La ferita aperta dal drone nel centro di Kyiv

L'attacco russo all'Sbu mentre gli emissari di Trump si recano a Mosca non è un segnale di pace e nemmeno il ritmo di produzione di missili nelle fabbriche del Cremlino indica la voglia di negoziare. Numeri

5 SET 26
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Gli emissari di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, stavano già facendo i preparativi per partire per Mosca e andare a incontrare Vladimir Putin, quando un drone russo è entrato nello spazio aereo di Kyiv, arrivando fino al centro della città per colpire un edificio bianco su via Vladimirska, non lontano dalla cattedrale di Santa Sofia. L’edificio bianco è il quartier generale dei Servizi di sicurezza interni (Sbu) e l’obiettivo del drone era l’ufficio del capo dell’agenzia, Oleksandr Poklad. Poklad è sopravvissuto, il palazzo era semivuoto, l’impatto e il successivo incendio hanno causato diciassette feriti, ma l’immagine di un drone che taglia le difese aeree e arriva in una delle aree ritenute più sicure della città, il centro cittadino in cui tutti si sentono tranquilli anche durante l’allarme antiaereo, ha squarciato una ferita nelle convinzioni di tanti residenti della capitale. Il centro è il centro e i palazzi del potere, finora, erano rimasti indenni, protetti: Kyiv non si era mai sentita tanto nuda. Zelensky ha ordinato una risposta equivalente, le vendette ucraine sanno essere dolorose, lanciano messaggi forti, ma ieri, quando il drone ha colpito il centro di Kyiv, anche Mosca ha mandato un segnale. Non si trattava di una novità, da sempre reitera la sua volontà a non voler negoziare, ma mai era stata tanto smaccata da farlo mentre gli americani stavano per inaugurare i loro viaggi per rilanciare i negoziati, con l’intenzione di compiere una prima tappa, oggi, nella capitale russa, e una seconda, domani, in quella ucraina, dove Witkoff e Kushner non sono mai stati, nonostante le promesse fugaci, affossate poi dalle pressioni di Putin: è da gennaio che i due non si recano a Mosca e l’ultima volta si erano impegnati a fermarsi anche a Kyiv, per riferire, di persona, a Zelensky l’esito del colloquio con Putin. Ripartirono dalla Russia e andarono dritti negli Stati Uniti, come il capo del Cremlino aveva detto loro di fare. Obbedirono.
Un drone che colpisce il quartier generale dei servizi di sicurezza il giorno prima dei colloqui non è un segnale pacifico né di rispetto nei confronti degli americani che più volte, negli ultimi mesi, avevano tentato di tornare a Mosca, ricevendo da parte dei russi dinieghi continui e anche qualche ammonimento dal tono: tornate quando avrete delle nuove proposte. Il viaggio di oggi ha poca concretezza, a volte in diplomazia ci si muove per farsi vedere attivi e si accettano le visite per mostrarsi in vena di fare qualcosa. Il movimento nasconde le intenzioni più brutte che, invece, un drone nel pieno centro di Kyiv mostra senza inganni. Come abbia fatto a essere colpita una delle strade principali della capitale, nel primo pomeriggio, è la domanda che tormenta gli abitanti di Kyiv che cercano di regolare le loro vite di fronte alle minacce rinnovate di continuo. I droni non rappresentavano un problema per le difese aeree fino a quando Mosca non ha iniziato a lanciare i droni a reazione, più veloci e più potenti, difficili da intercettare. La capitale si sente nuda, combatte con questo sentimento mentre attende delle soluzioni anche dai suoi alleati.
Ieri il presidente americano Donald Trump ha pubblicato su Truth un articolo del Washington Post, riportandone il titolo: “Così Trump può aiutare l’Ucraina a costruire i propri missili Patriot”. Nel pezzo, firmato da Marc A. Thiessen, viene spiegato come per gli americani ci sarebbero molti vantaggi a consentire a Kyiv di coprodurre missili intercettori tecnologicamente inferiori come i Pac-2, mantenendo invece protetta la tecnologia più avanzata dei Pac-3. Il post di Trump potrebbe essere un cenno di approvazione, un messaggio ai russi alla vigilia dei colloqui, o un momento di autocelebrazione, che almeno mostra come il capo della Casa Bianca sia consapevole della penuria di difese degli ucraini. Quello che invece potrebbe non considerare con attenzione è come procede il ritmo di produzione dei russi.
Il Kyiv Independent ha calcolato che fino al 27 agosto, nel solo 2026, Mosca ha lanciato 1.858 missili di vario tipo. E nel corso dell’anno ha iniziato a diversificare la produzione. Non tutti i mesi sono uguali, i lanci raggiungono dei picchi, poi si quietano, poi aumentano di nuovo, ma in fatto di produzione le fabbriche russe hanno spesso superato gli obiettivi che si erano date. Per esempio: la produzione di Iskander fissata per 60 al mese, a luglio è arrivata a 65; i Kh-101 che avevano un obiettivo mensile di 72, sono a 87; i Kalibr fissati per 26, sono a 29 al mese. Alcune produzioni sono state sospese: la produzione in serie dei Kinzhal è stata sospesa perché il carburante e altre risorse che servivano a realizzarli sono stati dirottati verso altri missili balistici. Mosca vede la nudità dell’Ucraina e non lascia riposare la propria industria bellica – è tutto un produrre, spostare materiali, implementare su grande scala, contando su una manodopera numerosa che non si lamenta, in alcuni casi studenti, e su una parte di territorio dove ancora non arrivano i droni e i missili di Kyiv. Il ritmo della produzione, come il drone nel centro di Kyiv nel giorno in cui Witkoff e Kushner si sono messi in viaggio, non sono segnali di una Russia decisa a parlare di pace.