Esteri
Sassonia nera •
Perché l’estremissima AfD affascina tanto gli elettori della regione tedesca al voto
Dopo sei anni di crescita al palo tra crisi, dazi e pandemie, i partiti tradizionali hanno fallito la missione di far sognare o quantomeno sperare i tedeschi. Oggi il voto fa tremare i polsi al cancelliere Merz e all’alleato socialdemocratico Klingbeil

Foto ANSA
Berlino. Questa sera conosceremo il risultato. Le urne chiuderanno alle 18 e di lì a poco le televisioni cominceranno a snocciolare le proiezioni e poi i risultati veri e proprio dello spoglio delle schede. Ultime ora di attesa per l’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt, con poco più di 2,1 milioni di abitanti il terzo dei cinque Länder orientali dopo la Sassonia (4,03 milioni) e il Brandeburgo (2,6). Messi tutti assieme, compresi gli under 16 senza diritto di voto, gli abitanti della regione con capitale Magdeburgo rappresentano un quarantesimo dell’intera popolazione della Germania (83,5 milioni), eppure il voto di domenica fa tremare i polsi al cancelliere Friedrich Merz della Cdu e forse ancora di più al suo vice, l’alleato socialdemocratico Lars Klingbeil. I sondaggisti lo ripetono da mesi: in Sassonia-Anhalt il partito sovranista AfD corre senza freni: al 41 per cento secondo Forschungsgruppe Wahlen e addirittura al 43 secondo lnsa. La Cdu arranca fra il 22 e il 23 per cento, lì Spd è all’8 ma secondo alcuni potrebbe addirittura scivolare sotto la soglia del 5 per cento e restare fuori a favore di un Parlamento con soli tre partiti: l’AfD, la Cdu e i socialcomunisti della Linke (avvistati alla vigilia all’11,5 per cento). Una rimonta dal centro è impossibile ma il Ministerpräsident uscente e ricandidato, il cristianodemocratico Sven Schulze, affronta la gara con il sorriso: “I sondaggi dicono che il 48 per cento degli elettori vorrebbe me come governatore e solo il 30 il mio sfidante Ulrich Siegmund”. Purtroppo per lui, però, il sistema tedesco non prevede l’elezione diretta né del cancelliere né dei Ministerpräsidenten. Anche Siegmund sorride, soprattutto per stemperare le ombre brune che circondano l’AfD. Un partito che fa paura un po’ per i numeri ma soprattutto perché non fa nulla per mascherare la sua commistione con la destra deteriore. Un esempio? Patrick Harr, l’addetto stampa di Siegmund, è stato in passato figura di spicco della Heimattreue Deutsche Jugend (Hdj), un gruppo che organizzava campi estivi dove i bambini imparavano a essere razzisti. Il ministero federale dell’Interno ha messo al bando la Hdj nel 2009 “per la sua influenza ideologica sui giovani attraverso la diffusione di opinioni popolari, razziste, nazionaliste e nazionalsocialiste”. Per somigliare, insomma, alla Gioventù hitleriana (Hj). Più grave ancora è che Harr non è una mela marcia: diversi dirigenti regionali dell’AfD sono suoi sodali da una vita, stessi ambienti, stesse sigle. A Magdeburgo come a Berlino, l’AfD conferma dunque la sua vocazione estremista e antisistema, la sua tentazione neppure troppo nascosta di minimizzare le responsabilità storiche del nazionalsocialismo approfittando, anzi, della campagna elettorale per rispolverare qua e là qualche motto degno di Joseph Goebbels.
Solo dal conteggio dei voti si saprà se l’AfD ce la farà a guadagnare la maggioranza assoluta per governare da sola in Sassonia-Anhalt con competenze estese su scuola – con il programma revisionista “Più Bismarck, meno Hitler” – sicurezza, cultura e media. Un monocolore blu sarebbe una prima assoluta in Germania: una formazione a destra della Cdu che conquista una posizione di governo regionale, entrando di conseguenza nel Bundesrat (la Camera delle Regioni) per poi interloquire con il governo federale e votare le leggi di competenza regionale.
L’elezione di un Ministerpräsident targato AfD, scrivono le ricercatrici senior dello European Council for Foreign Relations Jana Puglierin e Janka Oertel, “sarebbe una dimostrazione brutale dell’incapacità dell’establishment politico di fornire una visione convincente per il futuro economico, politico e sociale del paese”. Dopo sei anni di crescita al palo tra crisi, dazi e pandemie, i partiti tradizionali hanno fallito la missione di far sognare o quantomeno sperare i tedeschi, tirando i remi in barca davanti alla destra estrema e alla sua offerta revisionista: indietro tutta su immigrazione, clima, integrazione e difesa europea, in cambio solo di tanto nazionalismo a buon mercato. Troppo facile pure nascondersi dietro all’ormai tramontato stereotipo dell’elettore dell’est maschio, bianco, incolto e a basso reddito. L’AfD è forte in tutto il paese e fortissima nell’ex Ddr. Fanno allora riflettere le parole di Heinrich A. Winkler, 87enne, fra i massimi esperti di storia contemporanea in Germania. Con il Tagesspiegel, Winkler ha osservato che l’AfD è un partito democratico illiberale “di quelli che credono che la democrazia sia semplicemente il volere della maggioranza”, un atteggiamento che svela “deficienze nella formazione storica e politica” ed è una conseguenza della divisione della Germania in due nel 1945. “Noi all’ovest abbiamo avuto la fortuna di essere stati occupati da potenze democratiche che ci hanno aiutato a costruire la democrazia”. Dall’altra parte c’era l’Unione sovietica.
