Ieri New York ha ricordato
le vittime dell’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, venticinque anni fa, con i minuti di silenzio, la parata solenne e composta, le lacrime che riaffiorano quando, come ogni anno, si ripetono i nomi, uno per uno, delle tremila e più persone uccise quel giorno.
Donald Trump non c’era, è andato al Pentagono a fare la commemorazione, mentre da giorni mente su dove fosse e cosa facesse venticinque anni fa.
L’anniversario ha coinciso con la convention del Partito repubblicano che il presidente si è inventato in vista delle elezioni di metà mandato: ha parlato due sere di fila, la prima più della seconda, dicendo sostanzialmente che gli elettori devono pensare che ci sia il suo nome sulla scheda – è lui la formula del successo, niente e nessun altro. Il primo giorno ha promesso una ricompensa improbabile di cinquemila dollari se il suo partito vince a novembre; il secondo giorno è stato più breve e più spiccio: chi non vota per il Partito repubblicano finirà all’inferno. Per il lutto nazionale non c’è stato spazio, forse Trump pensa che se fosse stato presidente nel 2001 Bin Laden non si sarebbe azzardato ad attaccare New York, proprio come pensa che con lui alla Casa Bianca Vladimir Putin non avrebbe invaso l’Ucraina, ma tutto quel che non lo riguarda personalmente non esiste.
Continua invece il logorio delle regole di convivenza democratica e delle istituzioni, promettendo soldi a chi lo vota, trattando i rivali politici peggio dei più brutali dittatori e terroristi del mondo e mentendo. Un esempio piccolo ma significativo: mentre parlava dal palco della convention di Dallas, Trump ha ringraziato il capo di stato maggiore, il generale Dan Caine, dicendo: dev’essere qui da qualche parte, salutiamolo. Il generale non era lì, i vertici militari non possono partecipare agli eventi dei partiti politici, sono servitori dello stato e della presidenza chiunque ne sia l’inquilino. In particolare, il generale Dan Caine era alla biblioteca del centro presidenziale di George W. Bush, che era alla Casa Bianca nel settembre del 2001, a celebrare l’anniversario dell’11 settembre. Quella mattina, dopo che le Torri furono colpite, Caine fu uno dei quattro piloti militari incaricati di abbattere tutti gli aerei commerciali che entravano nello spazio aereo intorno a Washington: non dovettero farlo, perché il volo 93 della United Airlines, l’ultimo aereo dirottato in volo dai terroristi diretto a Washington, si schiantò in un campo della Pennsylvania quando i passeggeri presero d’assalto la cabina di pilotaggio. Nei giorni successivi all’attacco, Caine fu a capo della squadra di piloti che pattugliò i cieli attorno alla capitale. Questo è quel che ha ricordato il generale, l’ex presidente Bush ha detto: è una fortuna che tu oggi sei dove sei. Cioè a provare a contenere Trump, a mantenere la memoria, la compostezza, l’unità di un’America irriconoscibile.