Esteri
l'analisi •
La guerra sotto soglia. L'Europa dopo Lipsia
Sabotaggi, droni, cyberattacchi e guerra psicologica. Carlo Masala aggiorna lo scenario del suo saggio “Se la Russia attacca l’occidente”: così Mosca vuole mettere alla prova la Nato. Le vulnerabilità dell’Europa e i colpi che hanno già fatto sanguinare il naso a Putin

Foto Ap via LaPresse
Non serve invadere un paese Nato per mettere alla prova l’Alleanza. E’ questo il punto debole sul quale il Cremlino insiste sempre di più, con metodo progressivo. Qualche giorno fa Reuters ha svelato che la scorsa primavera un’operazione congiunta fra Regno Unito, Norvegia e Stati Uniti ha intercettato e bloccato un’operazione navale clandestina russa che simulava l’impiego di una tecnologia capace di mettere fuori uso i cavi sottomarini senza lasciare tracce. Londra aveva già avvertito la Russia di essere in grado di monitorare i suoi sottomarini impiegati in “attività malevole”: anche se non tutti sono stati attribuiti ufficialmente alla Russia, fra il 2024 e oggi sono oltre venti i cavi sottomarini che nelle regioni del Baltico e dell’Artico hanno subito danneggiamenti. Ma non c’è solo la guerra sottomarina a tenere svegli la notte i funzionari della Nato in Europa: ci sono i droni che sconfinano e mettono fuori uso infrastrutture cruciali come gli aeroporti, le attività di sabotaggio, la disinformazione, la guerra psicologica, il sostegno a gruppi – anche politici – che funzionano come “cavalli di Troia” delle democrazie occidentali. E’ lo scenario immaginato da Carlo Masala, direttore del Center for Intelligence and Security Studies della Bundeswehr University di Monaco e professore di Politica internazionale, nel suo libro pubblicato lo scorso anno “Se la Russia attacca l’Occidente” (Rizzoli): il primo problema per la Nato non è necessariamente l’invasione di un paese membro, ma tutto ciò che può accadere sotto la soglia dell’Articolo 5: sabotaggi, droni, attacchi informatici, provocazioni. “Siamo ancora deboli. E i russi lo sanno”, dice Masala in una conversazione con il Foglio.
Nel libro dell’anno scorso l’analista immaginava un’incursione russa a Narva, una città nell’estremo nord-est dell’Estonia, proprio sul confine con la Russia. Oggi dice che riscriverebbe soprattutto una cosa: la guerra ibrida potrebbe arrivare prima della fine della guerra in Ucraina: “Nel mio libro c’è un sabotaggio e c’è un tentativo di assassinio. Ma quello che vediamo, o che abbiamo visto nelle ultime settimane, è un’intensificazione di questo tipo di guerra ibrida contro i paesi della Nato”. Anche se le indagini sono ancora in corso, e non c’è un’attribuzione ufficiale, “trovo piuttosto interessante che, più o meno nella stessa settimana, ci sia stato l’attacco di Lipsia. Poi l’impianto di munizioni di Colleferro, vicino a Roma, che esplode. C’è un altro impianto di munizioni in Bulgaria che esplode. C’è un missile balistico che finisce in Polonia. Ci sono continuamente, praticamente ogni giorno, droni in Romania. C’è un drone marittimo armato nelle acque internazionali di fronte alla Romania”, dice Masala: “Questo continuo mettere alla prova la determinazione della Nato attraverso strumenti di guerra ibrida è qualcosa su cui probabilmente mi concentrerei molto di più se dovessi riscrivere il libro”. Un’altra sfumatura, dice Masala, che non aveva previsto rispetto al momento in cui ha scritto il suo saggio ha a che fare con il Cremlino: “Ho sempre pensato che la precondizione perché Putin mettesse alla prova la determinazione della Nato fosse che la guerra in Ucraina fosse finita. Ma se guardiamo all’ultima valutazione dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti, ritengono che il rischio sia piuttosto alto già adesso. E quando ci pensavo, dicevo: no, non lo faranno mentre è in corso una campagna militare in Ucraina. Aspetteranno che la campagna sia finita. Ecco, questo ora lo cambierei”.
E “la terza cosa che non avrei potuto immaginare… Nel libro ho un presidente degli Stati Uniti che, naturalmente, ricorda Trump, perché pensavo che avrebbe potuto vincere le elezioni. Ma la determinazione dell’Amministrazione Trump a buttare l’Ucraina sotto l’autobus è qualcosa che ho completamente sottovalutato. Pensavo che avrebbero potuto guardare all’intera questione dal punto di vista della sicurezza nazionale, dicendo ‘non è la nostra guerra, non vogliamo essere coinvolti in una guerra con la Russia’. Ma che arrivassero sostanzialmente a spingere attivamente l’Ucraina alla capitolazione, questo non l’avevo proprio previsto”.
Il secondo insediamento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, il 20 gennaio del 2025, è uno spartiacque della storia, non solo della storia della guerra in Ucraina. Secondo Masala, però, non è cambiato solo il capo della Casa Bianca: “Innanzitutto, credo che Mosca sperasse di portare completamente gli Stati Uniti dalla propria parte. E non è successo. Gli Stati Uniti sono disposti, in qualche misura, a schierarsi con la Russia rispetto alle sue richieste, ma si vedono d i limiti nell’impegno americano con Mosca. E penso che su questo i russi abbiano avuto una interpretazione sbagliata”. Il continuo riferirsi al vertice in Alaska fra Trump e Putin da parte dei funzionari russi non è sufficiente – anche dentro l’Amministrazione Trump c’è chi spinge per la difesa dell’Ucraina, e un esempio su tutti, all’interno del mondo Maga, è proprio la “conversione” dell’influencer Laura Loomer. Per Masala c’è poi un altro elemento: “Gli ucraini sono diventati più bravi nella guerra. Il fatto che stiano neutralizzando più russi di quanti i russi riescano a reclutare. E ora, con l’aiuto dei paesi europei, sono in grado di condurre attacchi a lungo raggio in Russia, che stanno creando qualche problema all’economia russa. Questo dimostra che la Russia, sostanzialmente, non ha una strategia militare praticabile in Ucraina. E questo potrebbe aver portato Putin e i russi a pensare che, se ora provano un’escalation orizzontale, potrebbero creare una situazione nella quale i paesi europei considerino troppo rischioso continuare a sostenere l’Ucraina, smettano di sostenerla e, di conseguenza, l’Ucraina sia sostanzialmente costretta a capitolare. In definitiva, penso che stiamo assistendo a una combinazione di nuovi elementi: problemi economici in Russia, una migliore strategia militare ucraina e il fatto che alcune delle speranze legate all’elezione di Donald Trump non si siano materializzate”.
Eppure un’escalation di questo tipo allarma – in parte legittimamente – i cittadini europei, e gli stessi governi stanno aggiornando le proprie misure di sicurezza in previsione di una nuova stagione di attacchi ibridi: la Germania, dopo il caso del drone all’aeroporto di Lipsia, ha innalzato da “astratta” ad “alta” la valutazione della minaccia e ha rafforzato le misure per la protezione delle infrastrutture critiche. Sui social media è un continuo lanciare allarmi di una probabile escalation cinetica, per esempio proprio fra Germania e Russia, con gente che suggerisce di acquistare polizze sulla casa in caso di attacchi missilistici o eventi bellici (che nemmeno esistono): “Sono stronzate. Se guardiamo a quello che hanno fatto Germania e Russia, dopo gli attacchi di Lipsia, a livello diplomatico è stato semplicemente un tit for tat, cioè un’azione e una ritorsione reciproca. Noi abbiamo chiuso un consolato generale e la Russian House, che è una sorta di istituzione culturale. Che cosa hanno fatto i russi? Hanno chiuso il nostro consolato generale a San Pietroburgo e il Goethe Institut, la nostra istituzione culturale”. Si tratta dunque di un classico botta e risposta diplomatico: “Se i russi dicono che i tedeschi hanno dichiarato guerra alla Russia, beh: è una falsità. Fa parte di questo tipo di gioco psicologico che i russi stanno conducendo per spaventare la gente. Ma, mi dispiace dirlo, chiudere due immobili russi qui in Germania non farà scattare una guerra tra Russia e Germania. E’ completamente fuori dalla realtà. Fa parte della guerra psicologica nella quale siamo tutti coinvolti”. Il 4 agosto, all’aeroporto di Lipsia/Halle, era stata trovata una bomba collegata a un drone nei pressi di un aereo ucraino. Per quasi un mese il governo tedesco ha evitato di attribuire pubblicamente la responsabilità dell’episodio, e solo il primo settembre Berlino ha ufficializzato la responsabilità russa, dopo aver raccolto elementi investigativi e di intelligence. Il governo tedesco ha reagito troppo tardi, oppure ha semplicemente seguito la prassi corretta nelle relazioni diplomatiche: prima raccogliere le prove, verificare l’attribuzione e solo dopo intervenire? Per capire la strategia diplomatica e politica del governo tedesco, bisogna guardare alle elezioni, spiega Masala: “Domenica scorsa ci sono state le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt. E tra due settimane avremo le elezioni regionali nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Quindi due Länder della Germania orientale, dove c’è un forte sentimento filorusso. Con partiti che sono in testa che sono filorussi: l’AfD, Alternative für Deutschland, e questa BSW, Bündnis Sahra Wagenknecht. Se presenti qualcosa senza prove concrete, alimenti sostanzialmente questo tipo di sentimento antigovernativo e filorusso. Quindi penso che abbiano fatto bene. Prima di agire devi attribuire la responsabilità, non puoi farlo sulla base di una sensazione. Chiunque abbia un minimo di esperienza sapeva cosa stava succedendo a Lipsia, sapeva che si trattava di attori professionisti, non di gruppi terroristici interni o altro. E se hai a che fare con attori professionisti, alla fine arrivi o in Ucraina o in Russia. Per questo penso sia stata la cosa giusta aspettare di avere molte più prove per stabilire il legame con la Russia prima di agire. Perché altrimenti avrebbe potuto ritorcersi contro di noi in maniera enorme. Ancora adesso certe forze filorusse dicono che non ci sono prove concrete, che non è stata mostrata alcuna prova fotografica, una telefonata intercettata, ma sono tutte cose che non reggono, perché naturalmente un governo non può pubblicare certe cose”. Ma le prove esistono, talmente circostanziate da aver portato il governo a fare un’attribuzione pubblica: “E’ stata la cosa giusta da fare. Penso che la maggior parte delle persone non abbia capito che abbiamo imposto sanzioni, in termini di chiusura del consolato e della Russian House, ma anche presentato a Bruxelles una lista di nuove persone da sanzionare. Questo è, direi, il normale modo di procedere”. Ma ciò che più ha consegnato un messaggio significativo al Cremlino sono misure meno diplomatiche e più efficaci. Quali? Per esempio, spiega Masala, “abbiamo annunciato che avremmo consegnato, non so quanti, 4.000-5.000 droni d’attacco agli ucraini. E poi che adesso il nostro servizio di intelligence esterna sta aiutando il servizio di intelligence ucraino nell’individuazione degli obiettivi, nel sapere dove sono le posizioni russe. E la terza misura, più simbolica, è un segnale militare alla Russia. Da tempo era già prevista un’esercitazione di tiro della Marina tedesca, con il lancio di un missile balistico da una fregata. Due anni fa il governo tedesco avrebbe detto alla Marina: ‘Non fatelo’, perché sarebbe stata una pessima coincidenza. Questa volta, la notte in cui sono state annunciate ufficialmente le sanzioni per Lipsia, hanno detto: ‘Andate avanti con il vostro lancio’. Hanno mandato alla Russia un segnale: non abbiamo paura. Non ci intimidite”.
La Germania non è però l’unico caso. Negli ultimi mesi la guerra ibrida russa è diventata un tema ricorrente nelle dichiarazioni dei governi e della Nato, ma non è ancora chiaro quanto questa crescente consapevolezza si sia tradotta in una reale capacità di risposta di fronte a una provocazione. Anche perché, nonostante i diversi episodi registrati sul territorio e nelle acque dei paesi alleati, non si è arrivati nemmeno all’invocazione dell’Articolo 4, quello che prevede consultazioni formali tra gli alleati quando uno di loro ritiene minacciata la propria sicurezza. “Questa in realtà è anche la preoccupazione dei funzionari della Nato e dell’Unione europea. Perché resta il fatto che qualunque cosa accada in termini di guerra ibrida non giustifica una reazione armata su larga scala. La Nato è un’organizzazione che difende il territorio dei suoi stati membri. E, nel difenderlo, naturalmente può anche entrare nel territorio dello stato che attacca i membri della Nato. Ma con la guerra ibrida cosa fai? Dichiari guerra alla Russia? Vai immediatamente in Russia? Prima di tutto, non è ciò che vogliono fare i paesi della Nato. E la Nato non è in grado di farlo. Quindi, quando si tratta di guerra ibrida, la Nato è ancora molto mal equipaggiata. Può adottare alcune misure militari, per esempio in Romania o nei Baltici. Può mandare più aerei per aiutare a intercettare i droni, ma non può andare a colpire quelli che orchestrano questi attacchi. Da questo punto di vista, siamo ancora deboli. Mettiamola così: siamo ancora deboli. E i russi lo sanno. E quindi non supereranno una determinata soglia”. Secondo Masala, anche se i russi fossero riusciti nell’attacco di Lipsia, in ogni caso non ci sarebbero state le circostanze per invocare l’Articolo 5 del Trattato dell’Alleanza atlantica: “E tutti parlano dell’articolo 4, ma l’articolo 4 è anch’esso piuttosto simbolico. Per esempio, quello che hanno fatto i tedeschi è stato organizzare una sorta di solidarietà da Articolo 4. Perché, come avete visto, dopo la conferenza stampa, nel giro di due ore, ogni leader europeo ha mandato attraverso i social network un messaggio di solidarietà. Questo è qualcosa che ottieni con l’Articolo 4: alla fine tutti ti assicurano che sono dalla tua parte, ma non fanno nulla”.
Sul fronte europeo, però, qualcosa è cambiato nel contrasto alle operazioni sotto copertura russe. Il 30 agosto la Marina italiana, nell’ambito della missione europea Irini, ha abbordato nel Mediterraneo la petroliera MV Sun, sospettata di appartenere alla flotta ombra russa e di navigare sotto falsa bandiera. E’ il sesto caso di una nave sospettata di far parte della flotta ombra ispezionata dalle operazioni navali dell’Ue negli ultimi mesi. “Beh, diciamo così: penso che stiamo diventando più bravi a contrastare le mosse russe di guerra ibrida”, commenta il docente. “E sempre più paesi hanno cambiato le proprie normative nazionali in modo da poter intercettare le navi della flotta ombra, cosa che ha spinto la Russia a mandare fregate per accompagnare alcune delle navi che violano le sanzioni. Quindi certe misure stanno producendo effetti. Il punto è che non puoi impedire completamente la guerra ibrida”. Faccia un esempio: “Supponiamo che l’esplosione dell’impianto di munizioni a Colleferro sia stata in qualche modo orchestrata dai russi. Puoi sempre far saltare in aria qualcosa in Italia. Non puoi impedirlo completamente. Quindi stiamo migliorando, sì, ma penso che un problema sia che non puoi creare deterrenza perché le possibilità di avere successo sono così numerose”. Ma il punto, secondo Masala, va oltre l’Unione europea. “Si ricorda quando Radcliffe era a Mosca? A differenza di Burns, che era andato a Mosca nel 2021, lui lo ha fatto pubblicamente: aereo militare, transponder aperti e così via. Quattro giorni prima, le Forze aeree della Nato hanno condotto alcune esercitazioni non annunciate intorno a Kaliningrad e nei paesi baltici, con aerei che vediamo raramente nella regione, aerei americani. Uno era un aereo per la guerra elettronica, l’altro un aereo da ricognizione a lungo raggio. Credo che ciò che stiamo vedendo sia in realtà un cambiamento nella posizione degli Stati Uniti: ora stanno aiutando l’Europa a scoraggiare qualunque cosa i russi stiano pianificando, perché allo stesso tempo sanno che non saranno coinvolti attivamente se la deterrenza dovesse fallire. Quindi aumentiamo la deterrenza per mandare segnali e speriamo che la Russia li capisca”.
Un altro elemento che colpisce nell’evoluzione di questa guerra è la solidità raggiunta dalla partnership fra Russia e Corea del nord. Mosca ha ricevuto da Pyongyang munizioni e truppe per la guerra in Ucraina, il regime di Kim Jong Un ha ottenuto in cambio sostegno economico, addestramento sul campo, assistenza militare e tecnologica, e poi ci sono sempre più strutture e infrastrutture permanenti, come l’apertura, pochi giorni fa, del primo ponte stradale tra i due paesi. Si tratta di un modello di cooperazione molto concreto, costruito su interessi diversi ma perfettamente complementari. Di fronte a questo tipo di rapporto, pensiamo spesso al limite occidentale, perché l’Europa e i suoi partner riescono molto più difficilmente a trasformare interessi comuni e convergenze strategiche in una cooperazione altrettanto efficace e operativa con l’Ucraina. “No, noi proviamo a usare lo stesso modello, ma falliamo”, dice al Foglio Masala. “Un mese fa sono stato in Corea del sud. E i sudcoreani, sul piano intellettuale, capiscono perfettamente l’importanza dell’Ucraina. Ma quello che fanno i russi è ricattarli. Dicono: ‘Se sostenete l’Ucraina in modo più attivo, potremmo interrompere le relazioni economiche’. E i sudcoreani temono che, se sostenessero più attivamente l’Ucraina, questo rafforzerebbe l’alleanza russo-nordcoreana, e che la Russia oltrepasserebbe due soglie che finora non ha oltrepassato, cioè sostenere la Corea del nord con tecnologia di rientro per i suoi missili balistici intercontinentali e, potenzialmente, con centrali nucleari per i sottomarini nucleari che Pyongyang ha in programma. Questo è il motivo per cui i sudcoreani fanno tutto il possibile sul piano retorico per mostrare solidarietà e persino aiutano con materiale non letale. Ma il materiale che hanno e che potrebbe davvero aiutare gli ucraini, quello lo tengono per loro. Quindi arriviamo ai nostri limiti a causa di questo tipo di fattori. Bisogna dire che i russi e i cinesi, fuori dall’Europa, sanno molto meglio di noi come giocare la partita diplomatica. Punto”. Basta guardare alla questione degli intercettori, dice l’analista: “Grecia e Spagna li hanno. E finora nessuno è riuscito a convincere né la Grecia né la Spagna a mandarne alcuni in Ucraina, dove in questo momento ne hanno disperatamente bisogno”. I russi sono efficaci nel confondere i piani, anche nelle trattative dirette con Washington: Masala invita a distinguere due livelli nei colloqui tra Witkoff, Kushner e i russi. Da una parte ci sono i negoziati sull’Ucraina, sui quali Mosca continua a ribadire che non intende cambiare posizione. Dall’altra ci sono i colloqui sulla cooperazione economica tra Stati Uniti e Russia, che secondo Masala rappresentano il vero interesse della Casa Bianca di Trump, perché i russi starebbero presentando a Witkoff e Kushner la prospettiva di grandi vantaggi economici. L’Ucraina, in questa lettura, è soprattutto l’ostacolo da superare per arrivare al ripristino dei rapporti economici bilaterali. Anche la successiva missione a Kyiv, con i consiglieri per la sicurezza dell’E3, non avrebbe prodotto risultati concreti: “Gli ucraini continuano a insistere sulle garanzie di sicurezza, e nessuno vuole davvero dargliele”, dice Masala. “E Putin sostanzialmente dice: ‘Voglio tutto’. E gli ucraini dovrebbero sostanzialmente cedere alle sue richieste. Quindi non abbiamo fatto davvero progressi negli ultimi due anni”. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, John Bolton, ha detto recentemente che, di fronte all’attuale politica dell’Amministrazione americana, l’unica speranza per l’Ucraina e per l’Europa sarebbe continuare a resistere fino alla fine della presidenza Trump, nella convinzione che dopo il 2028 possa cambiare nuovamente la politica americana. E’ una prospettiva che condivide? “Purtroppo no. Innanzitutto dobbiamo vedere come l’Ucraina attraverserà l’inverno. Perché quello che stanno facendo ora i russi è sostanzialmente prepararsi all’inverno, bombardando tutte le infrastrutture energetiche e idriche, e persino le infrastrutture alimentari dell’Ucraina. Secondo, ci sono voci secondo cui la Russia potrebbe fare un’altra mobilitazione dopo settembre, dopo che si saranno svolte le elezioni della Duma. Quindi dobbiamo vedere se accadrà o meno. E penso che ci stiamo avvicinando a una situazione in cui una delle due parti, o entrambe, saranno completamente esauste. Anche gli ucraini hanno ancora un problema di personale e i russi stanno affrontando gravi conseguenze economiche delle loro azioni. Questo potrebbe portare, nel 2027, forse entro la metà del 2027, a una sorta di esaurimento e poi a una sorta di negoziato. Ma non mi aspetterei nemmeno allora una sorta di trattato di pace. Mi aspetterei piuttosto che i combattimenti semplicemente si fermino. E poi avremmo una situazione di questo tipo per almeno un paio d’anni”. Questo scenario potrebbe dunque assomigliare, almeno in parte, a quello della guerra di Corea, con un conflitto che si congela senza arrivare a una vera soluzione. La differenza, però, è che in Corea l’armistizio aveva formalizzato una nuova situazione sul terreno, mentre nel caso dell’Ucraina potrebbe non esserci nemmeno un accordo di questo tipo. Il rischio è quindi quello di un conflitto che rimane aperto, con combattimenti limitati e una situazione di guerra che continua a covare senza una vera conclusione. Nel frattempo, la preoccupazione dell’analista è che “i russi continuino ad alzare il livello dello scontro quando si tratta di guerra ibrida. E che nei prossimi mesi ne vedremo molto di più. Perché Putin pensa ancora di poter vincere militarmente questa guerra e considera il sostegno europeo il principale ostacolo al raggiungimento di una vittoria militare”. E poi ci sono le sanzioni: “Guardi: uno dei responsabili di Lipsia è arrivato attraverso un visto rilasciato dall’Italia. Dobbiamo fermare questo tipo di cose. Dobbiamo trovare un accordo affinché questi visti di tipo C non vengano rilasciati. E anche i diplomatici in Austria e Svizzera, i paesi neutrali, possono ancora viaggiare in giro per l’Europa. Dobbiamo fermare queste cose, almeno per ridurre la loro capacità di compiere attacchi. Non possiamo impedirli, ma dovremmo fare tutto quello che è necessario per ridurre al minimo queste attività”.