombardamenti devastanti nel giro di ventiquattr’ore. Putin è insaziabile e non si vuole fermare, i trumpiani non vogliono farsene una ragione (fa eccezione la Cia), ma Zelensky, come da sempre, lavora al negoziato e intanto si difende, contrattacca, organizza operazioni umanitarie per gli ucraini intrappolati nell’occupazione russa.
L’Operazione Vivaldi, le quattro stagioni della controffensiva ucraina nel Donbas preparata negli ultimi sei mesi, procede con successo e con avanzamenti tecnologici, come l’utilizzo di robot da terra che, da soli, neutralizzano circa il 60 per cento delle mine antiuomo nell’area in cui opera il Terzo corpo d’armata che guida questa controffensiva, e che, in due notti, ha ripulito trenta chilometri di territorio senza subire perdite. Secondo l’esercito di Kyiv, da quando è iniziata l’Operazione Vivaldi (dovrebbe essere alla seconda stagione, secondo la musica che fa da sottofondo), gli ucraini hanno liberato vicino al fronte 125 chilometri quadrati di terreno, compresi 50 chilometri quadrati occupati dai russi, che grazie all’azione combinata dei robot e dei droni ucraini, hanno dovuto lasciare le loro postazioni. Il colonnello Rodion Kudryashov, vicecomandante del Terzo corpo, ha pubblicato un lungo articolo in cui racconta come è nata l’Operazione Vivaldi, la lunga preparazione in cui è stata cambiata la struttura di comando, sono state rafforzate le unità di soldati, è aumentata l’interazione tra tecnologia, logistica e uomini, è stato stabilizzato il fronte, sono state analizzate montagne di dati – non è un articolo, è un manuale delle offensive moderne, in cui una buona parte è dedicata al fattore umano, alla motivazione dei soldati, alla loro stanchezza, alla loro preparazione.
L’analisi di Kudryashov fa emergere anche un altro elemento che spesso sfugge nel racconto di questa guerra: la difesa e la resistenza ucraina funzionano come un sistema unico. Quando Mykhailo Fedorov, grande esperto di innovazione, ha lasciato il ministero della Difesa, ci sono state proteste nelle piazze e la sensazione che le cose potessero precipitare, a causa anche dell’egoismo di Zelensky, che non ha trattenuto Fedorov (il quale si è fatto via via più capriccioso). Come si fa senza il ministro-genio?, si chiedevano stizziti commentatori e funzionari europei, il presidente ucraino mette la sua tenuta politica davanti all’interesse di un intero paese. In poche settimane il sistema si è ristrutturato – mentre preparava l’Operazione Vivaldi – e ieri è stato annunciato il nuovo capo della sezione digitale dell’esercito, il colonnello Artem Martynenko, a ulteriore dimostrazione del fatto che in una democrazia che si difende da una violenta aggressione non è il singolo che conta, ma l’ingranaggio che fa funzionare il sistema. Ed è un ingranaggio che ha gli ucraini al primo posto, come ricorda Zelensky quando dice che i suoi cittadini sono più importanti del prezzo del gasolio; quando chiede un salvacondotto umanitario per gli ucraini intrappolati a Oleshky, nella regione di Kherson, duemila persone di cui cinquanta bambini che i russi hanno lasciato senza cibo, senza energia, senza farmaci, mentre impediscono l’accesso alle ong per evacuare i civili e fanno il loro osceno safari contro i civili con i droni; quando si commuove davanti alla lunga staccionata all’Hunter’s Point di South Park a New York in cui sono stati appesi ventimila orsacchiotti rossi di peluche, uno per ogni bambino ucraino deportato dai russi.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
