Esteri
L'EDITORIALE DELL'ELEFANTINO •
Caro Adriano, ecco il mio totale dissenso
La vergogna per gli altri e senza giudizio di sé è solo umanitarismo totalitario e cervelli all’ammasso. Giuliano Ferrara scrive ad Adriano Sofri
12 SET 26

(Foto Ansa)
Caro Adriano, siccome sai che stima e affetto sono il cuore esagerato della mia adesione senza riserve a tutto quello che rappresenti come amico e come persona, un tipo che usa la ragione senza compromessi ma senza boria, saprai anche valutare come si deve il mio dissenso radicale dai tuoi due articoli sulla vergogna, compresa la chiamata in causa del ricordo struggente di Carlo Ginzburg. Resto basito all’idea che tuoi ragionamenti e sentimenti possano associarsi alle ovazioni di Venezia, luogo veramente triste e non in metafora, per la denuncia filmata, “Naza”, del “genocidio” di Netanyahu. E all’idea che tu abbia scambiato per un discorso dignitoso di stato l’esibizione posh, snob, ridicola, di quel ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, che ci ha voluto commuovere, precisando oltre il tollerabile che lo ha fatto da fiero ebreo, sulla decisione di colpire Israele per il rifiuto della strategia dei due stati, palestinese ed ebraico, e per i crimini di guerra del suo esercito nella campagna di Gaza dopo il 7 ottobre, visto che per uno come lui è “illegal” o “unlawful” battersi per la propria vita. Non senza aggiungere che, questa volta da fiero politico laburista inglese, il suo paese assume la leadership della campagna internazionale scatenata contro l’esercito più morale del mondo, senza virgolette (il conquistatore della libertà e di Dresda si rivolta nella tomba).
Secondo me la vergogna, caro Adriano, è un sentimento decente e comprensibile, ma solo se riflette la coscienza in sé della colpa, altrimenti è un egotismo da indignazione che fa figura nel campionario deludente dell’eroismo etico, non solo quello degli eroi alla caccia dell’onore e della gloria, anche quello dei renitenti e dei codardi che applaudono per venticinque minuti la filmografia umanitaria socialmente accreditata invece di ripassarsi le immagini dei kibbutz in fiamme e dei bambini e delle donne strangolati perché ebrei e solo perché ebrei, al grido premio Oscar di Allahu Akbar. Se la vergogna è rispetto, pudore, aidos nella classificazione storica e filologica di Robin Lane Fox quando parla dell’Iliade, è anche magnanima e non dipende dal giudizio degli altri, non è mai vergogna per altri o contrassegnata dagli altri.
La colpa invece è il senso circoscritto nella coscienza, impermeabile alle relazioni umane generiche, il senso preciso e aspro del nostro rapporto personale con il mondo, e se la vergogna scompare con noi, la colpa, come è noto, e non solo per ragioni omeriche o bibliche, ci segue nel sepolcro, non è il nostro ego ma il nostro sudario. Il 7 ottobre fu il giorno della colpa, irrimediabilmente. E fu colpa collettiva, come quella dei campi della Seconda guerra mondiale, quella dei volenterosi carnefici e di tutti noi che abbiamo assistito alla cosa, quella alla cui memoria era stato eretto il monumento berlinese dannato dal neonazista svergognato che vince le elezioni. Altrimenti non parleremmo di pogrom, il simbolo plurisecolare della colpa collettiva, come sanno generazioni di tedeschi educati alla democrazia costituzionale e all’uso responsabile della loro storia.
E non dimenticheremmo così facilmente che non un solo palestinese è mai stato ucciso perché palestinese, e che i palestinesi uccisi, prima di tutto i bambini ma non solo, sono vittime della ferocia assassina di altri palestinesi che li hanno usati come scudi umani. Se un popolo vuole annientare un altro popolo, e la chiama resistenza, costruendo il rifiuto dei due stati in decenni di trame terroristiche sopra un reticolo sotterraneo dell’orrore, e se sul 7 ottobre distribuisce caramelle ai bambini per festeggiare, non merita alcuna punizione, quella come diceva Nietzsche se l’è presa Gesù Cristo, ma la colpa sì, e le colpe si espiano o si correggono anche con la guerra, che è un orrore al di là del bene e del male ma non è unlawful come pensa l’eroe che affetta la vergogna e l’ambizione elettorale a Westminster.
Ieri, qui, era apparsa la seconda puntata dei tuoi due articoli sulla vergogna. E dopo averti letto l’occhio mi è caduto su questa citazione di Simone Weil scelta da Matteo Marchesini in una polemica robusta e ineccepibile contro la vera essenza del wokismo: “La libertà totale nel proprio ambito è essenziale all’intelligenza, e ovunque ci sia disagio dell’intelligenza c’è oppressione dell’individuo da parte del sociale, che tende a diventare totalitario”. Secondo me, caro Adriano, siamo proprio in questa situazione, cervelli all’ammasso e sloganistica antisionista e antisemita anche in smoking, e chiunque come te è libero e intelligente deve rifiutarsi a questa oppressione del “sociale totalitario” che fa dell’umanitarismo, anche il più alto nelle intenzioni e nella volontà, uno strumento di rimozione della colpa e della coscienza della colpa per sé, sostituendolo con lo spazio troppo abbondante e facile della vergogna per gli altri.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

