Esteri
Amici e nemici •
Il sostegno di Putin all'Iran che Trump si ostina a ignorare
I satelliti di Mosca sorvolano la base americana attaccata in Arabia Saudita, mentre i due paesi si scambiano intelligence e progetti di armi. L'unico passo avanti è stata la legge postuma di Lindsey Graham

Foto ANSA
Il Congresso americano ha infine approvato la legge che introduce sanzioni a Russia e Iran, ribattezzata Lindsey Graham Sanctioning Russia and Iran Act, in nome del senatore che l’ha ideata, sostenuta e talvolta annacquata per mesi e mesi per ottenere non tanto il consenso dei parlamentari, che c’è sempre stato in rara forma bipartisan, ma del presidente Donald Trump, che deve ancora metterci la firma. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che assiste da anni ai temporeggiamenti e ai garbugli dei suoi alleati occidentali (l’Ue sulle sanzioni si incarta a ogni nuovo pacchetto, eppure procede), ha ringraziato il Congresso, sottolineando che mentre i deputati infine votavano, la Russia colpiva in otto regioni ucraine i palazzi residenziali e le infrastrutture, con droni e missili, come fa ogni giorno, con sempre più impunita violenza.
Se le sanzioni sono forti, ha detto Zelensky, “gli sforzi per la pace, inclusi gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti, dell’Europa e dei nostri amici, possono avere successo”. Sforzi russi non ce ne sono, anzi, il Cremlino è in assetto da guerra lunga e da guerra larga – contro l’Europa – da molto tempo, l’unico modo per far finire la guerra è che Vladimir Putin non abbia più i mezzi per farla.
Guardando indietro, si delineano con chiarezza gli errori commessi in termini di forniture di armi, di copertura aerea, di embargo delle risorse e della componentistica dagli alleati dell’Ucraina convinti che fosse possibile fermare il presidente russo con un negoziato. Poi è arrivato Trump e quegli errori sono apparsi ancora più mortali, perché le ipotesi sbagliate e i ritardi hanno imbrigliato l’Ucraina che non ha conquistato quel vantaggio che avrebbe impedito a Putin di giocare sadico con la miopia intemperante del presidente americano, e con la vita degli ucraini. Trump non si è soltanto posizionato come mediatore neutrale – che significa defraudare il paese aggredito del diritto a difendersi, ed essendo anche un paese alleato significa togliergli l’aiuto necessario a questa difesa, come è accaduto – ma ha anche rallentato l’adozione delle misure sanzionatorie alla Russia, portando a un livello ferocemente esponenziale la cautela già purtroppo presente del: non bisogna provocare Putin (così ora la Russia abbaia alle porte della Nato, anzi è già in salotto).
Da quando Trump ha deciso di fare la guerra all’Iran, la sua relazione con la Russia ha subìto un’ulteriore deformazione: o ignora o liquida come irrilevante l’alleanza tra Mosca e Teheran. Fin dall’inizio delle operazioni militari contro l’Iran, le intelligence occidentali – quella ucraina, che l’effetto di quell’alleanza lo misura in morti, ma anche quella americana – hanno segnalato le prove di come l’aiuto russo abbia reso più chirurgica e letale la capacità iraniana di colpire gli obiettivi americani nella regione mediorientale. Ieri la Cnn ha pubblicato un’esclusiva che descrive l’ultimo capitolo di questo aiuto: “Quattordici satelliti spia russi si sono mossi sopra una base militare americana in Arabia Saudita due giorni prima di un attacco devastante dell’Iran. Il tempismo e la sequenzialità dei satelliti hanno dato loro accesso a un largo spettro di dati che, secondo fonti di intelligence americane e internazionali, hanno aiutato Teheran a portare a termine uno dei suoi attacchi più precisi contro asset americani”. La Russia rifornisce l’Iran di mezzi, componenti e informazioni. I due paesi hanno piani congiunti di produzione di nuove armi, si muovono in sincrono sui loro fronti, ma se a Trump degli attacchi all’Ucraina importa il giusto, degli attacchi contro le sue basi invece importa eccome. Eppure ogni volta che è stata posta la questione in modo diretto a lui o ad altri esponenti dell’Amministrazione le risposte sono state vaghe, come se quest’asse non fosse l’origine di un’offensiva contro tutto l’occidente, America compresa. E ci sono effetti collaterali piuttosto rilevanti, perché smantellando il sistema di alleanze esistente, non si finisce soltanto con un Trump ostile contro l’Europa – nessun commento sugli attacchi russi nei paesi dell’Ue e della Nato, ma in compenso grande giubilo quando vincono partiti filorussi e antieuropei come l’AfD tedesca – ma anche contro alleati nel Golfo, prima fra tutti l’Arabia Saudita che è sotto attacco degli houthi, alleati dell’Iran, e trova più aiuto in Israele (sì, in Israele) che nell’America.
Quando è iniziata la guerra contro l’Iran, Lindsey Graham, falchissimo contro il regime di Teheran, aveva rilanciato la sua legge e aveva ripetuto con più enfasi: siamo vicini al voto, perché era convinto che a quel punto anche per Trump diventasse rilevante colpire la collaborazione tra Russia e Iran. E’ morto (all’improvviso) senza vedere la sua legge votata. Ora che c’è, ed è una buona notizia anche nei numeri del voto alla Camera che dimostrano che il sostegno all’Ucraina, al Congresso, è tutt’altro che svanito, molti esperti sono andati a vedere nei dettagli la legge e rilevano, allarmati, che di fatto la legge fornisce strumenti per imporre dazi, ben oltre gli obiettivi iniziali, che altrimenti, a causa della sentenza della Corte suprema, sarebbero contestabili. E forse è per questo, non per contrastare la Russia, che infine ora la legge c’è.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
