Esteri
chat e biglietti da visita •
In Tunisia se prendi un caffè con un ambasciatore rischi 45 anni
Ora l'Ue protesta contro il "processo del complotto" orchestrato da Saied, dove decine di oppositori sono finiti in carcere perché mandavano messaggini a diplomatici stranieri. Le chat dei condannati: "Non sapevo che in questo paese fosse un reato"
10 SET 26

Per alcuni oppositori al regime tunisino di Kais Saied è bastato avere in casa il biglietto da visita di un diplomatico straniero, compreso quello italiano, per finire a processo con l’accusa di avere tramato contro la sicurezza dello stato. Dai verbali degli interrogatori di alcuni dei 36 imputati di quello che a Tunisi è noto come “il processo del complotto”, e che il Foglio ha potuto visionare, si evince il metodo sommario con cui gli inquirenti hanno imposto pene durissime a esponenti della società civile. Lo scorso 3 settembre le condanne comminate in Appello sono state confermate dai giudici della corte di Cassazione tunisina, richiamati in fretta e furia dal regime per interrompere le loro ferie estive e arrivare a un giudizio di condanna il prima possibile. Si è chiuso così uno dei processi diventati il simbolo della repressione dei diritti civili in Tunisia e che ha visto fra gli imputati politici, giornalisti, avvocati. Jaouhar Ben Mbarek, Issam Chebbi, Ghazi Chaouachi, Ridha Belhaj, Khayam Turki, Noureddine Bhiri e Abdelhamid Jelassi, tutti accusati – nell’assenza totale di prove – di avere orchestrato un cambio di regime contro il presidente Saied. Come denunciato da ong come Amnesty International, Human Rights Watch e dai sindacati tunisini, nessuno degli imputati ha avuto modo di difendersi durante il processo e le motivazioni delle condanne sono rimaste aleatorie.
L’intero processo verte sulla testimonianza di due sole fonti anonime. Per l’accusa, gli imputati avrebbero stabilito relazioni con diplomatici stranieri, soprattutto occidentali, da quello americano a quello britannico passando per il francese e, appunto, gli italiani, criminalizzando dei normali rapporti professionali tra diplomatici stranieri e rappresentanti della società civile. Uno dei casi emblematici è quello di Khayam Turki, esponente del partito social-democratico di Ettakol. Appartenente a una famiglia altolocata – suo padre era ambasciatore – è stato arrestato nel febbraio del 2023. Fra gli allegati messi agli atti c’è una conversazione su WhatsApp che Turki ha avuto nel maggio del 2022 con l’allora ambasciatore italiano a Tunisi – e attuale rappresentante italiano negli Emirati Arabi Uniti – Lorenzo Fanara. Nelle chat, i due si danno appuntamento assieme a un altro politico condannato per cospirazione, Issam Chebbi, per incontrarsi a casa di Turki a Sidi Bou Said, una ventina di chilometri da Tunisi. Lo stesso Fanara, in un’altra occasione, invita Turki nella propria residenza all’ambasciata italiana ma leggendo le chat fra i due il tutto resta nei limiti delle informazioni necessarie a stabilire un appuntamento – “a che ora?”, “no, venerdì non posso”. In una sola occasione il politico tunisino e il nostro ambasciatore affrontano su WhatsApp un argomento riconducibile all’attualità politica, quando Turki spiega a Fanara i motivi che hanno indotto all’arresto dell’ex primo ministro Hamadi Jabali, del partito islamista di Ennahda. La discussione tuttavia si chiude lì, senza lasciare alcun sospetto di cospirazione. Nel caso di Noureddine Boutar, direttore di Radio Mosaique che solo a dicembre scorso è stato scagionato in Appello dopo essere stato condannato in primo grado a dieci anni di carcere, fra le prove usate dagli inquirenti c’era il rinvenimento nella sua abitazione di un biglietto da visita di Fabrizio Saggio, successore di Fanara all’ambasciata italiana a Tunisi dal 2022 al 2023 e attuale consigliere diplomatico di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
C’è poi la vicenda Kamel Eltaïef, uomo d’affari condannato a 45 anni di carcere. Nei verbali dell’interrogatorio le domande degli inquirenti ruotano attorno a non meglio specificate “informazioni in nostro possesso” circa le relazioni fra l’imprenditore e Saggio. “Come spiega le informazioni secondo cui avrebbe deliberatamente stabilito rapporti con rappresentanti delle missioni diplomatiche accreditate in Tunisia, come gli ambasciatori italiani, allo scopo di rovesciare il sistema vigente?”. Risposta: “Abbiamo discusso della situazione generale senza entrare in questioni personali”, spiega Eltaïef. “Non sono a conoscenza di alcuna legge che vieti ai cittadini tunisini di ricevere nelle proprie case rappresentanti delle missioni diplomatiche accreditate in Tunisia o di recarsi presso le loro residenze e discutere con loro di questioni riguardanti l’economia dello stato o argomenti analoghi”. Nel 2023, la difesa degli imputati aveva chiesto al giudice istruttore di chiamare a testimoniare gli otto ambasciatori occidentali chiamati in causa. Richiesta caduta nel vuoto.
Oltre ai diffusi malumori a Bruxelles circa la gestione dell’economia da parte di Saied, la sentenza della Cassazione ha irritato non poco l’Ue, che proprio nel 2023 ha sottoscritto un memorandum di intesa con Tunisi per arginare i flussi migratori. Un portavoce della Commissione ha rilasciato una rara critica al regime tunisino il 4 settembre, subito dopo la sentenza della Cassazione. “L’Ue deplora il fatto che i contatti con diplomatici accreditati in Tunisia – compresi quelli europei – siano stati utilizzati come base per un’incriminazione o come prova a carico in un processo su un complotto contro la sicurezza dello stato”, recita la dichiarazione, che ricorda “l’importanza di garantire il pieno rispetto dei diritti umani, compresa la libertà di espressione, e il rispetto del diritto a un equo processo”. Il giorno dopo la reprimenda dell’Ue, come risposta, Saied ha fatto arrestare Mohamed Yousfi, caporedattore della testata Katiba e solo ultimo di una lunga serie di giornalisti arrestati dal regime.