Il regime iraniano potrebbe avere i giorni contati. Parla Rosenberg

Per l'editorialista di Haaretz, le sanzioni degli Stati Uniti potrebbero realmente portare al crollo di Teheran. Washington è disposta ad aspettare per scoprirlo?
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Foto ANSA

Tel Aviv. Lunghe code ai distributori di benzina, il rial iraniano che supera quota 2 milioni per dollaro, l’inflazione su base annua vicina all’88 per cento, gran parte delle famiglie non riesce più a permettersi beni essenziali ma, soprattutto, il regime ha sempre maggiori difficoltà a sostenere i sussidi sulla benzina. Quest’ultimo punto è particolarmente delicato perché nel 2019 l’aumento del prezzo del carburante e il razionamento provocarono enormi proteste, represse violentemente dalle forze di sicurezza, con circa 1.500 morti. “Questa volta la pressione economica americana potrebbe davvero mettere in pericolo la sopravvivenza della Repubblica islamica, non tanto perché provocherà automaticamente una rivolta popolare, quanto perché rischia di privare i pasdaran delle risorse necessarie per mantenere in piedi il proprio apparato repressivo”. A condividere questa tesi con il Foglio è David Rosenberg, editorialista con oltre trent’anni di esperienza in economia, politica e società mediorientale, firma del quotidiano israeliano Haaretz.
Rosenberg analizza con noi le nuove sanzioni annunciate dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent, definite un “D-Day economico”. Tuttavia è scettico sulla retorica: “Washington ha minacciato molte volte di strangolare economicamente Teheran ma l’Iran ha sviluppato una notevole capacità di aggirare le sanzioni, soprattutto grazie a Cina, Russia, Iraq e Turchia.”
La situazione attuale, tuttavia, sarebbe diversa. Secondo l’analista, le esportazioni petrolifere iraniane sono crollate quasi a zero dopo il nuovo blocco imposto dagli Stati Uniti. Una parte del petrolio continua probabilmente a uscire clandestinamente via terra o mescolata al greggio iracheno, ma in quantità molto inferiori e a prezzi fortemente scontati. Ed è qui che si troverebbe il vero punto debole del regime: “Prima della guerra i pasdaran controllavano fino al 50 per cento del commercio petrolifero iraniano e ricavavano enormi profitti. Nel 2024 le Guardie della rivoluzione islamica e l’esercito avrebbero ricevuto circa il 51 per cento dei profitti petroliferi destinati allo stato. Il petrolio, quindi, non finanziava soltanto l’economia iraniana ma, soprattutto, l’apparato che protegge il regime”.
Rosenberg sottolinea come i regimi autoritari non cadono necessariamente perché la popolazione sia povera o esasperata, ma quando non riescono più a difendersi, perché i vertici perdono la volontà di combattere o perché i miliziani, di fatto, smettono di obbedire: “Le proteste iraniane di gennaio sono state represse perché il regime disponeva ancora di uomini disposti ad arrestare, ferire e uccidere i manifestanti. Ma, per farlo, devono essere pagati. Per questo le nuove sanzioni potrebbero avere un effetto diverso dalle precedenti: se viene meno il denaro del petrolio, diventa più difficile pagare i circa 190.000 uomini del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. Lo stesso Bessent ha evocato apertamente questa possibilità chiedendo ai soldati iraniani che ricevono lo stipendio in ritardo se i loro comandanti li stiano davvero conducendo verso il trionfo o verso la rovina”. Sulle tempistiche, tuttavia, Rosenberg resta molto prudente: “Le sanzioni raramente provocano da sole un cambio di regime: non sono mai riuscite a far cadere Cuba o la Russia, e in Venezuela il cambiamento è arrivato soltanto dopo un intervento americano diretto, boots on the ground.
La conclusione di Rosenberg è quindi una scommessa: il regime potrebbe cadere non perché gli iraniani siano improvvisamente più pronti alla rivoluzione, ma perché la macchina repressiva potrebbe rimanere senza carburante economico. Se le entrate petrolifere restassero bloccate abbastanza a lungo, Teheran potrebbe non avere più i soldi necessari per comprare la fedeltà di chi tiene in piedi il sistema. La domanda decisiva diventa allora: quanto tempo può resistere il regime senza i proventi del petrolio? Trump e l’economia mondiale, conclude, potrebbero non avere la pazienza necessaria per scoprirlo. Non solo. Questa volta l’Amministrazione americana dovrà essere pronta ad aiutare concretamente i manifestanti attraverso sostegno materiale, copertura aerea e, soprattutto, mantenimento dell’accesso a internet, impedendo al regime di isolare il paese come avvenne durante le precedenti rivolte. La questione, dunque, non sta più tanto nel se e quando queste arriveranno, quanto se Washington sarà disposta ad appoggiarle in modo da trasformare una rivolta economica in una vera minaccia alla sopravvivenza della Repubblica islamica.