Il cattivo maestro dei bassiji che non guarda alla realtà

Hossein Taeb è un rivoluzionario vecchio stampo ossessionato dalla repressione, l’unico mezzo che conosce e usa per tenere il regime iraniano saldo al potere
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Hossein Taeb, nato nel 1963, è il comandante dell’unità paramilitare bassiji

Nella cerchia dei veterani che dal 28 febbraio reggono le sorti della Repubblica islamica, il profilo del capo della milizia bassiji, Hossein Taeb, è uno dei più enigmatici. Raccomandato per eccellenza secondo alcuni, gran manovratore che si fa kingmaker secondo altri, quel che è certo è che in un mondo popolato di opportunisti finti-falchi, finte-colombe e pragmatici a giorni alterni, Taeb non si è mai mosso dall’inflessibilità delle origini, motivo per cui, al momento, questo sessantenne con il turbante bianco e l’aria corrucciata del rivoluzionario vecchia maniera incarna meglio di chiunque altro le ambizioni, le rigidità e i limiti del fronte più ideologico del regime.
Cosa sognano gli ultraconservatori irriducibili che disprezzano l’occidente, hanno bisogno della guerra e non si arrendono allo tsunami culturale che sta rivoluzionando la società iraniana? Per capirlo basta ascoltare Taeb, il sorvegliante in chief, ossia l’uomo deputato a espandere l’ethos del buon bassiji nelle scuole, nelle università e nelle piazze grazie ai mirabolanti mezzi messi a disposizione dalle nuove tecnologie. Ecco dunque, l’ex capo dell’intelligence pasdaran improvvisamente ubiquo a ribadire che la difesa degli asset strategici iraniani, incluso, va da sé, lo Stretto di Hormuz, sarà “risoluta”; eccolo a rassicurare i concittadini che “gli americani si apprestano a lasciare il medio oriente sconfitti”; eccolo, infine protagonista indiscusso delle trame più misteriose dell’estate, per esempio quella tratteggiata in un retroscena del New York Times del 13 settembre, in cui Taeb è il decano dello spionaggio pronto a sabotare il memorandum d’intesa tra la Repubblica islamica e gli Stati Uniti, il tutto alle spalle del presidente Massoud Pezeshkian e del generalissimo delle Guardie rivoluzionarie, Ahmad Vahidi.
Ma per inquadrare Taeb e darsi una ragione della centralità che si è conquistato occorre fare un passo indietro e risalire all’incontro che ha legato la sua vita a quella di Mojtaba Khamenei. Sull’argomento le cronache sono scarne, però gli indizi fanno supporre che i due si siano incrociati per la prima volta tra il 1987 e il 1988 nel battaglione Habib dei pasdaran, siamo ancora nel pieno della guerra con l’Iraq, Taeb ha 25 anni, Mojtaba 17 e si è arruolato volontario. Di primo acchito, in comune hanno gli studi coranici e il limite di non essere granché come uomini d’azione, sta di fatto che, in questo stesso periodo, altri commilitoni entreranno a far parte del mondo dell’erede di Ali Khamenei, tra gli altri Alireza Panahian, Esmail Kowsari, Ali Fazli ed Ebrahim Jabbari, un giorno saranno noti come i fedelissimi del circolo del battaglione Habib e si parlerà di loro come della spina dorsale del potere di Mojtaba. Ma pure dentro al novero di questi eletti, nessuno vanterà un rapporto tanto stretto e tanto intenso con la nuova guida quanto quello di cui beneficerà Taeb. Dalla prima esperienza a capo dei bassiji, agli anni complicati al ministero dell’Intelligence (Mois), dalla conquista del vertice dei servizi segreti pasdaran, alle manovre stonate che causano più di una protesta dentro al beit, l’ufficio di Ali Khamenei, l’intera carriera di Taeb, una carriera costellata di incarichi prestigiosi, battute d’arresto e ripartenze assai sorprendenti, si è finora svolta nel solco di quest’amicizia. E’ il loro sodalizio a determinare, nel 2005, l’ascesa di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza e saranno ancora una volta Mojtaba e Taeb i registi della risposta implacabile che il regime sfodererà contro le manifestazioni deflagrate nell’estate del 2009, all’indomani della sua rielezione fraudolenta.
Vanta un rapporto strettissimo con i Khamenei, in particolare con Mojtaba, vivo o morto che sia
Del resto gran parte del cursus honorum di Taeb nella Repubblica islamica è collegato alla sua ossessione per la repressione. “E’ proprio nella sua natura esagerare sempre – racconta una fonte del Foglio a Teheran – E’ il genere di persona gelida e compassata che tutto a un tratto esplode, uno che non ha mai imparato a modulare la rabbia”. La propensione alla violenza si fa già notare negli anni 90, quando il nome di Taeb non è ancora familiare ai più, ma nel frattempo figura già tra quelli dei responsabili dell’assassinio di una serie di dissidenti all’estero e contemporaneamente tra quelli degli organizzatori di una catena di omicidi mirati ai danni di giornalisti e intellettuali. Su questa spiccata tendenza “a esagerare” fino al 2009, nel sistema khameneista, nessuno ha da ridire, ma quell’anno, durante le proteste, un certo numero di “figli di” incontrano i manganelli o il fuoco dei proiettili, altri languono per mesi o settimane a Evin o nel famigerato centro di detenzione di Kahrizak, e nell’establishment clericale c’è chi inizia a levare gli scudi. Rumoreggia per esempio non poco il parlamentare conservatore Ali Motahari. “Quando affidiamo la gestione di una crisi a personaggi come Taeb – commenta all’epoca – gente che conosce assai bene il manganello, ma non ha alcuna consuetudine con il pensiero, la ragione e la prudenza, finisce che ci troviamo con un risultato che nessuno può auspicarsi”. Più recentemente, un analista politico iraniano interpellato dal Times a proposito del ritorno di Taeb a capo dei bassiji lo ha descritto in questi termini: “E’ uno di quelli che credono che pure se 60 milioni di iraniani dovessero essere sacrificati sull’altare della repressione, in fondo potrebbe sempre trattarsi del preludio della riapparizione del Mahdi”, l’imam in occultamento che secondo l’escatologia sciita riapparirà quando il mondo sarà irrimediabilmente in balìa del caos, della distruzione e dell’ingiustizia.
Ma se nel 2009 Taeb è riuscito a turbare i sonni di un manipolo di deputati conservatori e riformisti, non pare aver disturbato quelli di Mojtaba, che quell’anno, non appena l’amico viene cacciato dal ministero dell’Intelligence, si attiva e briga per offrirgli una nuova occasione al vertice del servizio segreto dei pasdaran, un incarico che ricoprirà fino al 2022. Nei suoi tredici anni in questo ruolo, al centro delle preoccupazioni di Taeb resta la vecchia ossessione di neutralizzare il fronte della guerra interna, la minaccia costante rappresentata dalla “rivoluzione di velluto” e dai suoi “infiltrati”, ossia studenti, artisti, giornalisti, curdi, bahai e soprattutto iraniani con doppia cittadinanza legati alle ong. Ciò detto, la paranoia che sfodera Taeb in quel lasso di tempo nei confronti degli ambientalisti meriterebbe un articolo a parte, basti pensare all’incubo kafkiano in cui si trovano coinvolti i brillanti ricercatori della Persian Wildlife Heritage Foundation, i cui studi sul campo per salvare dall’estinzione il raro ghepardo asiatico, studi partiti con l’indispensabile placet del governo iraniano, vengono interpretati come un tentativo di spionaggio in cui i poveri felini diventano una copertura per raccogliere informazioni sensibili allo scopo di “seminare la corruzione sulla terra”. Questi sono anche gli anni in cui Taeb scopre il gusto per la percentuale extra (sono almeno tre gli scandali sulla corruzione che lo coinvolgono) e gli anni in cui ingaggia battaglie furibonde contro i nemici interni (i casi più eclatanti sono quelli che toccano il clan Rafsanjani, i Larijani, il presidente Hassan Rohani e il suo entourage), perché sì, il suo è un universo manicheo “di noi” e di “loro”, ma chi ha l’onore di figurare dentro a quel “noi” è comunque soggetto ai suoi test di purezza, test in cui la devozione all’islam sciita e alla Repubblica islamica occupano un gradino alto, sempre più basso però di quello riservato al culto di Khamenei padre e figlio.
Eppure, a volte, essere più realisti del re non basta. Nel giugno del 2022 Taeb cade ancora, perché preso nel vortice della frenesia censoria contro i nemici immaginari ha trascurato la battaglia contro quelli reali. Nei suoi anni al vertice dell’intelligence pasdaran è tutta una morìa di scienziati e ingegneri nucleari. Masoud Alimohammadi viene ucciso nel 2010, nello stesso anno tocca a Majid Shahriari, nel 2011 a Darioush Rezaeinejad, nel 2012 a Mostafa Ahmadi Roshan, nel 2020 a Mohsen Fakhrizadeh. Ma a cadere sono anche i comandanti, addirittura i super comandanti: nel gennaio del 2020, a Baghdad viene assassinato il dominus di al Quds, Qassem Suleimani, e nel maggio del 2022 un killer in motocicletta spara al colonnello Sayyad Khodaei. Cos’altro deve succedere per far rotolare la testa di Taeb?, si chiedono i suoi avversari, mentre gli alleati, per proteggerlo, seguitano a puntare il dito verso il Mois. Alla fine la goccia che fa traboccare il vaso è un’operazione fallita in Turchia contro un gruppo di turisti israeliani. Succede che il Mossad e i servizi segreti turchi fanno il loro lavoro e che dieci membri della cellula iraniana vengono arrestati. A questo punto i rapporti diplomatici tra Ankara e Teheran subiscono un contraccolpo e dopo la débâcle il coro contro Taeb non può più essere ignorato.
Per spiegarsi il suo ritorno ufficiale ad agosto bisogna tornare al rapporto con Mojtaba, vivo o morto. E poi all’insopprimibile propensione di Taeb per la ferocia. “Gli Stati Uniti stanno sfruttando al massimo il blocco (dei porti iraniani) e si augurano che questo, nel tempo, riporti la gente nelle strade – ha detto al Times un parente di Taeb – ma la sua nomina lancia un messaggio al nemico (…) ed è quello di non fare affidamento sull’idea dei disordini interni, perché adesso noi abbiamo un matto vero al comando”. Concorda l’esperto Said Leylaz, secondo il quale Taeb è l’uomo giusto per motivare lo zoccolo duro del regime, tanto più in un fase in cui i bassiji potranno esercitare maggiori poteri.
“La generazione Z ci chiede più missili e azioni preventive”, ha detto, dimostrando di non saper leggere la realtà
E tuttavia Taeb resta Taeb, con i suoi limiti e le sue ossessioni. “Con lui non è mai dato sapere dove inizia e dove finisce la propaganda, crede sul serio alle cose che dice? Se è così siamo nel regno della psicopatologia”, insiste un’altra fonte del Foglio a Mashad, perché sulla faccia opposta della medaglia in cui è impressa la devozione di Taeb, resta la sua incapacità di leggere la realtà. “La generazione Z ci chiede più missili e azioni preventive”, ha assicurato in un discorso pronunciato nel novembre del 2025. Ma anche i sassi, a Teheran, sanno che gli umori sono ben altri. “Se ai ragazzi della generazione Z venisse offerta la possibilità di essere ascoltati, parlerebbero di pace, di libertà e di speranza – lo ha corretto il sito riformista Rouydad 24 – Basta fare un giro nei campus universitari o prendere nota delle conversazioni sui social network per accorgersi che per i giovani iraniani i temi all’ordine del giorno sono la censura, l’insicurezza economica, le restrizioni culturali, le diseguaglianze di genere e l’emigrazione”. E il problema di Taeb e dei suoi alleati sta tutto qui, nell’assoluta incapacità di immaginare un mondo senza furia e senza missili, mentre la maggioranza ha già iniziato a sognare e, per quel poco che può, a vivere qualcosa di diverso.