Come Warsh ha dimostrato l’indipendenza della Fed da Trump

La banca centrale ha deciso all'unanimità di aumentare i tassi per la prima volta in tre anni, e potrebbe succedere di nuovo prima del 2027. A sorpresa, la borsa sembra reagire positivamente

17 SET 26
Ultimo aggiornamento: 16:42
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Foto ANSA

Bravo Kevin Warsh, evviva l’indipendenza della banca centrale. Il Financial Times si fa prendere la mano dall’entusiasmo: “Donald Trump non riesce a piegare la Federal Reserve alla sua volontà”, titola in prima pagina. Per la prima volta in tre anni i tassi ufficiali sono stati aumentati, di poco, appena uno 0,25 per cento che li porta a un massimo del 4 per cento. La decisione era attesa anche se non scontata. I mercati festeggiano, il presidente mastica amaro, tuttavia ribadisce la sua fiducia in Warsh che ha nominato a maggio e se la prende con l’opposizione che s’annida nel consiglio della banca centrale. In realtà il board ha votato all’unanimità, e non tutti i suoi membri sono stati nominati dai Democrats. E’ che bisogna imparare a conoscere Mr.Warsh, scrive Robert Armstrong sul quotidiano britannico. Gli fa pendant il Wall Street Journal: “Warsh è un falco” titola il suo editoriale che esordisce chiedendo polemicamente a Elizabeth Warren di scusarsi, il presidente della Fed non è il burattino di Trump come la senatrice democratica lo aveva etichettato. King Don vorrebbe tassi all’un per cento perché gli Usa sono i migliori creditori del mondo, però l’inflazione attuale l’ha provocata proprio lui secondo le analisi condotte dalla Federal Reserve a livello locale non solo su scala nazionale. Prima i dazi, poi la guerra nel Golfo Persico, sono più cari i prodotti petroliferi, ma cresce anche il nocciolo duro dell’inflazione e la banca centrale non può far finta di niente. Il messaggio lanciato da Warsh è questa volta molto chiaro: è sua intenzione impedire che la situazione sfugga di mano, che i costi aggiuntivi si incistino creando uno zoccolo duro, quindi c’è da attendersi altri aumenti. Gli analisti stimano un nuovo quarto di punto entro la fine dell’anno. In genere quando il costo ufficiale del denaro sale le borse scendono, ma Wall Street ha apprezzato la determinazione e l’autonomia di giudizio della Fed, tanto che si sono ridotti anche i rendimenti dei titoli di stato. Un’inflazione che diventa strutturale abbassa i prezzi e alza il costo del debito, annullando così l’effetto aritmetico sul valore facciale dei titoli di stato. Ciò apre la porta alla seconda parte del dilemma in cui si dibatte la politica monetaria degli Stati Uniti, portando in primo piano la strategia del Tesoro e le mosse di Scott Bessent.
Il 22 agosto è stato lo stesso Trump ad annunciare che Bessent ha scelto di intervenire sul mercato delle obbligazioni ricomprando i titoli a breve per sostituirli con quelli a più lungo termine, l’obiettivo è impedire che i rendimenti superino il 5%. E’ una sorta di ristrutturazione interna del debito che, secondo molte interpretazioni, entra in contraddizione con la scelta della Fed la quale manovra i tassi portandoli più in alto. Bessent e Warsh, dunque, seguono due strade divergenti. Secondo una lettura diversa, più benevola o più trumpiana se vogliamo, le vie parallele finiranno per convergere. Mentre la Fed manovra per contenere l’inflazione, il Tesoro compra e vende i propri titoli in modo tale che non superino l’obiettivo dato. In questo modo le ricadute tendono ad annullarsi e il mercato obbligazionario a stabilizzarsi. Una scelta fondamentale perché è proprio questo il buco nero della economia americana.
Gli Stati Uniti non sono solo i maggiori creditori, sono anche i maggiori debitori. Lo sono i privati e lo è la mano pubblica. Con oltre 40 mila miliardi di dollari il debito federale lordo supera ormai il 125% del pil, un record in tempo di pace. E’ ancora sostenibile? Lo è anche se aumenta il suo onere che assorbe il 15% della spesa federale, oltre 900 miliardi di dollari, più o meno quanto stanziato per la difesa. Ciò ha un effetto psicologico e non solo per gli stessi americani. A questo s’aggiunge un nuovo grattacapo: il Tesoro è convinto che l’ingente debito delle Big Tech possa spiazzare il debito sovrano, in altri termini assorbe denaro che potrebbe andare a sostenere i titoli di stato. Gli investitori si trovano a dover fare scelte difficili: l’intelligenza artificiale ha una fame crescente di capitali e le aziende sono disposte a pagare di più sperando che arrivino i profitti desiderati. Rischiare potrebbe essere pericoloso, ma non basta la garanzia del Tesoro per accontentare i risparmiatori. Finora il riacquisto non ha dato effetti significativi, ma è una operazione a medio termine. Ci sarà abbastanza tempo? Warsh e Bessent sembrano due pattinatori che scivolano su un ghiaccio molto sottile, e sotto di loro ribolle il calderone dei debiti.