L'11 settembre, il doppio schermo a Dallas, Trump e Bush. Un disordine senz’anima

Due presidenti conservatori a distanza di venticinque anni: uno che trasuda bugie e teorie del complotto da ogni poro, l’altro che ammette verità dolorose. E quel senso di umanità che sembra dissipato in modo irrimediabile

11 SET 26
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Foto ANSA

Dallas, 9 settembre 2026, American Airlines Center: l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, parla alla convention del Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato – un incontro inedito, che con la consueta sobrietà Fox News definisce “Trumpapalooza convention”, ma non esagera. Il presidente ha parlato per due ore, la sintesi che ne danno i media americani sta in una sua frase: fate conto che ci sia il mio nome sulla scheda. Trump punta sempre e solo su Trump, è il suo schema di gioco, la sua scommessa perenne, ha due sonore vittorie alle presidenziali a dargli certezze, dice sfrontato: di solito il partito del presidente in carica non vince a metà mandato, ma cambieremo questa tradizione, e poi va a braccio – a stento, in delirio – con i suoi cavalli di battaglia, le sue bugie: le elezioni del 2020 che ha vinto lui, i dazi che stanno arricchendo straordinariamente gli americani, le guerre vinte (compresa quella contro l’Iran), il suo essere vittima di persecuzioni dai media, il New Mexico che diventa New America, lo Stretto di Hormuz che diventa lo Stretto di Trump, i democratici comunisti che portano il paese alla rovina. E poi il premio, cinquemila dollari per ogni americano se il Partito repubblicano vincerà a novembre, mille miliardi di dollari e più di ricompensa – è toccato al suo vice J. D. Vance, che detesta contraddire il capo, dire poi che forse il “dividendo” non sarà per tutti gli americani e che la spesa è coperta dagli introiti dei dazi (incostituzionali, ma non sottilizziamo).
Dallas, 9 settembre 2026, biblioteca presidenziale George W. Bush: l’ex presidente parla per poco meno di mezz’ora dell’11 settembre 2001 assieme a Condoleezza Rice, allora sua segretaria di stato, inaugurando una mostra per le vittime dell’attentato alle Torri gemelle di un quarto di secolo fa. Bush ricorda quei momenti, Rice dice che è stata l’unica volta che ha alzato la voce con il presidente, dicendogli di infilarsi in un bunker e non muoversi da lì.
Bush era in visita in una scuola in Nebraska e voleva tornare a Washington. Siamo sotto attacco, disse Rice, stai dove sei. E Bush disse: certo, hai ragione, ma non resto nascosto qui, “ho pensato che se fossi rimasto lì avrei concesso una vittoria psicologica a chi ci stava attaccando, e così sono tornato”. Mentre raccontava le ore e i giorni successivi all’attacco a New York, Bush ha detto un’altra cosa: “Non volevo che perdessimo la nostra anima, volevo che, mentre difendevamo la nostra libertà, le persone si ricordassero quanto sono preziose”. Bush non segue i social media, dice che le teorie del complotto non gli interessano e non le capisce, possiamo aver reagito in modo eccessivo, ma allora pensavamo di fare la cosa più giusta possibile, e infine: “Questo paese di tanto in tanto attraversa periodi di isolazionismo in cui pensiamo: abbiamo troppi problemi interni, che ci importa di quel che accade fuori di qui. Per me questo vuol dire non fare attenzione alle lezioni dell’11 settembre, quel che accade lontano dall’America impatta sulla nostra sicurezza qui”.
Il doppio schermo di Dallas ci presenta due presidenti conservatori a distanza di venticinque anni, uno, quello in carica, che parla di sé, l’altro che parla dell’anima dell’America; uno che trasuda bugie e teorie del complotto da ogni poro, l’altro che ammette verità dolorose; uno che individua il nemico nel suo rivale politico, l’altro che considera gli americani, tutti quanti, preziosi, da proteggere, assieme ai popoli che combattono per la loro libertà; uno che aizza, divide, sbeffeggia, umilia, l’altro che ricorda di essere andato in moschea, dopo l’attentato islamista, perché non ce l’aveva con l’islam, ce l’aveva con i terroristi. E delle tante cose che sono cambiate in questi venticinque anni, quel che sembra dissipato in modo irrimediabile è il senso di solidarietà, umanità e unità di allora, che oggi è impensabile in un’America che, infine, l’anima l’ha smarrita, ma anche nel nostro occidente disordinato, in cui non ci si accorda più nemmeno sull’interesse collettivo minimo, e potente, della libertà.