Il ricatto di Trump sul Sudan

Negare il visto a Burhan (l’unico leader sudanese riconosciuto dalla comunità internazionale) significa dimostrare di non essere interessati alla pace
23 SET 26
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Abdel Fattah al Burhan (Foto Lapresse)

Gli Stati Uniti hanno congelato la concessione del visto di ingresso all’unico leader sudanese riconosciuto dalla comunità internazionale, Abdel Fattah al Burhan, che è atteso fra pochi giorni a New York per intervenire all’Assemblea generale dell’Onu. Secondo una lettera intercettata da Reuters e inviata al segretariato delle Nazioni Unite dal rappresentante sudanese al Palazzo di Vetro, gli Stati Uniti starebbero usando il rilascio del visto come un’arma di ricatto: se Burhan rifiuterà il piano americano per un cessate il fuoco di 90 giorni, non otterrà il permesso di entrare negli Stati Uniti. E’ la prima volta che gli americani subordinano il rilascio del visto a un leader straniero alla firma di un accordo internazionale. Il ricatto americano al leader di Khartoum suona come un affronto, soprattutto perché il suo rivale Mohamed Hamdan Dagalo, comandante delle Rapid Support Forces (Rsf) è invece accusato di genocidio dalle Nazioni Unite per il massacro di al Fashir dello scorso anno, in cui decine di migliaia di civili sono stati torturati e massacrati dalle Rsf.
L’intervento di Burhan all’Onu è atteso da mesi, perché dovrebbe rivolgere accuse forti al principale sponsor di Dagalo, gli Emirati Arabi Uniti, come dimostrato ampiamente dall’ultimo report del Gruppo di esperti dell’Onu. Tuttavia, Massad Boulos, il consuocero di Trump che gestisce il dossier sudanese, ha spesso tradito una certa inclinazione a fare il gioco di Abu Dhabi. La settimana scorsa, incalzato da un giornalista di Sky News Arabia che gli chiedeva se fosse disposto ad ammettere l’invio di armi dagli Emirati alle Rsf, ha risposto con un pilatesco “fare i nomi non è importante”. Boulos aveva pure proposto di allargare l’embargo delle armi all’intero paese e non più al solo Darfur, in modo da colpire anche Khartoum. Se davvero Burhan non dovesse entrare negli Stati Uniti, il messaggio di Trump sarebbe duplice e clamoroso: da una parte, deciderebbe di prendere ufficialmente le difese di un gruppo paramilitare accusato di genocidio. Dall’altro, dimostrerebbe di non essere interessato in alcun modo alla pace in Sudan.