Esteri
quasi alleati •
Vladimir Putin e quel regalo chiamato Trump
Fra telefonate e trattative includenti, inviati sorridenti al Cremlino e tregue a favore di Mosca il presidente americano ha dato al presidente russo proprio quello di cui aveva bisogno: il tempo per continuare l’aggressione contro l’Ucraina
7 LUG 26

Il 15 agosto del 2025, in una base militare ad Anchorage, in Alaska, gli Stati Uniti hanno steso un tappeto rosso per l’uomo che ha dichiarato guerra all'Europa, che ha mandato le sue spie fin dentro alle stanze della Casa Bianca, che ha riaperto la logica dei blocchi e infiammato ovunque la propaganda contro l’occidente. Quell'immagine – Donald Trump che applaude Vladimir Putin sceso dall’aereo, i caccia F-22 in formazione, lo striscione “Pursuing Peace” alle spalle durante le stringate dichiarazioni alla stampa – riassume meglio di qualsiasi comunicato, indiscrezione, ricostruzione, i diciassette mesi di diplomazia trumpiana con la Russia: molte strette di mano, nessun cessate il fuoco serio, e un vantaggio temporale che continua a tenere in vita le ambizioni del Cremlino. Questo, di fatto, è quel che Trump ha fatto con Putin: gli ha regalato tempo, tempo che il presidente russo utilizza per bombardare indiscriminatamente l’Ucraina, per minacciare il resto dell’Europa, per sabotare l’unità europea e anche l’unità atlantica. Kyiv ha gestito questo tradimento con l’ingegno, l’innovazione, i raid contro le infrastrutture energetiche e logistiche russe, e consolidando – con una generosità unica al mondo: è un paese sotto attacco – le alleanze con gli europei. Ma il costo del tradimento è alto, in termini umani soprattutto: nell’attacco russo a Kyiv ieri, sono stati lanciati 29 missili balistici e per la prima volta l’Ucraina non è riuscita a intercettarne nemmeno uno. Sono finiti gli intercettori Patriot, che sono quasi l’unica dipendenza rimasta nei confronti degli Stati Uniti. Putin lo sa, e usa ferocemente i missili balistici mortali.
Le tappe principali di questo regalo trumpiano a Putin sono queste. Il 12 febbraio del 2025, appena tre settimane dopo il suo insediamento, Trump e Putin si parlano per un’ora e mezza: è il primo contatto diretto tra i due paesi dall’invasione del 2022. Trump annuncia che i negoziati per porre fine alla guerra partiranno “immediatamente”; il segretario alla Difesa Pete Hegseth dichiara che il ritorno dell’Ucraina ai confini prebellici è “irrealistico” e che Kyiv non entrerà nella Nato. Mosca, in pratica, incassa in anticipo due delle sue richieste principali senza aver concesso nulla. Le borse russe festeggiano: Mosex e Rts salgono oltre il 6 per cento.
Seguono mesi di telefonate – almeno sei, secondo il conteggio di Chatham House, prima ancora del vertice di agosto in Alaska – e visite dell’inviato speciale Steve Witkoff a Mosca, dove incontra ripetutamente Putin. Il 18 marzo arriva una lunga chiamata (oltre due ore) dopo che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha accettato una tregua di trenta giorni: Putin la rifiuta, ma promette uno scambio di prigionieri – Mosca pubblica un resoconto di quella conversazione in cui ci tiene a inserire elementi esilaranti e che nulla hanno a che fare con la guerra in Ucraina, incluso il dettaglio su un possibile gemellaggio fra i giocatori di hockey delle due nazioni: non servivano altri indizi per capire fino a che punto il capo del Cremlino avesse intenzione di sbeffeggiare Trump. Il copione si ripete a ogni round: Washington propone, Kyiv concede, Mosca prende tempo e ottiene comunque qualcosa – uno scambio, un allentamento retorico, l’assenza di nuove sanzioni – senza mai fermare i bombardamenti.
Ad Anchorage, nel Ferragosto dello scorso anno, Putin, isolato in occidente da tre anni e mezzo, torna sul suolo americano per la prima volta in un decennio, con lui c’è anche il ministro degli Esteri Sergei Lavrov con indosso una felpa con la scritta Cccp, Urss – altra presa in giro poco velata. L’incontro doveva durare sei ore e coprire anche accordi economici – terre rare, petrolio artico – con una delegazione russa guidata dal finanziere Kirill Dmitriev; si chiude dopo tre ore e mezza, senza cena ufficiale e senza intesa sul cessate il fuoco che Trump aveva promesso di ottenere e aveva definito il minimo per poter definire il successo dell’incontro. Eppure il presidente americano parla di un incontro “produttivo”, elogia le “grandi vittorie” storiche della Russia contro Napoleone e Hitler, e rinuncia proprio quel giorno alla minaccia di sanzioni severe che aveva annunciato prima del vertice. Al ritorno, Putin si inginocchia sulle tombe di soldati sovietici ad Anchorage e, salendo sull’aereo, saluta Trump con un “alla prossima, a Mosca”, unica frase pronunciata in inglese durante tutto il giorno. Gli analisti concordano: Anchorage è stata una legittimazione per Putin, che ha ottenuto la fine del suo isolamento diplomatico senza cedere sulle richieste fondamentali e introducendo nel dibattito il cosiddetto “spirito di Anchorage” che in realtà non è niente, non esiste, ma che permette ai tanti sostenitori di un negoziato che non c’è mai stato di portare avanti il bluff putiniano.
Da lì in poi la diplomazia si sposta su un piano parallelo, sempre più distante dal campo di battaglia. A fine ottobre 2025 emerge un piano di pace in 28 punti, scritto con la collaborazione diretta di Witkoff e del consigliere del Cremlino Yuri Ushakov: prevede il riconoscimento dell’intero Donbas, anche parti di territorio che la Russia non controlla, e della Crimea come territorio russo, il congelamento delle linee attuali a Kherson e Zaporizhzhia, un tetto di 600 mila uomini per le forze armate ucraine, il divieto costituzionale per Kyiv di aderire alla Nato ed elezioni entro cento giorni dalla firma. Nelle registrazioni trapelate, Witkoff suggerisce persino ad Ushakov come “vendere” il piano a Trump e come inquadrare le lodi al presidente americano. Il negoziato si sposta poi a Ginevra, dove Ucraina ed europei presentano una controproposta più equilibrata (19-20 punti, esercito a 800 mila uomini, garanzie tipo Nato); Mosca respinge le modifiche giudicandole inaccettabili e ribadisce la preferenza per il testo originario.
Nel frattempo la macchina diplomatica si sposta anche in Florida. A dicembre 2025 Dmitriev vola a Miami per incontrare Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump, in parallelo a colloqui separati con la delegazione ucraina guidata da Rustem Umerov: si discutono sequenza e tempistiche del piano, ma senza alcun incontro trilaterale. A marzo 2026 il copione si ripete a Doral, ancora con Dmitriev, Witkoff, Kushner e il consulente Josh Gruenbaum: stavolta l’incontro arriva pochi giorni dopo che Washington ha alleggerito le sanzioni sul petrolio russo, e Mosca lo definisce “produttivo” senza che se ne conoscano contenuti concreti. Uno degli obiettivi che si era posto il presidente americano era ottenere un incontro fra Putin e Zelensky. Prima Trump tenta di organizzarlo in Ungheria, un terreno non neutrale visto che all’epoca il primo ministro era Viktor Orbán, che ha sempre preso ordini dal Cremlino. Budapest fallisce e Putin dice: benissimo, Zelensky venga a Mosca. Ovviamente per il presidente ucraino è impossibile entrare in territorio russo.
Le sanzioni sul petrolio offrono la prova più diretta di come Washington abbia finito per agevolare le casse del Cremlino. Dopo aver colpito a novembre 2025 i due giganti Lukoil e Rosneft – la misura più incisiva mai adottata contro l’export energetico russo, che aveva fatto crollare il greggio Urals sotto i 40 dollari al barile – l’Amministrazione Trump ha concesso a marzo 2026 una licenza che ha sospeso di fatto le sanzioni per il petrolio già caricato sulle petroliere, ufficialmente per calmierare i prezzi mondiali in crescita in seguito alla guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato di una misura “a breve termine” senza vantaggi per Mosca; invece il ritorno per il Cremlino è stato stimato fra i 3,3 e 5 miliardi di dollari nel solo mese di marzo, mentre Zelensky ha osservato seccamente che la mossa “non aiuta la pace” e finanzia direttamente le armi puntate contro il suo paese. La licenza, rinnovata più volte, ha di fatto sospeso anche il price cap concordato con il G7. Ora le misure sono rientrate e il Cremlino è in crisi di carburante.
La guerra di Trump in Iran in realtà non si risolve nel vantaggio in cui Putin sperava. Il capo della Casa Bianca preso dal suo conflitto e dal suo negoziato in difficoltà con il regime di Teheran, non bada più al conflitto in Ucraina, quindi ha smesso di esercitare pressione, a chiedere a ogni costo la pace. Kyiv ne ha approfittato per cambiare la situazione sul campo di battaglia, aumentando gli attacchi di droni sulle raffinerie, i depositi di carburante o di armi russi. Mosca inizia a realizzare che gli ucraini possono arrivare ovunque, approfittando di tutti i buchi nelle difese aeree russe. Si avvicina il 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra la Giornata della vittoria, la fine della Seconda guerra mondiale. Ogni anno viene organizzata una grande parata in Piazza Rossa, ora è chiaro che i droni ucraini possono piombare su Mosca e distruggere lo spettacolo di Putin. Gli ospiti internazionali sono pochissimi, Putin deve chiedere aiuto a Trump che fa pressione su Kyiv per accettare un cessate il fuoco di tre giorni e permettere al capo del Cremlino il suo spettacolo militare. Putin interrompe la tregua dopo la sua sfilata molto sottotono bombardando le città ucraine. Trump aveva celebrato l’intesa raggiunta come un grande risultato per un futuro accordo di pace.
Il 4 luglio, il giorno dei 250 anni dell’indipendenza americana, Trump sente sia Zelensky, che parla di una “reale prospettiva” di fine della guerra e annuncia un nuovo confronto al vertice Nato di Ankara, sia Putin, con una chiamata di 90 minuti in cui il leader russo – secondo il resoconto del Cremlino – descrive ancora “l’avanzata sicura” delle proprie truppe. E’ lo stesso canovaccio ripetuto da diciassette mesi: Trump offre disponibilità a “trovare soluzioni”, Putin racconta la sua versione del campo di battaglia (inventata), e nel frattempo l’ennesimo ciclo di colloqui prende il posto di un cessate il fuoco che, a conti fatti, non è mai arrivato. E a poche ore dalla telefonata, come accaduto in altre occasioni, l’esercito russo bombarda l’Ucraina.
Durante uno degli ultimi incontri di Putin con gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, era previsto che i due, dopo essere stati a Mosca, sarebbero andati a riferire a Kyiv l’esito dell’incontro. Né Witkoff né Kushner sono mai stati in Ucraina, nonostante i ripetuti inviti di Zelensky. Non andarono neppure quella volta dopo che Putin aveva detto loro di tornarsene diretti negli Stati Uniti: hanno obbedito al capo del Cremlino. Putin sente di avere un grande controllo sul presidente americano e finora non gli si può dare torto. Dietro le quinte, secondo quanto risulta al Foglio, Trump avrebbe detto a Zelensky di continuare la pressione militare con i droni lanciati nel territorio russo, ma sotto i riflettori continua a comportarsi come Putin comanda, ad assecondare le sue richieste e a profondersi in inutili ringraziamenti. Durante il G7 in Francia, Trump ha tenuto una conferenza stampa per rispondere alle domande sul fumoso memorandum firmato con gli iraniani. Ha insultato gli europei per non essere intervenuti al suo fianco per liberare lo Stretto di Hormuz e ha ringraziato i russi, perché Putin, ha detto il presidente americano, avrebbe potuto aiutare molto di più Teheran, ma non lo ha fatto – se gli iraniani avevano le coordinate per bombardare le basi americane in medio oriente è stato grazie all’intelligence di Mosca.
Trump sta fornendo al Cremlino il tempo per portare avanti la guerra, per tornare ancora una volta all’amato inverno, il momento dell’anno che l’esercito russo usa per tentare di far gelare gli ucraini, di far crollare il settore energetico, di spaventare la popolazione che resiste a ogni attacco. Non potendo vincere, Putin punta a logorare, per farlo ha bisogno di un alleato e lo ha trovato proprio dove sperava di trovarlo, nei panni dell’uomo più potente del mondo.