Si cerca il successore di Saied nella Tunisia senza soldi né diritti

Il debito da 700 milioni con l’Unione europea e gli affari coi cinesi. Tra i nomi che girano con insistenza, quello di Kamel Ghribi

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1 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:57 AM
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Kais Saied

Gli oppositori del dittatore Kais Saied da mesi bussano alle porte delle cancellerie europee per fare una domanda: avete un piano B per la Tunisia? Una domanda che, secondo quanto risulta al Foglio, sarebbe stata rivolta anche a Roma. Ma Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico della premier Giorgia Meloni nonché ex ambasciatore italiano a Tunisi, si è guardato bene dal rispondere. D’altra parte, ufficialmente, le relazioni tra l’Europa e la Tunisia non potrebbero essere migliori, sebbene a Saied non piaccia troppo darlo a vedere. “All’interno del paese, una parte dell’opinione pubblica tunisina critica apertamente il riavvicinamento a Roma. Talvolta descrivono Saied come il ‘guardiano’ degli interessi di Giorgia Meloni”, spiega al Foglio Ben Ahmed Ghazi, presidente del think tank tunisino Mediterranean Development Initiative. Per mettere a tacere queste voci, Saied si concede talvolta alcune bizze, per alimentare la sua retorica anti imperialista da paese non allineato. Si racconta che a Bruxelles capiti sovente che lo staff della presidente Ursula von der Leyen si veda negare qualche telefonata dal palazzo di Cartagine. Una “strozzatura” delle relazioni diplomatiche fra Tunisi e l’Ue, così la definiscono i diplomatici europei, che parlano di dispetti innocui, nulla di cui preoccuparsi considerata la natura eccentrica di Saied. Certo, all’accordo siglato nel 2023 per il controllo delle rotte migratorie, con la visita del Team Europe a Tunisi con von der Leyen, Meloni e l’allora premier olandese Mark Rutte, non hanno fatto seguito altri vertici di alto livello. Ma solo perché non c’è urgenza di nuovi incontri, dicono da Bruxelles. “Tutti sono soddisfatti finora di come si stia gestendo il dossier dei migranti”, dice un diplomatico e i numeri confortano questa lettura. Nei primi quattro mesi dell’anno, le partenze sono rimaste contenute più o meno allo stesso livello dell’inizio del 2025, con poco meno di 500 persone sbarcate. Numeri più che sopportabili per l’Italia.
Dei capricci di Saied ha fatto esperienza diretta anche il nostro ministro della Difesa Guido Crosetto, che tra ottobre e dicembre dello scorso anno si è visto rifiutare ben due incontri con il suo omologo Khaled Shili. Se ufficialmente il primo diniego è stato motivato dall’urgenza di gestire la crisi ambientale in corso a Gabès, non è dato sapere quale scusa sia stata accampata dai tunisini per il secondo, che riguardava un incontro del format 5+5, il partenariato mediterraneo che include i paesi rivieraschi. A Roma non sarebbe stata presa troppo cordialmente la chiusura di Tunisi, sebbene il dialogo con Saied prosegua. Martedì, la nostra fregata Martinengo è attraccata a La Goletta, il porto della capitale, e per l’occasione il capo di stato maggiore della nostra Marina, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, ha tenuto una serie di incontri istituzionali per il rafforzamento della cooperazione militare. Tutto bene insomma, se non fosse che oltre ai migranti e alla Difesa la Tunisia e l’Europa hanno ben altre preoccupazioni, che potrebbero segnare il futuro di Saied.
E’ l’economia il vero dossier da affrontare in vista dell’estate. A luglio scadrà il pagamento dei 700 milioni di euro prestati dall’Europa nel 2019 sotto forma di Eurobond. “Per ripagarli è quasi inevitabile che si apra un buco nel bilancio”, spiega Ghazi. “C’è un mix di fattori, debito, perdita di potere d’acquisto e svalutazione valutaria, potenzialmente esplosivo: riduce lo spazio di manovra dello stato e rende la Tunisia strutturalmente più vulnerabile e meno resiliente agli choc esterni”. Sebbene dall’Ue filtri ottimismo sulla capacità di Saied di ripagare il debito entro la scadenza senza attingere a nuovi prestiti internazionali, la preoccupazione è concreta, soprattutto vista la congiuntura internazionale dettata dalla guerra in Iran e dall’aumento dei prezzi del petrolio. “L’accordo del 2019 con l’Ue era stato sottoscritto sulla base di un prezzo del petrolio di 63 dollari al barile. E’ chiaro che ora, con il greggio oltre i 100 dollari, le difficoltà aumentano. E si sa che in caso di choc economico la Tunisia sarebbe il primo paese del Nord Africa a cadere”, dicono fonti diplomatiche.
Saied tira dritto e ha trovato nella Cina un interlocutore privilegiato. Basta guardare a Biserta, dove i cinesi si sono aggiudicati l’appalto per la costruzione di un ponte lungo oltre 2 chilometri e alto 56 metri che servirà a decongestionare il traffico fra il centro e la zona commerciale. E’ considerato un affare frutto del gioco delle tre carte di del presidente tunisino, a cui piace porsi come l’interlocutore di tutti, che sia l’America, l’Europa, il Golfo o la Cina. Per l’Ue però il ponte di Biserta è l’esempio perfetto del grande cortocircuito europeo in Nord Africa. Il progetto, del valore di 250 milioni di euro, se l’è aggiudicato la cinese Sichuan Road and Bridge, ma con garanzie finanziarie dell’Ue che attraverso la Banca europea per gli investimenti (Bei) ha già messo a disposizione 123 milioni di euro. Il fatto è noto dalla fine dello scorso anno, quello che è meno noto è che non è l’unico in cui l’Ue offre garanzie finanziarie a imprese cinesi per grandi investimenti nel “cortile di casa nostra”. C’è anche il caso più recente della ferrovia Tunisi-La Goletta-La Marsa, aggiudicata a una società cinese su finanziamento europeo garantito dalla Bei e dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che hanno già messo sul tavolo 100 milioni di euro divisi equamente.
Il tutto è accompagnato dalla consueta politica autoritaria di Saied, che incarcera dissidenti, politici, sindacalisti e giornalisti. La settimana scorsa, il presidente tunisino si è permesso di sospendere le attività della Lega tunisina per i diritti umani, una delle organizzazioni umanitarie più antiche di tutta l’Africa e del mondo arabo che nemmeno Ben Ali aveva mai osato toccare. “La contrazione degli spazi per la società civile, i problemi economici, la sicurezza – basti vedere quello che sta succedendo in Mali –, le condizioni di salute del presidente, che per lunghe settimane scompare dalla circolazione perché è ricoverato. Tutto questo impone un cambio a Tunisi”, dice Majdi Karbai, ex parlamentare tunisino che da anni è costretto a vivere in Europa. Saied ha fatto piazza pulita in Tunisia di qualsiasi leader dell’opposizione – sono stati tutti arrestati o costretti a lasciare il paese – e per cercare una leadership nuova non resta che guardare all’estero. Gira un nome in particolare che chiama direttamente in causa l’Italia. E’ quello di Kamel Ghribi, presidente della società di consulenza Gskd Holding e vicepresidente del Gruppo San Donato, il gigante della sanità privata italiana diventato grimaldello della politica estera del governo Meloni in medio oriente e in Nord Africa. “Il suo nome circola ormai in modo ricorrente nelle discussioni informali sulle possibili evoluzioni di Tunisi. Ghribi rappresenta l’idea di una governance post crisi fondata non sull’appartenenza politica ma sulla capacità di attrarre capitali e ricostruire credibilità finanziaria”, dice Ben Ghazi. Nato a Sfax, è il regista di investimenti strategici nella sanità e nell’edilizia pubblica tra Emirati Arabi Uniti, Iraq, Egitto, Libia e Kenya fra gli altri. Un uomo d’affari che è più di un uomo d’affari e che non di rado si fa ritrarre su Instagram con alle spalle la bandiera tunisina mentre pronuncia frasi a effetto su democrazia, leadership e libertà. Ricco e influente, in Tunisia non lo conosce quasi nessuno, il che potrebbe essere un punto a favore, a sentire qualcuno. “D’altronde pure Saied era sconosciuto prima di diventare presidente”, dicono. E anche da ambienti politici europei non si scarta del tutto l’ipotesi di un post Saied. “E’ complicata, non lunare”.