AfD ha spezzato il cordone. E se si provasse il dialogo?

Una proposta dell'ex ministro socialdemocratico: offrire un'apertura condizionata, così che i partiti tedeschi possano definire il perimetro in cui lo schieramento ultranazionalista deve muoversi
8 SET 26
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Foto ANSA

Berlino. Angela Merkel è ricordata fra le altre cose per i suoi modi miti e dialoganti. Eppure, nel febbraio del 2020, dal lontano Sudafrica dov’era in visita, un tranello dell’AfD la mandò su tutte le furie. Nell’orientale Turingia, il liberale Thomas Kemmerich riuscì a farsi eleggere governatore con i voti della Cdu e l’astensione del partito sovranista già in odore di estremismo. La cancelliera reagì facendo saltare tre teste. 
Quella di Kemmerich, quella di Annegret Kramp-Karrenbauer, allora presidente della Cdu, e, visto che c’era, anche quella del ministro federale ai Länder orientali, Christian Hirte. Di quello scivolone della Cdu cercò di approfittare anche l’eterno rivale della cancelliera, Friedrich Merz, convinto che sarebbe bastato riposizionare il partito più a destra per avere ragione della fuga di voti verso l’AfD. Allora la formazione nazionalista e xenofoba aveva “solo” il 23,4 per cento in Turingia: oggi ha il 44 per cento nella vicina Sassonia-Anhalt e il 28 nei sondaggi su scala nazionale. Né Merkel né Olaf Scholz (cancelliere dal 2021 al 2025) né Merz sono riusciti a contenerla. Il Brandmauer (muro antincendio), ossia la strategia dell’isolamento, si è rivelato inutile se non addirittura controproducente. Perché se è vero che troppi dirigenti dell’AfD sono nati in un regime comunista e cresciuti rimpiangendo il nazismo, è pur vero che milioni di cittadini tedeschi hanno ormai sposato la causa sovranista.
Il voto popolare da sé non basta a certificare la fedeltà alla causa democratica di chi lo riceve – anche Hitler prese un sacco di voti nel 1930 e nel 1932 – ma mettere alla gogna un terzo degli elettori su scala nazionale o quasi il 50 per cento nei Länder orientali sarebbe allo stesso tempo antidemocratico e insostenibile. Lunedì lo ha riconosciuto Merz: “Siamo scioccati ma dobbiamo accettarlo, queste sono le regole della nostra democrazia”. Per fortuna dei tedeschi, la Repubblica federale non è quella di Weimar. Benché economicamente affannata, la Germania è ancora il paese più ricco d’Europa mentre la Legge fondamentale del 1949 offre chiare garanzie contro il ritorno di una dittatura o peggio di un sistema totalitario. L’articolo 79 vieta di modificare la Costituzione in senso contrario alla protezione della dignità umana. L’articolo 20 impedisce modifiche all’ordinamento democratico, federale e sociale mentre il 21 prevede la possibilità di mettere fuori legge formazioni politiche eversive: nel 1952 è stato fatto con i neonazisti dell’Srp (che avevano l’11 per cento nell’occidentale Bassa Sassonia) e nel 1956 con i comunisti del Kpd (al 5,7 per cento su scala nazionale). La procedura è stata dunque esperita solo nell’immediato dopoguerra con partiti piccoli. Più di recente, nel 2017, ai neonazisti dell’Npd sono stati solo negati i finanziamenti pubblici. Impossibile pensare di mettere fuori legge l’AfD all’indomani del voto democratico.
Prima ancora delle tutele costituzionali c’è la politica. Ieri Merz ha riconosciuto che dopo lo scossone di domenica “non possiamo tornare all’ordinaria amministrazione”. Da cui il bisogno di ascoltare meglio i cittadini e le loro ansie, capire le ragioni profonde di un tale smottamento, senza tuttavia dare carta bianca a un partito populista, antioccidentale e revisionista.
Una proposta arriva dall’ex ministro delle Finanze, il socialdemocratico Peer Steinbrück, che, discorrendo con la Bild, mette il Brandmauer in secondo piano ipotizzando che si possa forse “indurre un certo cambiamento dell’AfD verso una posizione conservatrice di destra”. I partiti democratici dovrebbero definire delle linee rosse da sottoporre ai sovranisti: “Finché non vi impegnerete in modo affidabile su questi punti, non sarà possibile alcuna cooperazione né alcuna tolleranza”. Un esercizio di “disponibilità al dialogo condizionata” secondo il piano dello storico Andreas Rödder, già presidente della commissione della Cdu per i Valori fondamentali. Rödder ha anche giudicato negativamente la decisione degli altri partiti di negare all’AfD incarichi che le spetterebbero come una vicepresidenza del Bundestag o la presidenza di organi di controllo. Aprire non per legittimare ma per mettere alla prova e soprattutto impedire ai sovranisti di accusare gli altri partiti di bullismo. L’invito di Steinbrück e Rödder alla leadership dell’AfD a discutere temi e valori – non programmi – sollecitandola a “distanziarsi chiaramente dalle posizioni e dalle figure di estrema destra” sembra più costruttivo che uscire dall’ascensore negli uffici del Bundestag quando entra un esponente sovranista. Lo sdegno idraulico-condominiale ha un valore solo simbolico ma alla fine gli unici a salire restano gli equivoci esponenti dell’ultradestra.