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In Sudan, l’America tifa contro chi combatte le Rsf accusate di genocidio
Prima gli nega il visto per non farlo parlare all'Assemblea dell'Onu, poi lo delegittima pubblicamente. L'Amministrazione Trump fa la guerra al presidente Burhan e segna la parola fine a qualsiasi negoziato
24 SET 26

A distanza di cinque anni dal colpo di stato con cui il Sudan è passato sotto il controllo di leader militari, gli Stati Uniti si sono accorti di preferire che siano i civili a governare. Con un comunicato dai toni sorprendenti, nella notte di martedì la Casa Bianca ha delegittimato ufficialmente Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, l’unico leader sudanese riconosciuto dalla comunità internazionale: “Né le Forze armate sudanesi, né le Forze di supporto rapido (Rsf, ndr), né i rispettivi leader rappresentano un governo legittimo e costituzionale per il Sudan”, ha detto Thomas Pigott, portavoce di Donald Trump. Occorre “impegnarsi in un dialogo politico inclusivo che porti a una transizione verso un governo civile”, ha aggiunto. Un’equidistanza solo apparente.
L’appello sarebbe condivisibile, se non fosse che nel frattempo una delle due parti in guerra, quella delle Rsf guidate dal comandante Mohamed Hamdan Dagalo, si è macchiata dell’accusa infamante di genocidio da parte dell’Onu dopo il massacro di civili ad al Fashir, nel nord Darfur, compiuto lo scorso anno, mentre Burhan, da unico leader legittimo, era atteso invece all’Assemblea generale di New York. Ma con una mossa senza precedenti, ora il presidente del Consiglio sovrano di transizione rischia di non partecipare all’evento, dove era atteso per rivolgere un discorso molto duro contro gli Emirati Arabi Uniti, principale sponsor delle Rsf e partner fondamentale dell’Amministrazione Trump. Martedì, Washington ha posto un ultimatum a Burhan: o accetta il cessate il fuoco proposto dagli americani della durata di tre mesi o non otterrà il visto per fare ingresso negli Stati Uniti e partecipare all’Assemblea dell’Onu. Un ricatto che non ha precedenti e condannato anche dalle Nazioni Unite.
Gli ultimi sviluppi impressi dall’Amministrazione Trump al processo diplomatico in Sudan rischiano di tradursi nella fine di qualsiasi orizzonte di dialogo fra Burhan e Dagalo, perché in sostanza il comunicato della Casa Bianca sancisce il riconoscimento di un cambio di regime a Khartoum. Come primo risultato, ieri, l’Arabia Saudita ha minacciato di lasciare il Quad – il gruppo di paesi coinvolti nel dialogo di pace di cui Riad fa parte con Egitto, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti – se non dovesse essere concesso un visto al leader sudanese. Nella pratica, però, il gruppo di dialogo è già morto e ne è nato un altro parallelo che non include Stati Uniti ed Emirati, considerati ormai a tutti gli effetti parti attive nel conflitto sudanese. Così ieri, a margine dell’Assemblea dell’Onu, i sauditi hanno incontrato i rappresentanti di Pakistan, Egitto e Turchia. “Sottolineiamo l’importanza di preservare le legittime istituzioni statali nazionali”, recitava la dichiarazione finale dei quattro paesi.
Se è vero che gli Stati Uniti sono sempre stati accusati di prendere le difese delle Rsf e degli Emirati Arabi Uniti, è pur vero che mai come nelle ultime settimane si è andati in crescendo e le decisioni di Washington hanno finito per tradursi in uno scontro diretto con Burhan. Appena una decina di giorni fa, dopo l’accusa a mezzo stampa della presenza di armi chimiche a Khartoum nel 2024 – senza peraltro nemmeno ipotizzare un loro impiego in guerra – gli Stati Uniti hanno chiesto indagini accurate. Una richiesta che Burhan contesta, perché le inchieste giornalistiche – uscite simultaneamente su New York Times e Washington Post, entrambe grazie a una medesima “fonte di intelligence mediorientale” che molti sospettano altri non sia che Abu Dhabi – hanno presentato delle prove fotografiche la cui autenticità è ancora da appurare. Negli stessi giorni, Washington ha anche proposto di allargare l’embargo alle armi includendo tutto il Sudan e non più il solo Darfur, in modo da colpire anche Burhan. La proposta alla fine è stata congelata per la ferma opposizione di tutti gli altri membri del Consiglio di sicurezza, ma gli Stati Uniti hanno contestato che così per come è oggi l’embargo non funziona.
A dire il vero, però, se si guarda agli sviluppi militari sul terreno, qualcosa sembra si stia muovendo. Negli ultimi mesi, le Rsf hanno registrato diserzioni in massa, con molti combattenti che hanno cambiato schieramento arruolandosi con le Forze armate di Khartoum. Ad agosto, in uno dei casi più eclatanti, Abubakr Hamouda Dahloub, capo dell’intelligence delle Rsf nello stato del Nord Kordofan, ha defezionato portando con sé armi e centinaia di uomini. Molti altri comandanti lo hanno seguito, tra cui Hamad Mohammad Hamad Khalifa, il governatore del Nord Kordofan che era stato nominato da Dagalo. “C’è una totale incapacità di soddisfare anche le più elementari esigenze umanitarie delle popolazioni del Kordofan e del Darfur”, ha confessato Khalifa in un’intervista televisiva in cui annunciava di essere passato agli ordini delle Forze armate sudanesi. L’ondata di ammutinamenti fra le Rsf, secondo la piattaforma Acled che monitora l’evoluzione dei conflitti armati, sta già favorendo l’avanzata delle Forze armate regolari. Da qui il rifiuto di Burhan di cedere alle richieste americane di un cessate il fuoco proprio ora.