Trump prepara il tappeto rosso a Xi Jinping

Pechino chiede a Teheran di frenare gli houthi, mentre Washington prepara un’accoglienza senza precedenti al leader cinese. Tra affari, dialogo militare e detenuti americani, il rapporto fra i due leader è molto più concreto delle cortesie di facciata

18 SET 26
Tradotto con IA
Immagine di Trump prepara il tappeto rosso a Xi Jinping
Secondo tre fonti iraniane di Reuters, Pechino – per conto dell’Arabia Saudita – avrebbe chiesto a Teheran di mettere un freno agli attacchi condotti dal gruppo yemenita degli houthi. Il messaggio sarebbe passato probabilmente mercoledì scorso, quando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato a Pechino il suo omologo cinese Wang Yi. Nelle stesse ore, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto, in un’intervista all’emittente giapponese Nhk: “La Cina può trovare un modo per spingere Putin verso i negoziati. Ne sono sicuro, ma non l’ha fatto. E se puoi e non lo fai, è sostegno o no?”. E’ in questo clima che la Casa Bianca di Donald Trump sta preparando l’accoglienza al leader cinese Xi Jinping, in arrivo a Washington la prossima settimana.
Ieri la Casa Bianca ha fatto trapelare che l’accoglienza per il leader cinese sarà grandiosa. Secondo il reporter di Politico Daniel Lippman, Trump vorrebbe stringere la mano a Xi direttamente alla base aerea di Andrews, vicino Washington, quella da cui di solito partono gli Air Force One: si tratta di un protocollo anomalo per un presidente americano, soprattutto perché al suo arrivo a Pechino a maggio, all’aeroporto Trump fu accolto dal vicepresidente Han Zheng. Ma il presidente americano vuole ingraziarsi il leader cinese ed è disposto a concedergli cortesie (e sontuosità, alla Casa Bianca sono già state fatte le prove del picchetto d’onore per l’ingresso di Xi) che di certo non riserva ai suoi alleati strategici tradizionali. Ma dietro alla maschera dell’apparenza c’è anche molto altro, ben più di sostanza: la delegazione cinese si porterà dietro un discreto numero di capitani d’industria, tra cui i ceo del colosso delle auto elettriche Byd e dell’elettronica Xiaomi, proprio come aveva fatto Trump nella sua visita in Cina. Domenica il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent incontrerà il suo omologo cinese He Lifeng a New York, e ieri c’è stata una telefonata preparatoria fra il segretario di stato americano Marco Rubio – un tempo sotto sanzioni da parte di Pechino – e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Secondo altre notizie trapelate sulla stampa cinese, in queste ore Stati Uniti e Cina stanno discutendo anche “possibili annunci” per rafforzare la cooperazione fra le rispettive Forze armate. Lo dimostrerebbe pure il tono dialogante usato dal ministro della Difesa cinese Dong Jun l’altro ieri al Xiangshan Forum, la conferenza sulla sicurezza di Pechino – dove il Pentagono voleva mandare la sua funzionaria che si occupa di Cina, Cynthia Carras, la cui presenza è stata però poi cancellata all’ultimo momento.
Tutto è in evoluzione nel rapporto fra Washington e Pechino, e tutto è legato da un lato all’imperscrutabilità della leadership cinese, e dall’altro al modello diplomatico di Trump, fatto di annunci, business e relazioni personali. I funzionari di Xi Jinping lo sanno, sanno anche che per Washington non è il momento di aprire un altro fronte di crisi con Pechino, ed è per questo che il metodo Trump con loro funziona poco. Ma c’è soprattutto un argomento su cui gli imbrogli della Casa Bianca con la Cina sono più visibili. All’inizio del suo secondo mandato, Donald Trump aveva annunciato di voler essere il presidente che liberava gli americani ingiustamente detenuti nel mondo, e a settembre dello scorso anno aveva firmato un ordine esecutivo per punire i paesi che usano la cosiddetta diplomazia degli ostaggi. Con la Russia, in parte, ci è riuscito (almeno due cittadini liberati, Marc Fogel e Robert Gilman) ma con la Cina le cose sono andate in modo molto diverso. Chen Youlin, cittadino americano di 54 anni, sismologo, è stato arrestato nel novembre 2024 mentre si trovava a Pechino per far visita ai suoi familiari con l’accusa di spionaggio. Durante l’incontro fra Trump e Xi a Pechino, nel maggio scorso, il presidente americano avrebbe sollevato il suo caso. La risposta cinese è arrivata il mese successivo, quando un altro scienziato americano, Min Zin, di origini birmane, è stato arrestato a Kunming dove si trovava per una conferenza, invitato dal governo cinese, sempre per spionaggio. Il dipartimento di stato ha etichettato entrambi i casi come “detenzioni ingiuste”, eppure se per la Russia l’avviso di viaggio, secondo le regole della diplomazia americana, è di “livello 4”, quindi do not travel, non viaggiarci, per la Cina l’avviso resta a “livello 2”. Due settimane fa la pagina ufficiale del dipartimento di stato è stata aggiornata irrigidendo e ampliando il contenuto dell’avvertimento di viaggio – con un’attenzione specifica agli americani con doppia cittadinanza statunitense e taiwanese – ma secondo diversi gruppi di attivisti e ong si tratta di un’edulcorazione, che serve a non irritare la Cina.
Trump accoglierà Xi Jinping all’aeroporto, un benvenuto riservato solo a Putin in Alaska, mentre gli alleati tradizionali dell’America cercano modi per rafforzarsi da soli. E mentre le famiglie di Chen Youlin e di Min Zin aspettano una risposta.