Nell’entropia del centro-destra francese si fa largo un nome: Philippe

Ha iniziato a ricevere sostegni importanti, da  Wauquiez, capogruppo dei Républicains, al ministro della Giustizia Darmanin, figura chiave dell’attuale governo. E anche dagli ambienti di Sarkozy. Candidature, tentazioni di vendetta e fuoco amico. Perché l’antidoto al ballottaggio Le Pen-Mélenchon non è a sinistra
Immagine di Nell’entropia del centro-destra francese si fa largo un nome: Philippe

Bruno Retailleau, Raphael Glucksmann, Marine Le Pen, Edouard Philippe, Jean-Luc Mélenchon, Marine Tondelier e Gabriel Attal (Getty)

La destra francese rimane contraddistinta da una dicotomia tra la destra tradizionale (o governativa), che spazia dai partiti di centro fino ai gollisti, e la destra nazionalista, rappresentata dal Rassemblement national (Rn) con alcuni alleati, tra cui il movimento Udr di Éric Ciotti, dissidente dei Républicains. Nonostante alcuni accordi locali, il muro che separa il campo governativo da quello nazionalista ha retto anche nelle ultime elezioni politiche del 2024.
Sebbene il Rn si sia imposto con una notevole capacità di attrazione (i sondaggi danno Marine Le Pen oltre il 30 per cento), non è ancora riuscito ad allargare il proprio consenso per conquistare una maggioranza, anche relativa, in Parlamento. Questo limite è emerso chiaramente nelle elezioni del 2017 e del 2022, quando Marine Le Pen non è riuscita a trasformare il successo del primo turno in una vittoria finale. Jordan Bardella avrebbe potuto rappresentare un candidato più adatto per ampliare il sostegno, ma Marine Le Pen ha deciso di non cedere il passo, nonostante le sue condanne giudiziarie.
Il bacino elettorale del Rn si è allargato man mano che il partito ha eliminato i riferimenti pro Frexit, anti Ue e filorussi, al fine di rassicurare le categorie sensibili all’esigenza di stabilità, intaccando così l’elettorato della destra tradizionale. Tuttavia, tra l’anima protestataria e quella conservatrice (necessaria per ampliare il consenso), possono emergere incongruenze. Pertanto, la vittoria del Rn non è scontata, nonostante l’elevata capacità di attrazione elettorale che esprime il rigetto delle presidenze Macron.
Nel contesto attuale, assistiamo a una dinamica di polarizzazione tra i due candidati estremi: Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che dominano i sondaggi e stanno di fatto condizionando la corsa all’Eliseo. Di fronte a questi due poli, ci sono solo due strategie possibili: competere per raggiungere il loro livello al primo turno e ritrovarsi tra i due contendenti al ballottaggio, oppure sviluppare una candidatura satellitare che possa poi definire un patto politico con uno dei due al secondo turno. Questo meccanismo, in passato, funzionava piuttosto bene nel contesto di un bipolarismo destra/sinistra, ma la multipolarizzazione del panorama politico ha introdotto altre logiche.
Al centro dello scacchiere politico troviamo il centro-destra, ovvero la destra governativa, che attualmente sostiene il governo in Parlamento. Questo campo è composto principalmente dai post macronisti e dai loro alleati (il MoDem di François Bayrou, il partito “macronista” Renaissance), dal partito Horizons di Édouard Philippe e da Les Républicains di Bruno Retailleau. Si tratta di correnti che un tempo si articolavano intorno al binomio Udf (il partito di Giscard d’Estaing) e Rpr (il partito di Jacques Chirac), esprimendo storicamente le tradizioni della destra moderata orleanista e di quella neogollista. Questa architettura ha retto più o meno fino al 2017, quando la primaria aperta della destra e del centro, guidata da Les Républicains, ha indicato come candidato unitario François Fillon. Tuttavia, la sua candidatura è implosa a seguito delle rivelazioni sull’impiego fittizio della moglie, Penelope. Questo momento è stato uno spartiacque, creando lo spazio politico in cui Emmanuel Macron si è inserito, presentandosi come un candidato centrista capace di attrarre un elettorato moderato di destra e di sinistra, spezzando così la polarizzazione tradizionale della politica francese.
Più di recente, abbiamo assistito a una proliferazione di candidature che non lasciava ben sperare nella capacità di questo polo di influenzare le presidenziali. Tuttavia, ora possiamo osservare una tendenza all’unificazione che gioca a favore dell’ex primo ministro Édouard Philippe, figura della tradizione neogollista cresciuto con Alain Juppé, il delfino di Chirac che non è mai riuscito a compiere l’ultimo passo per vincere le presidenziali.
Philippe ha iniziato a ricevere alcuni sostegni: quello di Laurent Wauquiez, capogruppo dei Républicains all’Assemblea nazionale, che non manca mai di criticare il leader del suo partito, Bruno Retailleau, e soprattutto quello del ministro della Giustizia Gérald Darmanin, figura chiave dell’attuale governo. A giugno, anche l’ex ministra di Nicolas Sarkozy, Nathalie Kosciusko-Morizet, reduce da una lunga esperienza lavorativa negli Stati Uniti, ha raggiunto la candidatura di Philippe.
La posizione dei Républicains è assai delicata, anche perché alcuni potrebbero essere tentati di attraversare il Rubicone per giungere a un’“unione delle destre” con il Rn, un’operazione caldeggiata dalle testate dell’imprenditore conservatore Vincent Bolloré. Éric Ciotti si è già distaccato per sostenere Marine Le Pen, ottenendo un buon risultato alle amministrative di Nizza, una vittoria che, però, riflette più dinamiche locali che una tendenza nazionale. Inoltre, se i Républicains, partito che ha sempre difeso la sua eredità gollista, si alleasse con il Rn — una formazione in qualche modo erede della Francia di Vichy e dell’Algeria Francese — rinnegherebbe una parte del suo patrimonio ideologico, una mossa rischiosa. In definitiva, potrebbe essere molto più vantaggioso per i Républicains allearsi con Horizons e il centro-destra per garantire una forma di continuità partitica.
Un aspetto fondamentale è la competizione attuale tra Philippe e Gabriel Attal, una contesa che, però, potrebbe lasciare spazio a una seconda fase di integrazione delle candidature. Attal ha perso competitività con la conferma di Marine Le Pen come candidata del Rn. Di fronte al giovane Bardella, Attal avrebbe potuto rappresentare un oppositore coetaneo, ma l’attuale tendenza sembra premiare profili più maturi come quello di Philippe, anche per contrastare la pluricandidata Le Pen. A febbraio, i due contendenti si erano incontrati per definire un patto, certo fragile, ma potrebbe rivelarsi molto costoso per Attal mantenere una candidatura che di fatto annienterebbe le possibilità del proprio campo.
Possiamo quindi ipotizzare un effetto di aggregazione intorno alla candidatura di Philippe, l’unico che, nei sondaggi attuali, sembra in grado di competere con Mélenchon (entrambi sono dati al 16 per cento). Vi sono ulteriori parametri da considerare: anche se isolato, Macron ha ancora a disposizione alcune leve e potrebbe essere tentato di promuovere un controfuoco contro Philippe, reo di aver commesso un crimine di lesa maestà criticando la scelta di sciogliere l’Assemblea nel 2024 e, soprattutto, lanciando un appello a una fine anticipata del mandato presidenziale. La logica istituzionale potrebbe spingere Macron a sostenere l’attuale primo ministro, Sébastien Lecornu, come candidato istituzionale per salvare la continuità.
Tra l’altro, abbiamo visto recentemente un altro sopravvissuto del macronismo originale, François Bayrou, che ha subìto una cocente sconfitta nelle recenti amministrative, lanciare un appello a una candidatura unitaria del centro e della destra per fare da barriera agli estremi, proponendo il nome dell’ex commissario europeo Thierry Breton come deus ex machina. Tuttavia, queste manovre non sembrano avere molto spazio. Sébastien Lecornu sta svolgendo bene la delicata missione di guidare un governo di minoranza nella configurazione attuale, ma a breve dovrà affrontare lo scoglio di una difficile approvazione della finanziaria, una dinamica che rende complesso il suo passaggio a una candidatura. Inoltre, Lecornu ha sempre avuto buoni rapporti con Philippe e non ha fretta di bruciarsi. Breton è un profilo interessante, anche perché svincolato dal campo macronista, ma Bayrou non è oggi in grado di ripetere l’operazione di king maker che aveva compiuto con Macron per le elezioni del 2017.
In definitiva, Philippe sta beneficiando appieno dell’effetto Mélenchon, uno spauracchio per i moderati. Raphaël Glucksmann ha annunciato la sua candidatura nel tentativo di presidiare lo spazio di centro-sinistra, ma è probabile che non raggiunga livelli sufficienti per minacciare Mélenchon. Una parte dell’elettorato moderato di sinistra, che rigetta le posizioni antisemite e filorusse di Mélenchon e che vorrebbe evitare l’ascesa al potere di Marine Le Pen, potrebbe essere tentata da un voto utile già al primo turno, convergendo su un candidato forte di centro-destra, ma sempre all’interno del cosiddetto arco repubblicano.
La campagna per le presidenziali francesi è ancora lunga ed eventi esterni, anche internazionali, potrebbero condizionarne le dinamiche. Tuttavia, nell’entropia dei candidati di centro-destra, qualcosa si muove e si inizia a intravedere una via per Philippe.