Lo slancio di Trump per il possibile accordo con Tehran

L’exit strategy dalla guerra contro l’Iran è il nuovo medio oriente e la fortezza Israele. L'America trumpiana non è più disposta a essere il poliziotto che interviene a ogni chiamata, ma l’architetto di una nuova struttura geopolitica
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Tel Aviv. “We have a lot of momentum”, abbiamo molto slancio ha detto il presidente americano Donald Trump al termine della giornata diplomatica di martedì a New York. Il riferimento è al possibile accordo con Tehran, dopo le tre ore di colloqui che gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner hanno avuto con i rappresentanti iraniani. “Nessuno vuole e può permettersi di continuare questa guerra. Nemmeno l’Iran, per cui Trump sta cercando di perseguire il più possibile la via diplomatica”, dice al Foglio Helit Barel, direttrice del Consiglio di Sicurezza nazionale israeliano, esperta di sicurezza e relazioni diplomatiche fra Israele e Stati Uniti. L’ottimismo trumpiano, questa volta, potrebbe descrivere anche il tentativo di ricomporre un’architettura regionale che negli ultimi mesi sembrava sul punto di sfaldarsi. Martedì, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, si sono seduti allo stesso tavolo i sei paesi del Gulf cooperation council (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, Kuwait e Oman), assieme a Turchia, Giordania, Egitto, Iraq, Libano e Siria: dodici paesi mediorientali riuniti dalla Casa Bianca per discutere di Iran, sicurezza regionale, energia e, soprattutto, il “day after”, con la proposta agli alleati arabi di un fondo iniziale da dieci miliardi di dollari per costruire infrastrutture energetiche capaci di aggirare lo Stretto di Hormuz.
“La regione è in uno stato di transizione costante”, dice Yaakov Katz, giornalista israelo-americano, ex direttore del Jerusalem Post, specializzato in Difesa e relazioni tra Israele e Stati Uniti, “e ora la priorità di Trump, alla vigilia delle elezioni di medio termine, è la stabilità economica. In patria e all’estero”. Solo una settimana fa, Riad si interrogava sulla solidità del sostegno di Washington, mentre il Patto della Mecca con Turchia e Pakistan mostrava i suoi limiti di fronte ai continui attacchi houthi contro civili e infrastrutture petrolifere saudite, necessarie per aggirare Hormuz nella distribuzione del gas al resto del pianeta. Il tentativo americano è quello di trasformare la crisi degli ultimi mesi in un nuovo sistema regionale, con Washington al centro come coordinatore, i paesi arabi chiamati ad assumersi una maggiore responsabilità e Startup Nation, in retroscena, come potenza militare e tecnologica indispensabile.
Nonostante Israele fosse il grande assente ai colloqui di martedì, oggi Benjamin Netanyahu arriverà a New York per una delle visite americane più brevi della sua carriera: parlare all’Assemblea generale e rientrare immediatamente a Tel Aviv, mentre Trump sarà già rientrato alla Casa Bianca. Dunque nessun endorsement, nonostante l’imminente chiamata alle urne in Israele, prevista per il 27 ottobre: una distanza di agende che non equivale necessariamente a una distanza strategica. Secondo Noah Slepkov, ricercatore senior del Jewish People Policy Institute e fondatore di theMadad, incaricato dei sondaggi elettorali per il Canale 13, “gli Stati Uniti stanno puntando su Israele per concludere un conflitto in cui non si vogliono impantanare, specie con il voto alle porte. Allo stesso tempo, pur senza alcun endorsement ufficiale, Bibi potrebbe portarsi a casa il riconoscimento di garante dei progressi diplomatici con i sauditi: se fino a oggi non è riuscito a ottenere alcuna ‘total victory’, questa potrebbe risultare, se non altro, una vittoria diplomatica”.
“Netanyahu si prepara a partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite più breve della storia”, conclude Udi Sommer, direttore della Scuola di Scienze politiche e Relazioni internazionali dell’Università di Tel Aviv. “Quando salirà sul podio, con ogni probabilità si troverà davanti a una sala semideserta. Un’immagine potente, che restituisce una realtà politica altrettanto netta. Il suo discorso sarà calibrato non tanto per la platea internazionale, quanto quasi esclusivamente per il pubblico interno, con l’obiettivo di ricompattare la propria base elettorale in Israele. Mentre cerca, al tempo stesso – attraverso una prospettiva di lungo periodo con cui, per ora, continua a riuscire nel suo intento – di consolidare l’integrazione di Israele nella più ampia architettura geopolitica del medio oriente”. Dunque, mentre la normalizzazione politica tra Riad e Gerusalemme rimane apparentemente congelata, quella strategica continua ad avanzare, con l’America di Trump non più disposta a essere il poliziotto che interviene a ogni chiamata, ma l’architetto di una nuova struttura geopolitica. In cui ciascuno deve fare la propria parte.